Quattro idee sulla politica in Sardegna
Dalla politica militare ai trasporti e all’accoglienza dei migranti. Terza parte delle riflessioni di Michele Pinna per Sesuja. «Salvaguardiamo prima di ogni cosa il territorio e creiamo condizioni di lavoro per i giovani»
di Michele Pinna
Politica estera e strategica. Una prima proposta riguarda la politica estera. Ritengo, infatti, che anche i governanti di una regione, dunque di una parte, appartenente come la Sardegna ad un intero chiamato Stato, ma tutti i cittadini, hanno il diritto ed il dovere di dire la loro in materia di politica estera, in special modo quando essa coinvolge o possa coinvolgere il territorio regionale. Tale questione non può essere demandata esclusivamente ai poteri dello Stato sovrano a cui si appartiene, specialmente quando esso Stato rinuncia alla propria sovranità e alla propria autorità internazionale. Ciò in base alla pratica che vede, come nel nostro caso, la parte soffrire e soccombere in nome del tutto. Questo è il significato che assume in Sardegna la questione delle servitù militari e delle esercitazioni di guerra che occupano il nostro territorio. In nome di un’appartenenza dell’Italia ad una alleanza strategica internazionale, di cui nessuno sa misurarne e valutarne, oggi, la reale utilità, e riesce a renderne plausibile e convincente la sua necessaria opportunità, ma in virtù della quale vengono utilizzate dal governo italiano grandi estensioni e grandi aree produttive dell’Isola a scopi militari, con gravi danni ambientali e con una ancor più grave e pericolosa esposizione della Sardegna alle ritorsioni nascenti dalle tensioni che la politica estera dell’alleato principale dell’Italia suscita, nel pianeta, ma in special modo nel bacino mediterraneo di cui noi siamo la parte più vulnerabile e meno protetta. Giustamente, chi si professa indipendentista non può rinviare, per affrontare tali questioni, al giorno in cui la Sardegna potrà essere indipendente. Sembrerebbe un alibi per non occuparsene nel presente. Allo stesso tempo, però, sarebbe opportuno che il Consiglio regionale, anche se in quella sede non tutti sono indipendentisti, ma per il rispetto che si ha di se stessi e della terra in cui si vive (non c’è bisogno per questo di essere indipendentisti), desse vita ad una commissione di valutazione e di proposta che seguisse con competenza e professionalità sia le scelte di politica estera che l’Italia compie, in modo particolare quelle che hanno un impatto diretto e indiretto sulla Sardegna, sia le scelte di politica militare e strategica con particolare riferimento all’uso del nostro territorio e allo spazio che la Sardegna occupa nel Mediterraneo. Non sottovaluterei una delega assessoriale tecnica, pur senza portafoglio, che possa coordinare la commissione e i suoi lavori. In uno Stato multi regionale, un’azione politica di autogoverno della vigilanza, a maggior ragione in una delle regioni coinvolte materialmente da esercitazioni di guerra, non mi sembrerebbe né un azzardo né che in essa si possa ravvisarsi qualcosa di eversivo.
Trasporti. Un’altra questione programmatica di non secondaria importanza resta quella dei trasporti, da e verso l’esterno dell’Isola, ma non di meno quelli interni. Si è detto tutto ed il contrario di tutto, ma la situazione è sempre la stessa. Come prima, peggio di prima. In nessuna parte dell’Europa civile, credo che venga usata l’automobile come in Sardegna. Qualcuno mi diceva l’altro giorno: se ti manca la macchina sei morto. Se ti devi spostare da un paese per andare in città per sbrigare un affare e devi andare in ufficio qualsiasi e non hai la macchina ti giochi una giornata. Soprattutto dai centri dell’interno, sia verso Cagliari, sia verso Sassari. Mi ripeteva quello che tutti sperimentiamo e che ho sentito dire a tanti. Tutto ciò con un aggravio di costi individuali e soprattutto con un consumo di spazio e un’usura dell’ambiente superiore ad ogni aspettativa ragionevole. E non mi accontento di banalizzare la questione col dire che la gente si è impigrita e non vuole più camminare a piedi. Ci sarà anche questo ma se uno deve spostarsi da Olbia a Sassari, o deve andare da Macomer ad Oristano con un mezzo pubblico e fare rientro in tempi brevi al punto di partenza è meglio che vada con il mezzo proprio. Manca un servizio agile di navette intercomunale e interterritoriale, collegato agli assi centrali di maggior percorrenza, per le tratte lunghe, sia su gomma che su rotaia. Ma basterebbe su rotaia se la rete ferroviaria sarda fosse disposta in termini di servizio legati alla geografia dell’Isola anziché rispetto a due unici poli urbani, quali sono stati forzatamente prefigurati, nel tempo, Cagliari e Sassari. Cosi come manca una politica di navigazione interna finalizzata a mettere in contatto tra di loro i principali porti della Sardegna: Porto Torres, Oristano, Olbia, Cagliari, sia per le merci che per i passeggeri. Alleggerirebbe non poco il calco di camion e autotreni ma anche di automobili sulla Carlo felice. Con una notevole riduzione dei tempi di percorrenza. Così come non sottovaluterei un servizio aereo diffuso, almeno quattro corse al giorno, due di andata e due ritorno, tra Alghero e Cagliari a costi da treno o da autobus, ed anche meno. Mi domando se è difficile pensare e realizzare queste cose minime in una civiltà che pretende di essere moderna e per uomini politici e di governo che non mi risulta siano né dei cavernicoli né dei portatori di mastruche. O dovremmo essere costretti a pensare che i gestori privati di carrozze e di calessi che nei primi decenni del Novecento svolgevano questi servizi di raccordo tra i vari centri della Sardegna fossero più pratici e avessero più buon senso degli attuali governanti e degli attuali ingegneri trasportisti? Non lo so e resto davvero disorientato dinanzi alla banalità con cui si complicano cose certamente complesse ma di una semplicità estrema. E aggiungo, su materie nei confronti delle quali l’attuale Statuto, senza bisogno d’altro, conferisce alla Regione potestà primaria.
Migranti e lavoro. Un’altra questione, tra le tante, ma mi limito a questa che ritengo oggi vitale per la Sardegna. Io dico che va bene accogliere i profughi e i migranti. Va bene accoglierli integrarli e farli vivere, se desiderano restare nella nostra isola, decorosamente, direi almeno umanamente. Su questo non ci dovrebbero essere discussioni né come cristiani né come altro. Però dico anche che la Sardegna, oggi, dovrebbe avere almeno cento cinquantamila nuovi redditi, sopratutto per i giovani tra i venticinque e i quarant’anni. Non dico di posti fissi. Non dico di posti nei servizi o in mega industrie così come eravamo stati abituati a pensare nel passato; ma attraverso la creazione di condizioni che facciano nascere imprese nuove, attività commerciali, attività di trasformazione, attività manifatturiere, attività che mettano la Sardegna e i sardi in grado di misurarsi con il mondo, anche con il mercato, e che sarà mai questo mercato?! Centocinquantamila posti d’indipendenza economica però, non di ulteriore dipendenza e di ulteriore aggravio della spesa pubblica.
Solo stando dentro ad una visione produttiva e indipendente del lavoro si sconfigge la paura del mercato e la paura di essere piccoli e pochi. Si sconfigge attraverso un buon governo dell’acqua piovana, attraverso la riorganizzazione degli invasi, attraverso lo svincolo delle terre demaniali dal parassitismo impiegatizio e improduttivo dell’ ente foreste, per ridare vita al bosco attraverso l’intervento operoso dell’uomo: incentivandone l’uso del pascolo, della produzione di legname e di suoi derivati, gli sport che in esso sono consentiti, da quelli di raccolta a quelli legati al camminare salutistico; l’uso a scopi turistici e di soggiorno. Certo che se il lavoro ed il reddito crescessero i sardi potrebbero sul serio essere nuovamente generosi e nuovamente ospitali nei confronti degli altri popoli meno fortunati e più bisognosi. La paura del mercato si sconfigge favorendo il lavoro agricolo, la produzione e la commercializzazione dei prodotti genuini, sfruttando anche il cosiddetto trend della longevità che gli scienziati studiano e codificano, dando in tal modo nuovo vigore e nuova linfa alla fortuna di essere nati in un’Isola come la nostra e alla possibilità di poter avere i suoi prodotti e potervi venire a trascorrere dei periodi di vacanza se non di vera e propria residenza.
Capisco che cinquant’anni di vecchie abitudini e di vecchie scelte, anche se di alcune se ne potrebbe recuperare lo spirito, se non i risultati, certamente superati dai tempi, non possono essere ribaltate neanche da un governo miracolistico, quale si chiede di essere alla Giunta Pigliaru, in meno di due anni di vita, e forse neanche in una intera legislatura; però credo che un segnale importante in tal senso dev’essere dato. Certo lo si potrà dare con i fondi comunitari ma soprattutto con lo snellimento delle procedure e con la tempestività degli interventi dando credibilità al merito e al valore di progetti piuttosto che, come spesso è accaduto nel passato, al valore dell’appartenenza a questo o a quel carro. Sarà importante far entrare in questa partita oltre alle imprese che si occupano di cose materiali, anche le associazioni culturali e le reti di associazioni che possono incrementare e favorire la realizzazione e la gestione dei progetti, sia nella promozione dei risultati sia nella loro messa a reddito anche attraverso la loro gestione diretta attraverso la creazione di circuiti di turismo culturale e di marchi di qualità legati ai circuiti stessi, stabilendo rapporti produttivi con le imprese e con i privati. (3ª parte)






