Il riso sardonico
La nostra sembra essere diventata una società schizofrenica che pensa al presente e vuole liberarsi del passato lasciando morire i vecchi ritenendoli inutili. La riflessione di GB Sanna per Sesuja
di GB Sanna
A un uomo capita la sorte di invecchiare. È vissuto in una società opulenta, ha avuto la fortuna di lavorare, si è sposato, ha allevato i figli, è andato in pensione. Raggiunta la quale pensa di godersi il meritato riposo assieme alla moglie, alla famiglia e ai nipoti. Non è così e non sarà più così. Scopre, con ragionevole tristezza, che è un di più per la società giovane, consumista, globalizzata, neoliberista. È un peso, la vecchiaia crea problemi.
A prescindere dalla “Casta degli Intoccabili”, che si hanno creato le dovute tutele, chi invecchia diviene un problema per la società. Lo dice l’Istat, lo dice l’Unione Europea, lo annunciano martellanti le veline dei media. Bisogna prendere dei provvedimenti. E sono stati presi. Per primo ci ha pensato il Governo Monti con la Legge Fornero.
Dinanzi all’irreversibile processo di anzianizzazione della popolazione sarda, Soru, in un’intervista, ha fatto sapere che occorrono molti più immigrati in Sardegna, perché sarà grazie a loro e al loro lavoro che ci potremo permettere il pagamento delle pensioni, della sanità, in sintesi la nostra vecchiaia.
Il giovanilismo sorridente che attraversa i canali televisivi e che ha caratterizzato, in questi ultimi anni, anche il volto della politica, sembra proprio quel “riso” che in Sardegna precedeva il rito dell’uccisione dei vecchi ormai considerati inutili in seno alle famiglie, quando in catene venivano condotti su una rupe per essere lanciati nel vuoto tra danze e sberleffi.
La letteratura greca delle origini racconta: «…vicino alle Colonne d’Ercole c’è l’isola di Sardegna nella quale cresce una pianta simile al sedano. Molti dicono che quanti la assaggiano vengono colpiti da uno spasmo che li fa ridere involontariamente e così muoiono. Timeo afferma che lì, quando gli uomini diventano vecchi, vengono offerti in sacrificio a Cronos dai loro figli, che ridono e li colpiscono con dei bastoni, spingendoli nel vuoto. Da qui l’appellativo di “riso sardonico”. Altri invece sostengono che quando quei vecchi muoiono ridono involontariamente guardando la morte disumana che attende anche i loro figli». Ancora oggi a Gairo si dice “is becius a sa babaieca” (i vecchi alla babaieca), a Orotelli si dice “a so ischebicadorzu de sos betzos” (scervellatoio dei vecchi), a Urzulei c’è “su pigiu de su beciu” (il picco del vecchio) e a Baunei “leare su beciu a ispentuma” (portare il vecchio al dirupo). Allora l’uccisone degli anziani era giustificata col fatto che nelle comunità primitive le risorse erano scarse e loro costituivano un peso per la famiglia e per la società. Non portavano reddito, non potevano cacciare, arare la terra. Ma oggi? Allora mi chiedo: sarà questa la sorte dei padri? Di chi non può più produrre per la società?
La nostra sembra essere diventata una società schizofrenica che pensa al presente e vuole liberarsi del passato lasciando morire i vecchi ritenendoli inutili e non invece come saggezza da custodire. Vuole davvero questo la società che ci presenta oggi il giovanilismo dello spettacolo e della politica?
Una società che si nutre ingorda dell’immediato individualismo, che non conserva il sacro, che s’ammanta di falso perbenismo, che priva di valori segue le mode pazze, che si stordisce con droghe sintetiche confortata dal dio denaro, che aspetta che gli venga somministrato il “sedano acquatico” per morire col “riso sardonico” negli spasmi che contraggono il volto, nel sabba danzante verso il Golgo senza fine?







