Non siamo né migliori né peggiori di altri
A proposito del recente libro del critico Massimo Onofri “Passaggio in Sardegna”. L’analisi di Michele Pinna per Sesuja
di Michele Pinna
Massimo Onofri, professore di Letteratura italiana nell’Università di Sassari, saggista, nonché critico letterario della Nuova Sardegna, ma collaboratore di diverse altre testate giornalistiche, ha recentemente dato alle stampe, sotto la sigla editoriale della fiorentina Giunti, un volume dal titolo, “Passaggio in Sardegna”. Dalla riconoscibile atmosfera atzeniana questo “passaggio” evoca certamente il viaggio, il movimento, ma anche lo stare; il soffermarsi, più o meno lungo, più o meno breve, in un determinato luogo. Onofri fa parte ormai del paesaggio locale (credo di averlo visto decine di volte, come capita nei paesoni di provincia come Sassari, anche se non posso dire di conoscerlo, né di aver mai avuto l’occasione d’incontrarlo e di salutarlo) e la cosa non è strana poiché apprendiamo nel suo libro che, tra uno spostamento e l’altro verso la sua Viterbo, frequenta la nostra terra da una quindicina d’anni. Il suo, perciò, abbiamo buoni motivi per accoglierlo come un “passaggio” onesto, sincero e partecipe, quasi interno alla realtà e alla civiltà isolana ma, direi, anche a quelle venature d’umore e a quelle idiosincrasie che sono di noi sardi come di tutti i popoli della terra. Nella sua scrittura leggera e scaltra, superfluo ma bene dirlo, informata e colta, si coglie subito la dimestichezza con i luoghi, con le persone e con le cose, e se non con tutte, almeno con alcune ed importanti, che costituiscono il complesso e variegato “quasi continente” Sardegna.
Gli amici, del resto, che dichiara di frequentare e di conoscere, alcuni dei quali stimo come pochi, anche se non ci s’incontra spesso: da Gavino Mariotti, a Duilio Caocci, a Sergio Soggiu, non potevano non esserci in questo passare-stare, di cui Onofri molto amorevolmente e, direi, molto autorevolmente, ci fa dono.
Questo di Onofri è un libro che non ama, come non le amo io, né le mitizzazioni, né le folclorizzazioni idiote che, talvolta, come in squallidi scenari da avanspettacolo di periferia mi fanno vergognare di essere sardo; e mi rimanda al Lussu parlamentare dell’immediato dopoguerra che diceva: «Noi siamo un popolo né migliore né peggiore di tanti altri popoli, che merita ugualmente rispetto». Come dire “noi siamo noi. Punto”. Una lezione che non hanno capito né molti indipendentisti della domenica né molti scrittori che, pur di vendere qualche copia, non esitano a travestirsi da scimmie ammaestrate per ballare e ad esporre i loro riti balenti nelle vetrine dell’industria culturale. Ed Onofri fa bene a prenderli a scudisciate nelle orecchie.
L’autore si rivela in questo libro anche un uomo di mondo, amante delle cose belle, della convivialità e del buon vivere, con un’attenzione, direi, particolare, raffinata e sottile, alla bellezza femminile, cosa mai sottaciuta in questo lavoro tra il diario intimo, la confessione e la dichiarazione pubblica da critico militante, da filologo attento e preciso, da uomo di cultura a tutto campo, da professore preoccupato per i destini professionali futuri, prevedibilmente non facili, delle nuove generazioni.
Ma l’asse portante che regge questo libro come pochi altri, sapienti e colti, che sono stati scritti sulla Sardegna, più o meno partecipi, più o meno interni alle sue vicende storiche e antropologiche, è l’interrogativo sull’alternativa tradizione-modernità. Certo la posizione di Onofri è nitida. È la posizione del “finis Sardiniae” già espressa qualche anno fa da Salvatore Mannuzzu in uno scritto apparso sulla Nuova Sardegna che s’intitolava proprio “Finis Sardiniae”. Un po’ come nella dottrina hegeliana della “morte dell’arte”, dove essa muore con la classicità che ne ha congelato e codificato il suo spirito; e c’è voluto un grande slancio e un gran da fare nel Novecento, con i Benjamin, gli Adorno, gli Heidegger, i Pareyson, i Formaggio ma con le avanguardie artistiche e letterarie, con il cinema e con il teatro, ma ancor prima con i Nietzsche e gli Schopenauer, per ri-costruire e ri-radicare nell’immaginario culturale europeo quello della trasfigurazione e della ripetizione differente della natura e delle cose del mondo, in un loro continuo, eterno ritornare; per cui niente muore ma tutto si trasforma e si rigenera; eppure il vecchio calco hegeliano, cosi come appare nelle riedizioni Mannuzzu-Onofri, in chiave sarda, resiste ad oltranza, contro ogni visione europea post ottocentesca; e la Sardegna muore, finisce, con la sua arcaicità, con la sua “limba” (come dicono e scrivono con un vezzo giornalistico-folcloristico) con i suoi miti, con le sue realtà trasformatesi in leggende, in favole, con il suo primitivismo, con la sua balentia trasformatasi in folclore di cattivo gusto, in oleografie stantie, per lasciare spazio, finalmente, alla modernità. Ad una modernità che, per esempio, collocherebbe la kermesse di Gavoi, tra “i migliori festival del libro in Italia”.
A fronte, per autorevole dichiarazione dello stesso Onofri, di un pullulare di festival, disseminati nella penisola che valgono nulla. Bene il Festival letterario di Gavoi è poco più del nulla allora? Una cosa migliore del nulla; allora, grazie professor Onofri: la sua logica che nega mentre afferma o, se preferisce, che afferma mentre nega; mi conforta poiché non sono mai riuscito a vedere a Gavoi niente che non sia una ripetizione stanca e rituale di ciò che si vede qua e la per l’Italia o, peggio ancora, in televisione. A parte, naturalmente, la meravegliosa gente di Gavoi, gli amici e le splendide case in pietra, sovranamente conservate e salvaguardate, unica nota positiva e seria delle giornate gavoesi; o una modernità che vedrebbe la scrittrice Michela Murgia tra gli astri nascenti della letteratura italiana made in Sardinia. Chiedo al professor Onofri: sarà forse che “l’Accabadora” non possa appartenere a quella Sardegna della “finis”? O ritiene egli che un libro come questo possa davvero lanciare la Sardegna verso orizzonti seri di modernità, di non provincialismo italico e di non esotismo etno-urbano-centrico? Cosi come il suo indipendentismo inconcludente, impossibile? Capisco che per gli amici, talvolta, (poiché l’amicizia umana, talvolta ci porta a non vedere i limiti delle cose) si possa chiudere un occhio ma, nel libro di Onofri, ontologicamente, il posto e lo spazio infernale che egli ha riservato a Niffoi e a quell’indipendentista ruspante e maleducato di cui parla, al giustamente vituperato folclorismo da baraccone, lo avrei riservato anche alla Murgia, non tanto alla persona, s’intende, quanto all’opera, a mio modesto parere, priva di alcun valore letterario, etico ed estetico.
Perciò dico che la Sardegna, anche quella negativa, quella da consegnare al passato, quella che ci ha reso ciò che siamo, “nè migliori né peggiori di altri”, non è finita, non è morta, poiché sono convinto, nietzschianamente, che niente muore ma tutto si ripete e si rigenera. Si rigenerano e si ripetono il bene ed il male, cosi come la voglia, che c’ è stata, anche nella storia dei sardi, e che la caratterizza tuttora, di andare oltre il bene ed oltre il male. La Sardegna è tante cose, ha tante facce e tanti risvolti; apparentemente petrosa, ed anche inaspettatamente liquida; la storia le ha impresso diverse accelerazioni e diverse velocità, per cui in quest’isola è facile trovare il ritardo, l’isolamento, ma anche, intravedere orizzonti inediti di futuro. Sarebbe un peccato, girandola e vivendola, cercare di ridurla ad un unicum, il nostro, quelle delle griglie e delle categorie che ci rendono riconoscibili le cose. Certo è naturale ed è legittimo, persino onesto, direi, che il mondo sia quello della nostra “volontà” e quello delle nostre “rappresentazioni”; ma è, almeno prudente, ed in fondo persino bello, se non giusto è vero, fraporre tra noi e il mondo che ci rappresentiamo, anche un pizzico di sano dubbio.







