Ipocrisia o inganno

Migliaia di giovani sardi emigrano ogni anno perché in Sardegna non c’è lavoro, perché la Regione non è capace di progettare un futuro. L’analisi di GB Sanna per Sesuja

 

 

di GB Sanna

 

PopolazioneIeri mi è capitato un fatto strano. Sono andato con mia moglie in un supermercato e davanti all’ingresso due zingare bene in carne e un bambino mi chiedono la solita elemosina; una zingara tiene un bimbo in braccio, l’altra sta scrocchiando patatine, il bambino sui dieci anni divora una merendina e beve un succo. All’uscita oltre agli zingari, appoggiato al muro vicino ai carrelli, c’è un ragazzo, sui vent’anni, nero, non mi chiede niente, il volto smunto e triste, con due occhi che implorano carità. Il bambino si avvicina assieme alla ragazza e mi chiede il carrello, cercando di strapparmelo da mano. Guardo il giovane, non posso dare la moneta a nessuno dei due perché ho infilato nel carrello un gettone. Il ragazzo si gira e rivolgendosi al giovane africano gli dice arrogante “vai via da qui sporco negro”, aiutato dalla ragazza che gli dà una spinta. Mi giro verso il giovane, lo guardo, gli chiedo da dove proviene risponde “Gambia”. Incuriosito lo interrogo. In Gambia non c’è la guerra, è un piccolo stato, più piccolo della Sardegna, dal 1994 ufficialmente è una democrazia, di fatto dalla stessa data impera una feroce dittatura. È un paese frequentato da molti turisti europei e americani, le terre sono fertili e sfruttate a monocultura delle arachidi, alla raccolta lavorano in molti, tutti ricevono misere paghe, le arachidi di proprietà delle compagnie multinazionali sono inviate in Europa. I giovani emigrano per tradizione, perché c’è una povertà estrema, per la dittatura, perché sai quando esci da casa e non sai se rientri. Fuggono soprattutto i diplomati e i laureati, lui è diplomato in una scuola alberghiera. Vanno via in America e Europa. Vanno via perché vedono la televisione satellitare. Vanno via perché esiste la propaganda, voce a voce, che consiglia di emigrare e li accompagna sino alla Libia o al Marocco. Pagano all’inizio del viaggio e non si devono preoccupare di niente. Devono solo ubbidire agli schiavisti. Una volta arrivati in Libia aspettano il turno in casermoni o in tende, sino alla partenza. Arrivati in Italia aspettano. Sanno dei centri di accoglienza, sono informati sui loro diritti. Sanno a chi si dovranno rivolgere, hanno i numeri di telefono. Per lui arrivare in Sardegna è stata una sfortuna perché il referente dell’organizzazione schiavista lo aspettava in Sicilia, hanno referenti anche nel Lazio, in Lombardia, in Emilia e in Veneto. Questi referenti che, fanno parte dell’organizzazione, hanno il compito di trasferirli nell’Europa del nord. Una volta arrivati telefonano in Gambia e la tratta continua per chi spera di partire. La strada è Senegal, Mali, Niger, deserto e solo deserto, sino alla Libia. Stai fermo sino a quando non ti dicono che è arrivata la “barca”. Sulla “barca” trovi quelli come te, poi arriva la marina italiana e sei in Italia. Dalla Sicilia ti aspettano e vai al nord. Sei salvo se arrivi al nord. Allora hai vinto.

Vincevano anche i Sardi che per sfuggire alla miseria, ai baroni, alla miniera, all’esercito chiamato dai padroni stranieri che sparava e uccideva, emigravano in terre lontane, eccitati dalle lettere di chi aveva tentato. Nei primi 15 anni del Novecento partirono, soprattutto dal nord dell’isola, quasi 100 mila uomini, con una media di circa 6 mila persone all’anno. Si partiva da Porto Torres con formaggio e salsiccia. A Genova si aspettava il piroscafo, buttati nel porto, picchiati dai gendarmi, sfruttati dai camalli ai quali si pagava il pizzo per l’imbarco. Un mese e mezzo di viaggio nella stiva. ché era vietato salire in coperta a vedere il sole e respirare qualcosa che non fosse fumo di carbone e puzza di marcio e finalmente i fortunati vedevano le acque grigie del Mar della Plata. La maggior parte arrivò in Argentina per conoscere la libertà. Lì trovarono i Veneti che erano partiti prima e pure se erano italiani parlavano una lingua sconosciuta, non erano amici e a loro si pagava il biglietto d’ingresso. Si emigrava ragazzi, in gruppi per paese, senza cultura, analfabeti, con la quinta appena, servi pastori e servi di braccia. Si lavorava nelle ferrovie, nelle pampas, in Patagonia, a Cordova, a Santa Fe, a La Plata, a Buenos Aires. L’Argentina era vuota, occorrevano braccia forti, instancabili, gambe corte e muscolose, a sollevare pietre, traverse e binari, a controllare migliaia di pecore, a fare formaggio. Uomini capaci di stare sotto il sole, a confondersi con le pietre scure e l’erba arida della Patagonia. Si andava a morire o a fare fortuna. I deboli non ci sono neppure arrivati, perché stipati nelle stive dei piroscafi sono scoppiati senza vedere il sole, buttati in mare in pasto agli squali che seguivano a branchi la nave. Anche quelli erano anni maledetti o di speranza. Costituirono le Casse di Mutuo Soccorso, Leghe di Lavoratori, imprese sarde. Si racconta nei circoli sardi di Buenos Aires che Juan Domingo Peron fosse in realtà Juanne Piras di Mamujada. Il formaggio ovino si chiama “Sardo”. Figli di Sardi dirigono aziende, alberghi, ricoprono funzioni pubbliche importanti, sono di destra o di sinistra, altri vivono a “Villa 31” o a “Ciudad Oculta” a vedere i figli che si fanno di “pasta base”.

Questa è, e sarà sempre la storia del mondo. In questo non occorre ipocrisia. Ci sono migliaia di giovani sardi che emigrano ogni anno perché in Sardegna non c’è lavoro. Non c’è lavoro perché la Regione Sardegna non è capace di progettare un futuro. La Regione Sardegna non sa spendere le ingenti risorse comunitarie e chiama stranieri ad investire, quegli stessi imprenditori stranieri che svolgendo il loro compito si impossessano delle risorse dei sardi. La Regione Sardegna priva i suoi giovani delle potenzialità che la loro terra possiede e che sono suscettibili di produrre ricchezza per i sardi e li costringe a migrare, nel cambio arrivano navi della speranza che gettano giovani a disposizione di qualcosa che pare servirà a cambiare il nostro e il loro destino. Se la Regione Sardegna non fosse matrigna potremo fare anche accoglienza per i giovani che arrivano sbattuti fuori dalle loro terre non solo dalle guerre, ma dalle multinazionali, anche italiane, e dalle banche di affari perché sono d’impiccio e creano fastidi alla monocultura di cereali, legumi, essenze legnose, cotone, caffè, te, cacao, alla pesca, all’ estrazione del petrolio e del gas, dell’oro e dei diamanti. Altri fuggono disperati da una guerra pretesa dall’Occidente che crea distruzione è morte e che l’Occidente non vuole risolvere. La metà dei governi africani sono dittatoriali e fanno affari con le multinazionali, anche italiane. Quegli stati nelle cui spiagge approdano i bambini uccisi, le cui foto sono pubblicate dai media occidentali, non si curano dei diritti umani palesemente violati e anzi stringono accordi con i carnefici di turno. Esempio l’accordo Italia-Etiopia per la costruzione della diga sul Nilo della Salini Costruzioni-Impregilo, un progetto che fa scomparire da quelle terre le persone e prevede che migliaia di ettari siano coltivati a monocultura irrigua. Ecco da cosa scappano e perché rischiano la vita quegli uomini.

Ipocrisia o inganno.

Ha detto Soru in una intervista al Tg3 del 4 settembre scorso: «Vedo l’arrivo di queste donne e questi bambini come una benedizione non come un problema per la Sardegna, una Sardegna che invecchia fatta da molti paesi che si spopolano; 120 mila ettari di terra irrigata e inutilizzata in Sardegna è una responsabilità che possiamo continuare a tenere o dobbiamo capire che forse abbiamo anche persino bisogno di loro…».

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