Il territorio come presupposto strategico

Governare la Regione come se fosse uno Stato di cittadini e non un’appendice del villaggio globale

 

 

di Michele Pinna

 

Consiglioregionale2014
Il Consiglio regionale sardo

In Sardegna, oggi più di ieri, come in altre regioni italiane ed europee, c’è bisogno di una politica che guardi a se stessa e al mondo e ponga il proprio territorio come presupposto strategico perché nel mondo e dal mondo abbia una sua riconoscibilità e tragga i migliori vantaggi per la felicità e il benessere dei cittadini. Da noi questa esigenza e questa consapevolezza odierna ha radici antiche, ed ha una sua storia e una sua cultura che si è chiamata e che a me piace, ancora, chiamare “sardismo”. Una visione del mondo, direi, che è nella coscienza di molti sardi e che i sardi esprimono in maniere diverse: si tratta di saperle riconoscere e intercettare. Purtroppo, questa coscienza variegata non ha trovato riscontri nelle azioni politiche concrete; neanche in quelle portate avanti dalle bandiere che al sardismo hanno detto di richiamarsi e che continuano ad evocarlo ritenendosene, negli annunci e nei proclami dei loro leader, detentori unici ma, ormai, senza un perché. Con il tramonto del vecchio autonomismo – che, comunque, almeno nelle idee di fondo e nella progettualità politica ha avuto non pochi meriti e che, in qualche modo, negli intenti ha sempre lasciato intravedere venature sardiste, trovando nel Psd’Az terreni di confronto e di dialogo, talvolta anche di concorrenza – ci troviamo dinanzi ad una situazione oscillante tra un indipendentismo incerto ed un economicismo austero-punitivo determinato a caduta dalle politiche romane prone all’Europa delle banche e della finanza. Tutto ciò senza rendersi conto che i sardi non sono per le parole ma per i fatti. La loro intelligenza antropologica è un’intelligenza tattile, visiva. Credono in ciò che toccano, in ciò che vedono e soprattutto in ciò che gli uomini fanno. I sentimenti e le parole li incuriosiscono ma non sono sufficienti per convincerli. È sempre stato così. Pure da “vinti” non sono stati mai “convinti”; da qui i loro sospetti, i loro risentimenti, ma anche la voglia, ormai percepibile a fior di pelle, di voltare pagina. Le elezioni di Porto Torres e di Nuoro sono due risvolti della stessa medaglia.

Ciò che mi riesce di capire, da questi due esperimenti, parziali e locali quanto si vuole, è che i sardi non si fidano più di un qualche parterre ideologico più o meno blasonato, magari da rivedere e correggere, da ri-comunicare, da riverniciare se vogliamo, un qualcosa di astratto che aggreghi: tipo una “cosa” sardista che unisca, che federi, che consorzi o una cosa “indipendentista”. Niente di tutto questo; ora si tratterà di attendere i risultati concreti rispetto a ciò che le rispettive amministrazioni sapranno fare.

Ma indipendentemente, ciò che i sardi vorrebbero, a mio modo di vedere, è un’intesa seria e profonda, tra le sue classi dirigenti, il suo ceto politico, tra gli intellettuali, gli uomini di cultura, i lavoratori, i giovani disoccupati senza meta e senza prospettiva alcuna, tra i giovani professionisti che ancora devono fare i conti e sgomitare con le vecchie rendite di posizione sponsorizzate e protette dalla politica vecchia maniera; tra tutti gli uomini e le donne di buona volontà, su alcune cose primarie non da dire ma da fare, valorizzando anche quello che di buono si è già fatto, per uscire dal pantano limaccioso e putrido in cui ci troviamo. Pena tutte le derive possibili edite e inedite. Ma in primo luogo serve una classe dirigente credibile, che si senta veramente sovrana nel proprio territorio, e che abbia mostrato di esserlo, che dica no ai presta nome, che non sia riciclata e ascrivibile al passato per responsabilità, per metodi e per stili; che sia autorevole, determinata, libera, non comprabile né addomesticabile. Che si renda persino antipatica, in certi casi, ma attiva e concreta. Individualità e testimonianze encomiabili, in tal senso, la Sardegna ne ha sempre avuto e continua ad averne; ciò che è mancata e manca è però un’azione complessiva e mirata, corale. Così come servirebbe una Scuola ed un’Università, un ceto imprenditoriale, una nuova borghesia delle professioni, in grado di elaborare un progetto originale che veda il territorio, l’ambiente, le sue risorse culturali, i suoi saperi e le sue tradizioni produttive estromesse dal mercato ma soprattutto i giovani, la loro dimensione umana, i loro sogni, se ancora ne fanno, come elementi primari da cui attingere i beni per la propria esistenza come cittadini e come popolo consapevole. Ed una Regione che favorisca e promuova questo progetto dandogli quella sovranità e quella capacità di governo che nel passato, ed anche nel presente, era ed è dell’autorevolezza statuale.

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