Se le ideologie hanno fallito per la politica non tutto è perduto ma…

«Cerca l’uomo come fine non come strumento», diceva il grande filosofo tedesco Immanuel Kant. La riflessione di Michele Pinna per Sesuja

 

 di Michele Pinna

Montecitorio
Montecitorio

Che il tempo delle grandi narrazioni sia finito ne abbiamo preso atto da molto. Noi stessi siamo stati, in un modo o nell’altro, protagonisti e artefici di questo tramonto che, ormai, credo, non rivedrà più albe. Quante divinità sono morte, sono state uccise nel decretare il crepuscolo e poi la notte fonda delle ideologie, delle tante topiche della politica che il Novecento aveva allevato e cresciuto dentro di sé? Tante. Quante attese sono state tradite, quanti annunci messianici non hanno visto l’arrivo di alcun messia? Tante.

La diagnosi antropologica che i filosofi e i sociologi del disincanto hanno fatto è che l’uomo contemporaneo, quello che vive nel tempo della fine dei grandi racconti, sentitosi tradito e abbandonato da tutto e da tutti, è privo di curiosità, di energia vitale creatrice, e con esse ha perso la capacità di stupirsi e quindi di dare origine a nuovi percorsi verso la ricerca e la conoscenza del vero, del bello, del giusto, del sacro. Tale diagnosi mi porterebbe ad aggiungere che, quest’uomo, ha smesso anche di amare. Sì, anche di amare, poichè se la conoscenza è amore e l’amore è conoscenza, dunque principio vitale di ogni cosa, come ha fatto dire Platone ai tanti interlocutori presenti nei suoi dialoghi, rinunciando a conoscere l’uomo ha rinunciato anche ad amare; forse senza rendersi conto che rinunciando ad amare l’uomo ha rinunciato a quello stesso gesto originario che gli ha dato la vita. Ha rinunciato, dunque, all’orgoglio ma, insieme, all’umiltà di sé che crea in lui la condizione primaria per la ricerca dell’altro. Rinunciando ad amare l’uomo rinuncia anche alla trasmissione di sé, alla perpetuazione della sua presenza nel mondo, per cui ogni ricordo e ogni azione costruttiva di memoria, individuale e collettiva, sarebbe inutile e resterebbe vana.

Il recente film del regista sassarese Bonifacio Angius “Perfidia”, mi sembra che incarni molto bene questo nuovo soggetto antropologico: l’uomo privo di volontà, di orgoglio, incapace di desiderare e di provare emozioni, passioni, sentimenti se non quello del nulla. Un sentimento freddo, grigio, monotono, assurdo, confinato dentro un’impotenza rinunciataria priva di vita, come il fango del racconto biblico, inanimato prima che ricevesse quel soffio, quell’alito caldo dell’amore Divino.

Nessuna metafora, nessuna performance artistica o letteraria, credo possa raffigurare e rappresentare il gesto divino della creazione di un ente dotato di anima, di energia, di emozioni, d’intelligenza. Nessuna potrebbe eguagliarlo nella sua efficacia esplicativa, neanche quelle della mitologia e della filosofia occidentale.

Eppure questa impietosa, apocalittica, disincantata visione della condizione umana, in cui sembrerebbe essersi incagliata la nostra vita, credo che, nonostante tutto, non abbia intaccato gravemente la sostanza buona dell’uomo. Quella sostanza originaria determinata da un atto d’amore. Credo questo poiché ritengo che le grandi narrazioni che hanno fallito, che si dimenano nelle loro lacerazioni e nelle loro pochezze, siano tutte rimaste esteriori ed in superficie rispetto alle profondità ancora rimaste inesplorate dell’animo umano e dei grandi spazi che ancora intercorrono tra il cielo e la terra.

Di questo cerco una comprensione, anche, nel linguaggio di Papa Bergoglio. Un linguaggio che rifugge dalle metafore della Grande Narrazione, forse la più grande e la più duratura, dalla sua sintassi e dal suo lessico. Solo qualche immagine, con parole semplici, frasi corte, sguardo sorridente, che tutti possano comprendere e in cui, soprattutto, possano riconoscersi. Un linguaggio, d’altra parte, capace di schivare la banalità del quotidiano che, irreversibilmente, ha consumato e reso ovvi ed ottusi, dunque incapaci di attrarre e di comunicare, tutti gli altri linguaggi, anche i più raffinati e colti, che svaniti nei media, negli applausi, nei festival di ogni genere, nel circo a tutti i costi sono privi di alcuna efficacia. Da qui, sopratutto da parte dei giovani, oltre che nei confronti della politica e della partecipazione, anche il disamore per la lettura, per la scuola, per le aule universitarie, per le parole dei maestri, che pure ci sono, e che meriterebbero di essere ascoltate e vissute. Il Papa, con il suo linguaggio fresco e vitale, cerca di scendere in profondità per trovare la buona radice che possa rilanciare e fare svettare la pianta dell’uomo che sembra aver esaurito la sua voglia di crescere nel terreno del tempo ma che la stessa vicenda umana ha portato ad inaridirsi e quindi a privarlo di nutrimento. In cosa risiede, dunque, la bellezza e l’efficacia di questo linguaggio? Principalmente, ritengo, nel fatto che esso non inneggia alla trascendenza, non indica fughe o evasioni ultraterrene, consolatorie ma esorta a vivere il tempo, nel tempo che è in ciascuno di noi, animandolo con la speranza di poter costruire insieme un futuro migliore, più prossimo all’uomo, di quanto non lo sia il presente. Una grande lezione di azione politica e civile. Proprio come Agostino di Ippona e come Francesco d’Assisi.

A tutto ciò aggiungerei, anche, la grande lezione di Kant: «Cerca l’uomo come fine non come strumento». Una lezione che il filosofo di Konisberg ha costruito nello spirito e nella lettera di un cristianesimo autentico, rigoroso, che pone come anello di congiunzione tra il cielo e la terra l’uomo e la sua capacità, ancora inesplorata, di amare; l’uomo che cerca di vivere il tempo, nel tempo che è in ciascuno di noi, consapevole dei propri limiti.

Una lezione su cui la politica e coloro che hanno responsabilità pubbliche, compresi gli intellettuali, gli educatori, i maestri, i giornalisti, dovrebbero e dovremmo meditare tutti, come cittadini e come uomini di buona volontà. «L’uomo è un fine non uno strumento». Parlare all’uomo, agire per l’uomo e con l’uomo è il più grande atto d’amore, di civiltà e di democrazia che la politica, una politica non giacobina e non elitaria, possa compiere. Un grande gesto di carità verso l’uomo, di “claritas”, per aiutarlo a portare alla luce ciò che ancora giace nella profondità oscura del suo animo. Perciò andrebbero studiate azioni e scelte politiche che non suscitino rancori, risentimenti, asti, nei confronti della vita pubblica da parte dei cittadini e, soprattutto, fare in modo che la vita pubblica, le istituzioni, non siano nemiche, ostili all’uomo. Perciò il problema credo che non risieda tanto nel fare o non fare altri partiti, nel proclamarsi di destra o di sinistra, italianisti, europeisti, sardisti, indipendentisti, pacifisti, ambientalisti, giudici impietosi e giustizieri di tutto e di tutti, se prima non si riprende in mano il bandolo della matassa. Se non si riprende insieme, tutti insieme, totu paris, la ricerca, la coltivazione e la cura della pianta-uomo ormai avvizzita, che non ha più voglia di andare avanti, che si rifiuta di andare a votare, che si rifiuta di credere, di partecipare, di scegliere, d’incuriosirsi a qualcosa, di selezionare il grano dal miglio, per cui tutto sembra uguale, tutti sono ladri e cialtroni, e non ascolta che i rumori dello stomaco e della pancia. Se non si va alla ricerca delle sue buone radici, speranzosi che ancora non siano intaccate, proprio come fa il Papa. E siccome il Papa non può, anzi non deve fare tutto, è giusto che la politica, una nuova politica, riprenda a parlare con gli uomini e con le donne. Renzi, se mi leggerà, magari dirà che il modello di questo nuovo modo di parlare e di fare, nella politica, è proprio lui; e io dico che, in parte lo è, almeno più di quanto non lo siano quelli che credono di poter succhiare dal brodo delle sue parole. Tuttavia non basta. Alla politica nuova spetta il compito non solo di parlare ma anche di agire in maniera nuova ed incisiva. La parola non basta. Non basta a Roma e non basta nei circuiti locali. Non basta nelle regioni, non basta nei comuni, non basta nelle Asl, non basta nelle microdinamiche quotidiane del fare politica. Non basta negli uffici e negli apparati burocratici, vero cancro della nostra civiltà. Anzi, proprio in queste pieghe/piaghe è necessario cambiare passo, metodi, stili, linguaggi, comportamenti; altrimenti se la democrazia repubblicana ha avuto un senso alla sua nascita, e lo ha avuto, alla luce del suo fallimento le sue manifestazioni più alte (stato costituzionale, partiti, regionalismo, autonomismo, decentramento amministrativo ai comuni, alle aziende sanitarie, nell’ etica pubblica) oggi ne è proprio priva e, in queste condizioni, è tanta la voglia di dare ragione a chi vorrebbe trasformarla, e in parte lo sta già facendo, in meglio o in peggio, ancora non è dato saperlo (ma speriamo che si riveli la sua parte migliore), insieme al risparmio di danaro pubblico e alla pulizia morale.

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