I non luoghi… dei luoghi
Il multiculturalismo trova impreparate le società moderne e ha la sua più grande minaccia proprio nella società globalizzata. La riflessione di Daniela Masia per Sesuja
di Daniela Masia
L’effetto della globalizzazione è stato quello di trasformare le società del passato in società di massa che trasforma le culture e le nazioni in mercati la cui essenza è quella di società votate al consumismo, caratterizzate dalla comunicazione di massa e dall’irrinunciabile (forse) strapotere dei mass media. Il miraggio della globalizzazione ha avuto una vittima sacrificale di rara preziosità: la società. Società che, secondo lo studio del sociologo Alain Touraine «[…] è sempre determinata da un insieme di pratiche ma anche da un sistema di costruzione della realtà. In passato, le società si sono pensate e costruite in modo religioso, poi, a partire dal Rinascimento, si sono costruite attraverso il pensiero politico. In seguito, negli ultimi due o tre secoli, la società industriale si è pensata in termini socio-economici, tanto che alla fine società e economia hanno finito per identificarsi». Questa situazione tanto globale di finta condivisione ha sottratto spazi e luoghi alle società e agli uomini un tempo attori ora esecutori acritici della vita stessa. Le società hanno passato centinaia d’anni a costruire relazioni interculturali e multiculturali, sia nelle avventure mitiche del reciproco riconoscimento sia anche in quelle più aggressive d’invasione e di rapina.
Oggi, dopo tanto progredire comunque in nome della civiltà e della modernizzazione delle civiltà, il multiculturalismo trova impreparate le società moderne e ha la sua più grande minaccia proprio nella società globalizzata con quelle conseguenze appena sopra citate. Cosa manca a questa società di massa? Mancano i principi morali e anche delle buone basi istituzionali; mancano gli uomini e le donne che pensano la struttura della società. La globalizzazione ha lavorato e lavora per destabilizzare tutti i luoghi certi delle società e tra tutti quello della comunità; dell’essere comunità e anche dell’essere vicinato. Luoghi piccoli e anche imperfetti ma veri e fatti di calore umano, di solidarietà e di sostegno morale, economico, familiare. Dove la cura dell’altro era pratica e costume del buon senso, del rispetto e dell’idea di una sopravvivenza buona, come attesa e come fare e saper fare, come sogno come ideale. Queste comunità erano bastanti a se stesse, con tutti i limiti e con tutte le difficoltà che le caratterizzavano, erano attraversate anche dalle diversità culturali e razziali spesso subendone le difficili combinazioni, spesso riuscendo ad amalgamarsi dando esiti diversi, ma sempre costruendo prospettive di vita e relazioni operose forti delle propria specificità e di quelle poche essenziali certezze su di sé che non vacillavano davanti alle differenze ma che, quelle differenze, sapevano se non comprendere certo accettare, riconoscere e misurare. Oggi nella società di massa, ciò che è stato venduto sull’altare della globalizzazione è una finzione di condivisione, la celebrazione di una libertà vituperata e deprivata del senso profondo della sua conquista, è l’annientamento del rapporto con una specificità di comunità, con un’identità e un’identificazione con i luoghi e con gli stili e con la storia e il passato sempre maestri delle scenografia di ogni vita pronti ad agire per rammemorare. Comunità annientate per lasciare spazio alle monocomunità individuali, esasperatamente alla ricerca di…prevenute e sospettose di tutti e tutto poiché lo sono di sè. Oggi tutto è rilanciato sullo slogan della raggiunta libertà e della autosufficienza esasperata, che non è conquista di libertà ma la sua più tragica negazione, l’oggi è il luogo in cui tutto è permesso perché nulla in realtà lo sia! Oggi la società è schiava; e la più schiava delle società che la storia ha conosciuto. Schiava perché non è più libera di scegliere (forse) ciò che vuole fare perché il da farsi è già preconfezionato dentro pacchetti promozionali dove tutto è spiegato, tutto pensato, tutto deciso. La più grande illusione è proprio quella che identifica la libertà con la scelta delle opzioni. Del resto questo esercizio deve essere svolto perfettamente e senza indugi perché la società del consumo non ammette tentennamenti, nemmeno se riguardano la scelta tra pacchetti e offerte diverse! Così nel luogo del tutto pensato, del tutto digerito, gli uomini e le donne hanno disimparato progressivamente a riconoscersi. Sono condannati a un destino di oblio progressivo e inesorabile di tutto, di se stessi dell’identità e delle identificazioni con i luoghi, delle personalità e delle specificità. Nuove pseudo comunità sono state inventate: i megacentri commerciali, dove il tripudio dell’illusione della libertà agita, si scontra con il risultato più straordinario ottenuto dalla globalizzazione, la totale anonimia che caratterizza questi nuovi santuari para-comunitari, imitatori sleali delle vecchie comunità. Luoghi e spazi dove le persone si conoscevano nome per nome, e sapevano coltivare un orto, sapevano lavorare la terra, pescare, cucire e panificare, scrivere e leggere e capire. Così a proprosito di questi temi si esprime il filosofo Michele Pinna ne “I luoghi dell’Anima, geografie, letteratture, lingue, popoli e nazioni nell’Europa del terzo millennio”: «[…] Fino a una quarantina d’anni fa la famiglia […] era avvolta da un’aura comunitaria che si esprimeva nella vicinanza delle abitazioni tra di loro. I vicoli e le […] strade e i vicinati costituivano luoghi sicuri della vita quotidiana. La strada era un prolungamento naturale dello spazio chiuso della casa. Le pareti domestiche che pur separavano la vita pubblica da quella privata, costituivano allo stesso tempo, le metafore di una vita in continua trasparenza. Niente era era sconosciuto agli “estranei”. Estranei, appunto, per modo di dire. Niente avveniva dentro le case che non potesse essere vissuto e condiviso pubblicamente. Era questa, anche, la morale della vita comunitaria, che la casa nella sua strutura fisica alimentava e custodiva».
Oggi poiché tutto è opportunamente obliato le società del consumo dove la massa è massa acritica, le società hanno dovuto pensare un modo per non fare credere che con la globalizzazione proprio tutto non sia perduto! Dunque il mondo intero è animato di progetti di recupero… I corsi di recupero imperversano, nuova cifre di un sapere debole e mancante, mancante di senso, ricordano come era bello cucire e panificare, come le tue zucchine non avevano eguali, come essere carpentiere, maestro e così via, era qualificante come una festa paesana o come la costruzione di una chiesa, di una nave, di una scuola. Come era bello pensare e progettare per la propria vita. Come fare un dolce e cucire un corredo da sposa…In mezzo al devastante progredire dell’oblio della civiltà tra tutti, è scomparso l’originario senso di ricerca dell’altro, curiosità e gusto dell’altro. Oggi il multiculturalismo, nel deserto delle identità originarie, ci terrorizza e ci mette armati l’uno contro l’altro. Abbiamo bisogno di reimparare a decodificare il senso della vita e per fare questo è obbligatorio (tertium non datur) che ogni cultura difenda il diritto che ciascuno ha di creare, utilizzare e trasmettere una cultura che si definisca in primo luogo per la difesa di contenuti universali, della ragione e dei diritti umani. Solo principi così universali, universalistici possono difendere in maniera efficace la varietà culturale. E forse per saperci misurare e poter resistere alla società e alla cultura di massa e al sistema dell’economia globalizzata, dobbiamo dare priorità alle culture che si autodefiniscono in termini universalistici: le religioni principali, tutte le azioni volte alla difesa delle minoranze, sessuali, nazionali, linguistiche et similia. La difesa della cultura nazionale o regionale è una delle condizioni principali per la definizione di un atteggiamento positivo nei confronti del pluralismo culturale, almeno quando le culture, al di là della propria identità e specificità, si definiscono come espressioni della generale capacità umana di creare sistemi simbolici ed elaborare giudizi di valore, pensiero critico e capacità umana di pensarsi e strutturarsi attraverso di essi.








