Dentro la crisi: l’antipolitica e la paura dell’altro

Dagli uomini di buona volontà nuove responsabilità per il presente e per il futuro. Il mostro sacro chiamato “Europa”

 

 di Michele Pinna

ParlamentoEuropeo1.jpgLe vecchie metafore e le vecchie retoriche nazional-risorgimentali dopo aver navigato a fatica nelle acque, rivelatesi molto insidiose, dell’atlantismo e dell’europeismo ipocrita, annaspano nei marosi della corruzione, dello spreco pubblico, della mancanza di autorevolezza politica internazionale. L’ idea di sovranità nazionale, di capacità autodeterminativa dello Stato, di uno Stato pur nato male, costruito con fatica, con grandi sacrifici di carne e sangue da parte di tutti, sembrano non avere più senso. L’unica ciambella di salvataggio sembra essere l’immolazione sadica ed autolesionista ai poteri della troika ed ai voleri assurdi ed inumani del Trattato di Maastricht.

Dinanzi a questo mostro sacro che viene chiamato “Europa” appaiono il degrado delle città e dei centri grandi e piccoli, la lacerazione irreversibile del tessuto produttivo industriale, grande, medio e piccolo, dell’ impresa artigiana, l’allontanamento progressivo dalle urne dei cittadini, registrato ad ogni tornata elettorale, compresa quest’ultima, parziale e locale quanto si vuole, ma fortemente segnalatrice della tendenza ormai dispiegata: l’antipolitica, le fobie etniche, il razzismo territoriale, l’egoismo.

Sono tutti i prodotti peggiori dell’allontanamento culturale, direi antropologico, del cittadino, da quelle forme di convivenza e di civiltà che la cultura democratica europea, antica e moderna, aveva conquistato e costruito nei secoli, con grande sacrificio, superando le guerre, le carestie, le pandemie, i retaggi della schiavitù e del servaggio, le dittature.

Si tratta di una vera e propria regressione a forme di primitivismo biologico, a richiami arcaici evocati dallo spettro della morte che l’altro, la paura che esso ne suscita, come ogni cosa sconosciuta ed ignota, richiama.

Sono il frutto del lungo malgoverno delle risorse naturali ed energetiche, che ci annunciano giornate senza orizzonte alcuno, improgrammabili, della nostra vita futura. La fine della falsa opulenza, tutto amplificato da un uso selvaggio dell’informazione suscitano odi, rancori, acidie, chiusure narcisistiche, individualismi esasperati.

Le idee che ci hanno dato forza e speranza negli anni della nostra formazione, al servizio del bisogno di uomini nuovi in grado di sostituire il vecchio etnocentrismo europeo, il vecchio cristianesimo esclusivista e monolitico, il vecchio nazionalismo, aggressivo e sanguinario, le vecchie logiche di un capitalismo inumano, alla ricerca di nuove forme di convivenza mondiale, di nuove alleanze e di nuovi patti tra gli uomini, agognate da filosofi come Schopenhauer, come Nietzsche, come Marx, come Bergson, come Cioran, come Maritain, come Gramsci, come Bellieni, come Spinelli, urlano e gridano dolore, sofferenza, dinanzi a questa umanità che non è più in grado di riconoscere se stessa attraverso l’altro; di uomini che non sono più in grado di scriminare il grano dal miglio; di parole liquide che scivolano continuamente dinanzi alla realtà sempre più indicibile ed inafferrabile. Dove tutto appare instabile, fluttuante, slittante.

Che dire? Ma soprattutto Che fare? La prima risposta che gli uomini di buona volontà possono dare, perchè d’altro non si può parlare, ormai, (abbiamo visto all’opera i tecnici, gli scienziati, i professori- ini e oni, gli uomini di spettacolo, le soubrette, i comunicatori, i grandi strateghi, i volti nuovi, i giovani) se non di uomini di buona volontà. Di questi se ne sono visti e se ne vedono molto pochi, nel governo della cosa pubblica.

Eppure è a loro, agli uomini di buona volontà, a noi cittadini qualunque, che spetta il compito di salvare il salvabile; intanto iniziando a curare bene ciò che facciamo partendo dalla soglia di casa. Nel piccolo paese, nelle nostre cittadine, nelle nostre associazioni, nell’ente che amministriamo, imparando a riconoscere altri uomini di buona volontà; riprendendo la coltivazione e la cura dei valori: della fratellanza nelle idee, dell’amicizia e della solidarietà per il sostegno delle cause giuste ed utili al bene di tutti; dell’amore per il prossimo e dell’impegno perchè insieme si possano costruire le condizioni di una vita buona; nel rigore e nella puntualità dell’azione per la quale ognuno è chiamato a dare il proprio contributo.

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