La Sardegna fra nord e sud

L’Onu disattenta non vede che nei terreni destinati a monocultura gli abitanti si immiseriscono e sono costretti ad emigrare. L’esempio del Venezuela. La riflessione di GB Sanna per Sesuja

 

 

di GB Sanna

Caracas
Una veduta di Caracas

Studiando i flussi del commercio internazionale si certificano fenomeni strani, inimmaginabili, fantastici. Sono i cosiddetti paesi poveri, il “sud” del mondo, che producono per noi che siamo il “nord” ricco che trasforma i prodotti, li consuma e con quelli che rimane aumenta le esportazioni alimentari al “sud”. L’Onu dice che il “sud” non produce abbastanza cibo per le sue popolazioni, non consuma ciò che produce e i paesi del “sud” sono costretti ad acquistare cibo dal “nord” che pensa anche a loro. L’Onu dichiara che gli abitanti del “sud” sono troppi, fanno troppi figli ma non sono capaci di portare ricchezza aggiunta con la trasformazione dei loro prodotti. Non sempre è vero ciò che afferma l’Onu. Venezuela, Ecuador, Argentina, Brasile, e quasi tutti i paesi africani hanno densità di popolazione inferiore all’Italia. L’Onu dimentica che le multinazionali occupano territori immensi destinati a monocultura. L’Onu disattenta non vede che nei terreni destinati a monocultura gli abitanti si immiseriscono e sono costretti ad emigrare. Se uno stato si ribella arrivano le sanzioni del Fmi, della Banca Mondiale e dei ricchi stati del “nord”. Quelle “Banche di Affari” pretendono indietro gli interessi e per pagare gli interessi gli stati del “sud” sono costretti a cedere sempre maggiori porzioni di sovranità alle multinazionali che decidono anche le sorti della politica di quegli stati.

L’esempio, che conosco bene, è il Venezuela. Nell’enorme città metropolitana di Caracas l’85% della popolazione vive sulla costa, mentre nel centro sono state distrutte porzioni enormi di foresta. Segherie ambulanti di imprese italiane hanno buttato giù alberi millenari per costituire lande di pascoli per animali da carne da inviare alle nostre industrie italiane per la produzione dei famosi “scatolati”. Con l’aiuto di finanziamenti comunitari e di esperti docenti universitari, perché accademici hanno affermato che i tagli non avrebbero provocato danni a quelle terre, è stata finanziata l’impresa. All’espianto sarebbe seguito l’impianto con essenze controllate; cosa che non è volutamente accaduta. Con determinazione da quelle terre, assieme agli alberi, sono stati sradicati gli indios dei quali si è detto che non valevano niente e da tutto il mondo sono arrivati gli invasori, che sono fuggiti dai campi e si sono stabiliti a Caracas. La conquista delle terre da parte delle multinazionali avviene in ogni parte del mondo con la stessa tecnica: si individua la nuova colonia, si verificano le condizioni ambientali per una determinata impresa, si donano aiuti commerciali, si stipulano i trattati, si pagano gli esperti, si fanno progetti comunitari, con il pretesto della cooperazione internazionale, si oliano i meccanismi di gestione il gioco è fatto. Da quel momento si può iniziare a produrre: l’Eni è esperta nel campo. Per gli abitanti del “sud” inizia la disperazione, il disastro, le leggi dei padroni impongono i divieti, non saranno più liberi di piantare ciò che hanno piantato per millenni, di allevare i loro animali. Improvvisamente scompare l’acqua dai pozzi, l’acqua che arriva dalle condotte si paga, vengono deviati i fiumi e si costruisce negli alvei, si annientano le foreste, appaiono le ciminiere delle centrali elettriche, vengono recintati i terreni con cavalli di frisia per le esercitazioni militari, prosperano le coltivazioni intensive per produrre oli vegetali per le centrali elettriche, le raffinerie trasformano il petrolio, nascono le imprese che procurano cancri, si insediano le grandi catene commerciali; i giornali dei padroni parlano dell’obbligo di ripopolare le terre che sono state abbandonate dagli indigeni con nuove razze disposte a contentarsi del poco. Calano da tutti i luoghi del mondo gli invasori. Qualche giornalista ci racconta, persino, che tutto ciò è bello e che potrebbe salvarci dall’estinzione.

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