La Sardegna o Sa Sardinya

«È giunta l’ora che i sardi chiamino così la loro terra e si diano una Carta Fondamentale che li indirizzi nel futuro prossimo». La riflessione di Gb Sanna per Sesuja

 

 

di Gb Sanna

 

SardegnaIssSe andiamo all’estero, lontano dalla nostra isola, capita che ci chiedano della Sardegna, chi siano i sardi, qual è la bandiera, che lingua si parla, quali gli usi, cosa mangiano, cosa bevono, se sono cristiani o musulmani. È difficile rispondere. La Sardegna è la seconda isola del Mare Mediterraneo, dopo la Sicilia che è conosciutissima. È una delle terre più antiche del mondo, alcune teorie geologiche raccontano che è il fulcro della Pangea. Ha avuto una popolazione antichissima di navigatori e guerrieri. Resistono numerose millenarie costruzioni i “nuraghi” e gli “ziqqurat”. Si ritrovano bronzetti di imbarcazioni, sculture ciclopiche, dolmen, menhir e pozzi sacri. Della Sardegna parlano gli antichi testi fenici, egizi e greci. Le coste sono le più belle del mondo, all’interno troneggiano progressioni granitiche e calcaree, giacimenti di minerali e di ossidiana, antiche foreste preistoriche, acqua abbondante. Siamo stati grandi produttori di frutta, verdura, grano duro, riso, formaggio, ricchi di greggi ovini e caprini, mandrie da carne e suini sparsi nei boschi. Da un secolo e mezzo apparteniamo all’Italia, siamo stati dominati da Cartaginesi, Romani, Bizantini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci e dai Savoia, abbiamo fatto gola ai Vandali e ai Saraceni. Da allora siamo stati servi e continuiamo a esserlo. Non possiamo insegnare nelle scuole la nostra storia, dobbiamo parlare italiano e non sardo, nella televisione pubblica non sono previsti programmi di lingua sarda, non abbiamo diritto di scelta in materia economica, migliaia di ettari sono demanio militare, non è nostro compito ripartire le entrate e le spese. Dalla proclamazione della Repubblica Italiana la Sardegna ha un particolare statuto che di fatto non attribuisce nessuna autonomia. Siamo quello che erano l’Egitto e l’India per la Gran Bretagna, l’Algeria e la Tunisia per la Francia, le Filippine per gli Usa. Non abbiamo voce sulla politica interna e estera. Facciamo parte della Comunità Europea, per legge italiana non abbiamo rappresentanti. Possiamo eleggere parlamentari sardi solo in quota ai partiti nazionali. Sul territorio abbiamo la più alta concentrazione, in Europa, di multinazionali della distribuzione che vendono tutte le porcherie omologate ed eliminano le nostre merci dagli scaffali. Non possediamo nostre industrie. Non abbiamo una nostra flotta aerea e neppure navale. I trasporti su gomme corrono su strade disastrate, quelli su rotaia sono fermi all’inizio del novecento. Tutto è deciso a Roma. È scomparsa la classe politica, imprenditoriale, commerciale e, peggio, intellettuale. Le università sono dominate da professori italiani, chiamo con questo nome anche i sardi che insegnano e producono solo per se stessi. I sardi che fanno fortuna abbandonano la Sardegna e si stabiliscono nel Continente, assumono accenti strani e si compiacciono. Tutto è imposto dal governo centrale, quello che non è imposto lo impongono i nostri notabili, un tempo chiamati baroni, per fare piacere al padrone.

«Forse avete sentito parlare della Costa Smeralda….», non appartiene ai sardi. I flussi turistici non dipendono dalle decisioni dei sardi, l’accoglienza non è fatta da operatori sardi. Le banche non sono dei sardi; avevamo un Banco di Sardegna e una Banca di Sassari, i notabili hanno pensato bene di venderle. Tutto ciò che abbiamo di bello, di valido, di importante, è una frenesia, i notabili desiderano venderlo. I comuni, gli enti, la stessa Regione affidano gli appalti di opere, servizi e forniture ad imprese o cooperative del Continente e non a imprese o cooperative sarde, ché sarebbe persino logico pensarlo. Come mai mi chiedono? Non so rispondere. Ci siamo abituati, è meglio ricevere ordini che darli, preferiamo non avere pensieri strani. Non si sta poi così male a essere servi. Ogni tanto qualcuno si ribella e ci pensa la “giustizia” italiana.

Non credo siano le risposte giuste da dare…. eppure è così. In questo i giovani non sono meglio dei vecchi e i vecchi non sono stati meglio dei padri. Fatto sta che i giovani trovano più conveniente emigrare, abbandonano le campagne, i greggi, i paesi e anche le città, non vogliono fare i lavori dei padri, non si sposano, non fanno figli, il centro dell’isola è abbandonato. Hanno ragione, non possono vivere aspettando un posto che non arriva, una sistemazione per grazia ricevuta, un regalo dal destino, a fare impresa non sono capaci, perché nessuno glielo insegna. Ai giovani dobbiamo avere il coraggio di dire che abbiamo sbagliato tutto. Abbiamo sbagliato fidandoci dei pescecani, credendo nei partiti nazionali, offrendo persino la nostra dignità. Abbiamo sbagliato tutto! Giovani vi prego lottate per la vostra vita nella vostra terra sarda. Non scappate! Riappropriatevi delle nostre differenze, delle nostre capacità di sopportazione, delle nostre qualità, della nostra testardaggine. Ragazzi non andate via! Create una classe nuova. Una classe politica sarda. Una classe imprenditoriale sarda. Una classe intellettuale sarda. Sardi veri che vedano solo in funzione della Sardegna. Una classe istruita sul “che fare”. Una classe che lavori solo per il presente, avente in mente il futuro. Studiate! Studiate tutte le forme valide per riappropriarvi della Sardegna. Stabilite che cosa si intende per Sardo. Obbligateci a costituire un consorzio di Sardi e dichiarare che tutti i residenti in Sardegna sono Sardi. Decretate che i Sardi parlano la loro lingua e studiano la loro storia. Proclamate che i Sardi producono merce e la vendono, orgogliosi di produrre e vendere la loro merce, con un marchio tipico che mostri nel mondo la Sardegna. Che i Sardi ritornino ad essere orgogliosi di essere Sardi, possiedano la loro terra e esigano di gestirla per pieno diritto. È ora che i Sardi non tollerino più garanti e tutori e pretendano di governare la loro politica interna ed estera. È giunta l’ora che i Sardi chiamino la loro terra Sa Sardinya e si diano una “Carta Fondamentale” che li indirizzi nel futuro prossimo.

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