I dolori della Sardegna
Gramsci ha pagato con il martirio anche il suo amore per l’Isola. Niente è cambiato. La riflessione di GB Sanna per Sesuja
di GB Sanna
«…Nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato Italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché è proibito ricordare che, nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo Stato «spende» per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale…».
CALANO IN SARDEGNA
«Gli spogliatori di cadaveri».
«…I signori Castelli vengono dal Lazio nel 1890, molti altri li seguono arrivando dal Napoletano e dalla Toscana. Il meccanismo dello sfruttamento (ed è un lascito della borghesia peninsulare non più rimosso) è semplice: al pastore che, privo di potere contrattuale, deve fare i conti con chi gli affitta il pascolo e con l’esattore, l’industriale che presta i soldi per l’affitto del pascolo, in cambio di una quantità di latte il cui prezzo a litro è fissato vessatoriamente dallo stesso industriale… A un popolo in ginocchio anche questi pochi soldi paiono la salvezza…».
«…L’Isola di Sardegna fu letteralmente rasa al suolo come per un’invasione barbarica. Caddero le foreste che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche…».
«…Essi si limiteranno a pura attività di rapina dei minerali, alla semplice estrazione, senza paralleli impianti per la riduzione del greggio e senza industrie derivate e di trasformazione…».
“I dolori della Sardegna” è uno splendido articolo di Antonio Gramsci del 14 aprile 1919 sull’Avanti. Gramsci ha pagato con il martirio anche il suo amore per la Sardegna. Sta arrivando il secolo e niente è cambiato, anzi avvertiamo forti dolori diffusi. Alla Sardegna i Savoia, quei Savoia a cui noi abbiamo offerto il regno, ai quali sono intestati ancora i nostri viali e piazze, qualche danno lo hanno procurato. La Sardegna, isola al centro del Mediterraneo, godeva di numerosi vantaggi di posizione. Commerciava con la Francia e tramite la Francia con le regioni del Nord Europa. Ciò non andava bene. Se ne accorse il siciliano Crispi che alle relazioni con la Francia preferì quelle con la Germania. Il 27 febbraio 1888 il siciliano Crispi, grazie ai soldi degli ebrei tedeschi, avviò l’industria manifatturiera, tessile, siderurgica e meccanica nel nord dell’Italia, scordandosi del mezzogiorno. Per tutelare la forte borghesia del nord l’Italia ruppe i trattati doganali con la Francia e fu la rovina per l’economia sarda. I prodotti tipici sardi frutta e verdura, ovini, bovini, formaggi, pelli, olio non ebbero più sbocchi commerciali. La Sardegna, ulteriormente annientata dai dazi di importazione, collassò. Il grano sardo non tutelato fu sostituito con quello americano, gli allevamenti di bestiame da carne furono abbandonati, la pecora sarda subì i primi incroci ed il latte fu in mano agli usurai. Calarono gli sparvieri, che si impossessarono della produzione di latte e della trasformazione in formaggio. I peggiori, quelli affamati, scesero con le grandi concessioni ministeriali. Padroni delle terre divennero gli industriali del carbone. Avrebbero dovuto abbattere solo i cedui, controllare il bosco e ripopolarlo, successe che bruciarono tutto ciò che poterono. Griffoni e non sparvieri furono i costruttori di ferrovie, il legno fu considerato ottimo per fare traversine. Il più grande innamorato della Sardegna fu Benjamin Piercy che per conto della Compagnia delle Ferrovie Reali Sarde, alla quale oltre alla concessione furono donati 200 mila ettari di terre ademprivili, ridusse in traversine i boschi di mezza Sardegna, comprò tanto, inventò aziende; lo sostituì negli immensi possedimenti il figlio il “Maggiore Piercy”. Non bastava per farci contenti. Arrivarono i predatori di minerali, vennero da ovunque; per fare capire che i sardi erano servi l’esercito, senza problemi, sparò a uomini, donne e bambini a Buggerru. Certo fu anche colpa nostra. I nostri notabili il colonialismo lo pretesero; nella “Petite Paris” c’era il cinema, il teatro e un circolo a cui i notabili sardi venivano invitati dai dirigenti della Societè des Mines de Malfidano e non stavano mica a badare quanta legna viene tagliata nei boschi per fare traverse che servivano a sostenere le mine. Anche ai giorni nostri, gli amici, i compari e i notabili sardi continuano a litigare su “sovranismo”, “casa comuna”, “destra e sinistra”, partiti nazionali, se andare alla lotta armati o con dolce democrazia. Il proseguo della discussione è capire se noi sardi possiamo gestire, appropriandocene, le risorse della Sardegna o affidarle come preferiamo a gente che viene da oltre il mare che prende, sfrutta, ruba e non lascia che tristi ricordi, perché la classe notabile sarda è incapace di consigliare, proporre, costruire, fare. Importante è sapere oggi se in Sardegna si può costituire una classe politica sarda capace di governare le risorse della Sardegna. Se si può finalmente iniziare a pensare nella logica del fare e non del subire.
A chi si erge ad intellettuale occorre rammentare Gramsci. Nel fare, tutti gli uomini sono intellettuali. “Non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens”. Ognuno è, a suo modo, “un filosofo, un’artista, un uomo di gusto, partecipe di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale”. Occorre la scuola, la cultura, la formazione per creare una classe di Sardi. Scuola sarda significa appropriarsi e iniziare dalla “tecnica-lavoro alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane specialista e non si diventa dirigente”. Non lontano da questo contesto l’invito alla sorella ad usare il sardo con i bambini quale presupposto emotivo-culturale di appartenenza e d’identità. Finalmente è compito di chi ama la Sardegna come ama se stesso, come l’ha amata Gramsci che “i propri componenti, elementi di un gruppo sociale nato e sviluppatosi come economico, fino a farli diventare intellettuali politici qualificati, dirigenti, organizzatori di tutte le attività e le funzioni inerenti all’organico sviluppo di una società integrale, civile e politica”, allora la “riforma intellettuale e morale” della Sardegna sarà affidata ai nuovi maestri, ai filosofi, ai dirigenti, ai burocrati, agli operai, ai contadini, agli agricoltori, alle donne e agli uomini, che la faranno crescere nelle parole, negli usi, nei gesti e nei comportamenti e organizzeranno, le nuove forme di cultura, società, lavoro, vita. Allora da sola la Nazione Sarda potrà crescere e affermarsi.








