La funzione irrinunciabile delle associazioni culturali

Il loro ruolo in una società dove l’industria culturale di massa produce barbarie e stupidità. La riflessione di Michele Pinna per Sesuja

 

di Michele Pinna

IncontroPinnaBellieni2A chi mi chiede se faccio politica rispondo che non ne faccio nei termini e nelle modalità con cui l’ho fatta nel passato. Non ho impegni amministrativi, non milito, né sono dirigente in alcun partito politico, per quanto coltivi alcune idee e alcuni principi che nel passato hanno guidato la mia, per quanto modesta, azione, talvolta coinvolta, anche, in azioni di governo.

L’idea base che mi ha sempre guidato è stata quella di libertà: libertà d’azione, libertà di giudizio, libertà come orizzonte e come fine del vivere, pur nei limiti delle leggi, delle costituzioni e degli Statuti che come cittadino e come persona mi hanno visto e mi vedono coinvolto nella società, come sardo, come italiano, come europeo, come cittadino del mondo.

L’altra idea che mi è sempre stata maestra è quella etica finalizzata alla realizzazione del bene comune; impulso che ho sempre considerato più forte ed anche più rischioso del rispetto, a volte, per molti, più formale che sostanziale, delle morali correnti; che pure, tale rispetto, ha un senso se esercitato con responsabilità e consapevolezza, nonostante, però, sia più in sintonia col senso comune, che si appaga degli accomodamenti e degli addomesticamenti nascenti dalle contingenze temporali e momentanee, piuttosto che con gli obiettivi da perseguire a lungo termine.

Le scelte morali, perciò, mi sono sempre apparse più vicine alla tattica mentre le scelte etiche più proiettate verso orizzonti strategici. Non nascondo che spesso hanno pagato di più, in termini di risultati momentanei, le tattiche che le strategie.

Ed il presente, diciamocelo, è più figlio di scelte tattiche che di scelte strategiche. Non dico che sia tutto da buttare, ma sono certo che se anziché dare più spazio alle contingenze se ne fosse dato un po’ di più anche alle cose proiettate nei tempi lunghi, forse il nostro presente sarebbe stato non dico migliore ma, se non altro, meno peggiore; ed è inutile dirlo: ogni epoca ed ogni tempo sono figli e destini degli uomini e delle donne che li hanno costruiti e voluti. Per quanto venga difficile ammetterlo ed accettarlo siamo tutti il frutto di ciò che abbiamo voluto e di ciò che abbiamo potuto costruire.

Tornando al mio non fare politica in senso stretto, non posso dire, però, di esserne estraneo e indifferente. Chi come me opera da decenni nell’associazionismo culturale non può esserlo, dirlo sarebbe ingiusto; e non sottovaluto neanche il lavoro di chi amministra, governa, dirige partiti ed organizzazioni: in alcuni casi si tratta di azioni egregie ed encomiabili. Anzi ritengo che tali azioni vadano sostenute e incoraggiate.

Ed è per questo che vicino agli esempi di buona politica e di buona azione pubblica non sottovaluterei le buone pratiche di un’azione educativa diffusa e mirata a sottrarre l’opinione pubblica alla canea dei media, allo scandalismo giornalistico, al complottismo, al tutto va male governo ladro, al no a prescindere. Un’azione che le associazioni culturali possono compiere.

Mi rendo conto che non è facile; però credo che l’associazionismo culturale, con la sua presenza nei territori, attraverso la creazione di pubblici con sufficiente spirito critico, possa contrastare l’azione devastante della comunicazione mediatica che certamente non ha come obiettivo la creazione di uomini e donne razionalmente critici, dialettici, contributivi e costruttivi, ma quello di creare bestie insensibili (con tutto il rispetto per le bestie) e masse anonime, disorientate, impaurite, fragili, sempre più facilmente manipolabili e sempre più deliranti. Masse di uomini e di donne che odiano altri uomini ed altre donne, masse stupidamente egoiste senza amore per se stessi e perciò senza amore per gli altri.

La creazione di pubblici intelligenti e appassionati alle vicende del mondo, a partire da quello ad essi più prossimo, è stata nel passato una delle principali funzioni e delle principali responsabilità che avevano assunto la letteratura, il romanzo, il teatro, la pittura e le arti in genere. Nell’epoca dell’informazione mediatica degli inizi, almeno fino alla seconda metà del Novecento, l’avevano assunta, in parte, anche i giornali, la radio e la televisione pubblica, poi con l’avvento delle radio e delle tv private e dell’editoria legata ad esse è iniziata la catastrofe. L’industria culturale totalmente piegata alle esigenze del mercato, della finanza e dell’affarismo ha prodotto narcotici e stupefacenti per indurre al sonno la ragione. I mostri che girano, qua e là, sono ormai tanti. La maggior parte dei festival letterari e di molte kermesse editorial-culturali, ma anche gastronomiche: si chiamino essi “grande evento”, “premio letterario”, “expo” vanno ormai in questa direzione.

Ritengo, perciò, indispensabile il compito di alcune associazioni e di alcune fondazioni, sempre più generosamente carico di responsabilità e di passione, avente come fine la creazione di uomini e donne sensibili, civilmente impegnati per mettere in circolazione energie ed esempi di vita buona, di vita solidale, amorevole e pacifica in un mondo di indifferenti, di individui narcisisticamente e parossisticamente piegati su se stessi, ormai irreversibilmente incamminati verso il nulla.

Quando le istituzioni investono in un associazionismo culturale di questo tipo non debbono pentirsi perchè la società ne sarà arricchita e ripagata dalla loro azione, anche quando le associazioni non sono organiche ad alcun partito o ad alcun gruppo politico di parte. La vera libertà e la vera civiltà della politica si misurano nella capacità dei governi di favorire lo spirito critico e la tensione dialettica. Ritengo, in tal senso, che un contributo pubblico dato ad un’associazione o ad una fondazione che opera in tali direzioni costituisca un’opera pubblica di grande valore come quando si asfalta un un chilometro di strada o si realizzano cinquanta metri di marciapiede.

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