Il Vivaldi démodé di Uto Ughi: lezione-concerto a Sassari
Il celebre violinista (non al meglio per i recenti problemi di salute) ieri sera al Teatro Comunale per la stagione sinfonica dell’Ente Concerti

Sassari. C’era un tempo nel quale la musica barocca veniva eseguita dagli archi con vibrato marcato e continuo, modalità novecentesca del tutto estranea alla prassi del 1700. Del ricorso agli strumenti d’epoca neanche a parlarne: le trombe erano rigorosamente a pistoni e il flauto traverso era solo quello di metallo. Il suono era limpido, ben levigato, ma falso come una moneta da otto euro. Negli anni ’60 con la lezione di pionieri della filologia musicale come Nikolaus Harnoncourt o Gustav Leonhardt quel mondo iniziò a cambiare. Tre lustri dopo arrivarono interpreti e direttori britannici (John Eliot Gardiner, Christopher Hogwood e Trevor Pinnock) e germanici (Reinhard Goebel, giusto per fare un nome). Si approfondirono gli studi filologici e si continuò a perfezionare tutta la prassi esecutiva che si rifaceva allo stile in uso ai tempi di compositori come Vivaldi, Bach e Haendel. Era diverso anche il la del diapason: nella seconda metà del 1800 si diffuse quello a 440 hz, ma nel primo Settecento era a 415, quindi più basso (ai tempi di Beethoven invece era 430-432 hz). Oggi questa impostazione filologica per la musica barocca è predominante: tanti sono i complessi che la applicano con grande maestria e competenza, l’elenco sarebbe lungo. Con la conseguenza che è ora improponibile eseguire composizioni del periodo con l’orchestra sinfonica o non adottando un minimo di stile “antico”. In più, le esecuzioni filologiche hanno gradualmente “debordato” fino a Beethoven, Schubert e Mendelssohn.

Con grave ritardo, solo all’inizio degli anni ’90 la “rivoluzione” della musica “antica” arrivò anche in Italia. L’esecuzione delle Quattro stagioni vivaldiane da parte del complesso “Il Giardino armonico” diretto da Giovanni Antonini, con un grandissimo violinista come Enrico Onofri, segnò uno dei punti di rottura con il passato. Suono duro e netto, vibrato degli archi assente o quasi, tempi (rispetto alla prassi precedente) velocissimi, strumenti d’epoca (o realizzati con quelle caratteristiche: archi con ponticello più basso, tastiera più corta e corde di budello) o a noi singolari come la tiorba, il liuto o la viola da gamba. Un altro mondo insomma. Oggi anche in Italia suonare Vivaldi come si faceva prima della riscoperta della prassi esecutiva barocca è diventato impensabile. E anche quando si utilizzano strumenti moderni, perché non è certo un reato farlo, qualcosa di “antico” si mantiene, anche soltanto limitando il vibrato degli archi. Un esempio italiano è lo splendido cd uscito nel 2018 dei Solisti Aquilani con Daniele Orlando al violino e alla direzione. Perfino i mitici Berliner Philharmoniker tendono a diventare “filologici” quando compiono incursioni nel barocco, rare certo ma sempre splendide, e differenziano il proprio approccio ai capolavori di Bach rispetto a Bruckner o Mahler.

Questa premessa, della cui lunghezza mi scuso con il lettore, è necessaria per fare capire almeno una parte di quanto ascoltato durante la lezione-concerto su Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi tenuta da Uto Ughi domenica al Teatro Comunale di Sassari. Un evento che in realtà costituiva il recupero di una data programmata per lo scorso maggio nell’ambito della stagione sinfonica dell’Ente Concerti “Marialisa de Carolis” e che era stata annullata per problemi di salute dello stesso Ughi. Ed è bastato il suo nome, che ha fatto la storia del violino in Italia, ad attirare il pubblico, che ha riempito buona parte di platea e galleria. Ci saremmo stupiti del contrario.
La serata non è rimasta però esente da pecche, a cominciare proprio dall’impostazione ormai obsoleta sul piano esecutivo. Come detto, è stata una lezione-concerto, peraltro neanche annunciata. Ughi (a Sassari ha utilizzato il suo Stradivari Van Houten-Kreutzer del 1701, appartenuto a Kreutzer, proprio quello della Sonata beethoveniana per violino e pianoforte) ultimamente esegue il capolavoro vivaldiano in questa modalità, che lui stesso definisce descrittiva: legge il sonetto originale (quasi certamente scritto da Vivaldi) che accompagna lo spartito, spiega i singoli passaggi in partitura, ricorrendo a una narrazione piacevole ma che in alcuni momenti sembra mancare di precisione per eccesso di semplificazione per un pubblico di neofiti. Limite perdonabile ovviamente, ma che rischia di infastidire chi sa di musica. L’obiettivo, e così è stato domenica sera, è coinvolgere l’ascoltatore medio, anche ricorrendo a una sorta di dialogo.

I quattro concerti chiamati Le quattro stagioni, tratti da Il Cimento dell’armonia e dell’inventione op. 8, raccolta di dodici concerti per violino, archi e basso continuo, composti da Antonio Vivaldi, lui stesso ottimo violinista, tra il 1724 e il 1725, fanno parte da sempre del repertorio di Uto Ughi, rimasto, ahimè, legato a una tradizione oggi decisamente superata e fuori moda, non solo per il mancato ricorso alla prassi filologicamente informata. Un tuffo negli anni ’80, o anche a qualche decennio prima, ai tempi di Angelo Efrikian, eroico precursore delle esecuzioni vivaldiane e fondatore nel secondo dopoguerra della prima orchestra da camera in Italia.
Tanti gli applausi, molti per naturale simpatia e ammirazione. Le qualità virtuosistiche di Ughi sono invero risultate un po’ appannate. Qualche nota abbandonata qua e là, alcune vistose licenze in partitura, un’intonazione a tratti da sistemare (nel Largo dell’Inverno, noto come “La pioggia”, era abbastanza evidente), il grande virtuoso di un tempo presente insomma a spezzoni. Ogni concerto, come detto, era preceduto dalla lettura dei sonetti, seguita dall’esecuzione senza interruzione dell’intera stagione (tranne l’inverno, solo spiegato ed eseguito per brani). Alla fine un commento rivolto all’orchestra che voleva essere un complimento: «È stato sufficiente provare due volte». Qualcuno, con una nota di perfidia, ha fatto notare che magari una terza, o anche una quarta prova, sarebbe stata opportuna.
Due i bis. Il Vivace iniziale dal Concerto per due violini, archi e basso continuo in re minore BWV 1043 di Johann Sebastian Bach, eseguito insieme al konzertmeister (violino di spalla) dell’Orchestra dell’Ente Concerti Michelangelo Lentini, e Oblivion, meraviglioso e struggente brano di Astor Piazzolla, che meritava sicuramente un trattamento migliore.
Bene, senza sbavature, l’Orchestra (d’archi) dell’Ente.
Una serata, tirando le conclusioni, non certo memorabile se non per il nome del protagonista. L’auspicio è che l’Ente Concerti ritrovi al più presto una programmazione più organica e meno improvvisata, cercando di chiamare interpreti più vicini alla realtà musicale di oggi.
Luca Foddai








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