Peppe Provenzano (Pd) ad Alghero: «I nazionalismi portano alle guerre»
«Tornano i fenomeni morbosi di cui parlava Gramsci. E le guerre alimentano i nazionalismi». Il responsabile esteri del Partito Democratico alla Festa Sarda dell’Unità

Alghero. «Siamo dentro una crisi nella quale tornano quei fenomeni morbosi di cui parlava Gramsci. I nazionalismi portano alle guerre e le guerre, a loro volta, producono e alimentano nazionalismo». È la riflessione di Peppe Provenzano, responsabile esteri del Pd, ieri sera alla Festa Sarda dell’Unità in corso ad Alghero durante la presentazione di “La sciamana” di Massimo Giannini, intervistati da Carla Bassu, docente universitaria di diritto pubblico e direttrice della Scuola di Politiche.
Al centro del confronto la crisi delle democrazie europee e l’avanzata delle destre nazionaliste e neofasciste. Un percorso che parte dal 1989 e dalla convinzione, seguita al crollo dell’Unione Sovietica e alla riunificazione tedesca, che democrazia liberale e mercato avessero ormai vinto definitivamente. Provenzano ha richiamato anche le responsabilità del campo progressista: «Responsabilità ci sono state anche a sinistra». Gli errori compiuti nei processi democratici e nella gestione delle successive crisi economiche hanno infatti scaricato i costi soprattutto sulle fasce meno abbienti, proprio quelle che la sinistra avrebbe dovuto rappresentare e proteggere.
Giannini ha sottolineato come una parte delle classi dirigenti progressiste abbia confidato nella capacità del mercato di trovare da solo il proprio equilibrio, mentre si indebolivano salari, welfare, sanità e scuola pubblica. «La sinistra si è occupata sempre più del governo e sempre meno dei bisogni delle classi sociali che rappresentava».
In quello spazio sono cresciute le destre nazionaliste, capaci di trasformare paura, rancore e insicurezza in consenso. Giannini ha ripercorso anche l’ascesa di Giorgia Meloni, dall’1,9 per cento di Fratelli d’Italia alla conquista del governo, collocandola dentro una lunga stagione populista e una destra dalla forte matrice illiberale e vocazione trumpiana.
Nel confronto sollecitato da Bassu è emerso infine il tema dell’astensionismo e della crescente distanza tra cittadini e istituzioni. La risposta non può essere la nostalgia, ma un nuovo “dovere della speranza”: un’Europa capace di tornare a proteggere le persone e una politica democratica che risponda ai bisogni sociali anziché cercare nuovi nemici e capri espiatori.






