Sindrome docente

Non abbiamo in mano pratiche da evadere o moduli da compilare ma il futuro dei vostri e dei nostri figli. Roba da perdere il sonno. La lettera di Antonio Deiara

 

di Antonio Deiara

ScuolaViaCamboni5Ce l’ho in pieno, senza dubbio alcuno, la “sindrome docente”. Come una larga parte delle professoresse e dei professori della Scuola della Repubblica Italiana, molto più ampia di quanto la casalinga di Voghera abbia stimato insieme al costo “esagerato” dei broccoletti e dei cavoletti di Bruxelles… I sintomi della “sindrome docente” sono inequivocabili e, qualora ne individuaste almeno due nella vostra condotta quotidiana, potreste averla contratta anche voi. Elenchiamo i più frequenti: trattenersi a Scuola ben oltre l’orario di insegnamento e di servizio per allestire o migliorare un’aula speciale o la biblioteca di classe; comprare, senza farsi scoprire dal marito e di tasca propria, libri o quaderni o materiale didattico per alunni in difficoltà e/o per la Scuola “povera”; essere disponibili ad accompagnare gli alunni in viaggio di (d)istruzione con una valigiona di responsabilità sulle spalle, non solo gratis ma pagando biglietto e hotel dal proprio “lauto” stipendio; trascorrere pomeriggi, serate, giorni liberi e festività a preparare le lezioni in modo accattivante per gli alunni, correggere compiti e frequentare corsi di aggiornamento a pagamento da due o trent’anni; etc.

Questo fanno tanti di noi docenti “pelandroni” della Scuola italiana, tutti i giorni, da anni e/o da decenni. Non perché temano il Ministro o il Preside o l’Ispettore; la motivazione è un’altra: noi non abbiamo in mano pratiche da evadere o moduli da compilare (con rispetto assoluto per chi deve svolgere tali mansioni) ma il futuro dei vostri e dei nostri figli. Roba da perdere il sonno. La nostra remunerazione più grande? Una frase interrogativa, al mercato o in officina, in una pizzeria o a teatro: “Professore, non mi riconosce? Sono stato suo alunno!”. Incontriamo numerosi ex-alunni, ma la situazione più emozionante si vive in Sala professori, quando il giovanissimo nuovo collega ci riconosce. Lo sappiamo tutti: anche tra noi si annidano le mele marce; basterebbe un po’ più di coraggio da parte di alcuni dirigenti e un po’ meno connivenza da parte di tutti i sindacati… Parafrasando Luigi Einaudi, qualsiasi cosa possa inventarsi il ministro di turno per scoraggiarci, umiliarci ed elemosinarci, noi continueremo a formare, istruire ed orientare i nuovi cittadini della Repubblica Italiana. È la “sindrome docente”, bellezza!

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