Quattro idee sulla politica in Sardegna
Fatte da un cittadino sardo, italiano pro tempore, europeo. Prima parte delle riflessioni di Michele Pinna per Sesuja
di Michele Pinna

A partire da questa settimana pubblicherò a puntate, sulla rubrica “Sesuja” di SardegnaDies, le mie idee sulla politica in Sardegna alla luce delle consapevolezze storiche e culturali che da sardo, italiano pro tempore ed europeo, ho costruito nel corso della mia vita e della mia formazione intellettuale e morale, alla luce delle congiunture politiche, locali e non, che ci coinvolgono più da vicino come cittadini e come lavoratori della mente.
Premetto che non faccio parte di alcun partito, per quanto abbia militato per circa trent’anni nel Partito sardo d’Azione, ed ancor prima, da giovanissimo, fin quasi all’età di trent’anni, nelle file del P.C.I.
Oggi ho stima e credo di poter vantare una conoscenza politica e intellettuale di eminenti esponenti e rappresentanti del panorama indipendentista sardo, vecchio e nuovo, ma anche del mondo politico non connotato come indipendentista, ma certamente autonomista, sia cattolico che laico; per quanto, oggi, l’idea autonomista, (anche a causa di molte delle sue pratiche politiche e dei risultati che non si sono rivelati all’altezza delle aspettative create) non goda né di ottima salute né di buona reputazione agli occhi dell’indipendentismo sardo, e neanche del panorama politico italiano a dire, se non altro, dalle scelte di politica costituzionale e dei forti tagli di danaro pubblico operati dal Governo Renzi nei confronti delle regioni, anche nei confronti di quelle a Statuto speciale ma che, per queste, anzi, si rivelano più gravosi. Per quanto, bisognerebbe anche dire, che forse è troppo presto per poter valutare a pieno i risultati di tali scelte, ad un primo sguardo, non indolori, e non tanto sotto il profilo della spesa pubblica, quanto sulla tenuta e sulla salvaguardia del sistema democratico, di cui il regionalismo autonomista è stato sicuramente una delle componenti fondamentali.
Dichiarare questa mia estraneità organizzativa, ma non culturale, alla vita politica, serve a ribadire, due questioni importantissime: la prima è che si può essere culturalmente e politicamente impegnati senza appartenere ad alcuna organizzazione politica; la seconda è che da sardo non “iscritto”, ma non neutrale, e non disinteressato, intende mettersi a disposizione di tutti coloro e per lavorare con tutti coloro che, aderenti o non aderenti ad organizzazioni politiche, credono nella creazione di un tessuto e di un collante che aggreghi e che unisca i sardi nella direzione di una battaglia di libertà nazionale, verso un rinnovato impegno politico e sociale di rinascita spirituale, culturale e materiale della Sardegna. Una battaglia per l’affermazione della nostra nazione, la nazione sarda. Una battaglia che nessuna forza politica presente oggi in Sardegna può fare e vincere da solo. Ammesso che la si voglia vincere nonostante in molti dichiarino di volerlo. Anche se raggiungesse il 20, il 30 o il 50 per cento più uno. Una battaglia per l’affermazione del principio di nazionalità dev’essere corale, dev’essere voluta da tutti i sardi, da tutta la classe dirigente sarda, da tutti gli uomini politici della Sardegna a qualunque schieramento ideale, a qualunque partito essi siano iscritti o del quale siano dirigenti, o rappresentati. Questa volontà e questo sentimento dovrebbe condurre ogni sardo, prima di ogni altra cosa, a volere il bene della sua terra, del suolo che ha calpestato nella sua infanzia, del cielo che guarda e dell’aria che respira nei confini della sua patria, della sua nazione. Gli antichi romani usavano questo termine come stigma, come marchio per segnare chi non era romano e non apparteneva alla romanità, e dunque stabilire le distanze del loro essere altro. E noi eravamo altro, noi eravamo i “sardus natione”. Questo essere altro deve trasformarsi, in noi, da marchio negativo in segno distintivo del nostro orgoglio e della nostra voglia di affermarci dignitosamente e sovranamente. Nel nostro essere un altro popolo, con la sua lingua, pure incomprensibile e pure non assimilabile ad altre lingue: quella lingua “barbara” a cui Cicerone non riconosceva valore di testimonianza nel processo contro il funzionario corrotto Scauro, è la nostra lingua. Quella che affonda le sue radici nelle viscere dei popoli nuragici e che ha attraversato, rivestendosene ed anche sapendosene arricchire, la lingua dei latini, degli spagnoli, dei dialetti italici.

Va da sé che la questione politica in Sardegna, da sempre, ha dovuto fare i conti con la non facile accettazione, da parte di questo popolo, della volontà altrui di dominarlo, di sottometterlo, di renderlo popolo vinto. Cosa che ciclicamente si è riproposta nella sua storia, dinanzi ai cartaginesi, ai romani, ai vandali, agli aragonesi, ai pisani, ai genovesi, alle scelte di politica internazionali dopo la fine della dominazione spagnola quando l’Isola divenne prima austriaca e poi sabauda. Una storia complessa, quella sarda, come quella di altri popoli, del resto, fatta di sconfitte, di guerre perse, di tradimenti, di ambiguità delle sue classi dirigenti, di rimpianti per le belle età auree della sua indipendenza, della sua libertà nei mari, della sua libertà di sviluppare traffici e commerci, del suo genio legislatore, per l’alto senso della legge e dello Stato presente nella coscienza dei sardi, per la visione di uno Stato indipendente e sovrano che avevano i suoi regnanti medievali, non ultimi rispetto ad altri regnanti europei: si chiamassero “signori”, “principi”, “Doge” o “re”. Emblematica resta in tal senso la nitida figura di Mariano d’Arborea che manda a dire ad un ammiraglio della flotta aragonese che lo aveva convocato: «Mariano d’Arborea non è un vassallo del re d’Aragona ma un re suo alleato, e pertanto parlerà delle questioni internazionali che riguardano il suo regno solo con i re». È una dichiarazione di non sottomissione, equivalente ad una dichiarazione di guerra. Un “azzardo” come scrive Pietro Soddu nel suo bel testo teatrale dinanzi alle posizioni assunte dal fratello del sovrano Giovanni, il quale propugnava, invece, la sua fedeltà alla corona d’Aragona. È in questo scarto, in queste due posizioni nette, che definirei archetipali, colte da Soddu molto acutamente ed opportunamente, che si è sempre giocata tutta la tensione e la dialettica politica in Sardegna. Tra il voler essere sovrani, pure alleati con altri, ma sovrani indipendenti, e il voler restare per convenienza, per opportunità, per paura di essere sconfitti, e dunque di morire in battaglia, fedeli a chi appare più forte. Nelle scelte fatte da Mariano e dal fratello emergono anche le diverse visioni strategiche dei due: Mariano è un re moderno, aperto agli orizzonti moderni della libera statualità, necessaria per affermare lo spirito e la libertà della nazione, che solo nella libertà può prosperare, mentre Giovanni è un piccolo vassallo medioevale che si accontenta di vivere dei vantaggi personali che gliene possono derivare dalla fedeltà ad un re che lo protegga. Non lontana come visione, quella di Giovanni, da quella di molti signori e di molti principi italici vassalli ora di un re ora di un altro, ora del papa, o dell’imperatore, che ha fatto proferire al Sommo Poeta quei versi terribili che dipingono una “Italia serva” e prona alle volontà straniere. Questo nel medioevo, come nell’Ottocento tra chi ha voluto la “fusione” con il Piemonte albertino, perche ritenuta più vantaggiosa, e chi invece propugnava il mantenimento delle prerogative nazionali della Sardegna che la Spagna non aveva intaccato, benché fossero prive di un significato reale, in quanto mancavano alla “naciò sardesca” strumenti di potere statuale che le consentissero di governarsi. Certo, alle classi dirigenti sarde, prebendate prima dalla Spagna e poi dal Piemonte, come a Giovanni d’ Arborea, che si era accontentato di qualche possedimento datogli dagli aragonesi, non interessava portare avanti una battaglia per l’autogoverno e per una sovranità indipendente. Bastava chiedere concessioni, privilegi, e talvolta li ottenevano; alcuni sardi hanno fatto carriera sia in Spagna alla corte di Carlo V o di Filippo II, qualcun altro a Torino e poi a Roma nelle propaggini della corte sabauda, ma anche dopo, durante il fascismo, e poi nella prima e nella seconda repubblica. Altri, i sudditi, sono morti nelle guerre: a Solferino, in Crimea, al seguito delle ambigue spedizioni garibaldine, nel Carso, nel Sabotino, nell’Altopiano di Asiago, e poi in Africa, in Albania, in Russia, in Spagna, dietro un duce che aveva promesso “posti al sole” e raccontava favole su fasti imperiali futuri di un’Italia stracciona che mandava i propri figli a fare la guerra senza scarpe. (I parte)








