Il Buon Partito N. 1
Il miglior ostacolo per la voracità di chi ambisce il potere per fini personali non è forse una classe dirigente colta e preparata? La riflessione di Antonello Nasone
di Antonello Nasone
Nell’accostare i nomi di Carmelo Bene e Gianfranco Funari si rischia il peccato di blasfemia. Nulla di comune tra “un’apertura temporale dell’eterno” e colui che si autodefinì “il più grande giornalaio d’Italia”, solo l’assoluta divergenza può esistere tra un classico inattingibile allo scorrere del tempo e chi si fece prima seminatore di libidine nella greve monotonia del ceto impiegatizio nel serale post-Tg per poi essere innalzato ad assoluta divinità da torme di casalinghe occupate nella preparazione delle pietanze meridiane.
Eppure, alla seconda apparizione nel grandguignol spaghettaro di Maurizio Costanzo, quando Bene esplicò, con tono solenne, la sua filosofia politica, come i grandi pensatori diede per scontato ciò che sarebbe stato 20 anni più tardi. Uno scontato, per lui, in cui Funari rappresentava una figura, molto ma molto minore, dello Zeitgeist. Il classico, allora, enunciò a una platea di morti viventi: «Le masse hanno fatto dei conti un po’ maldestri: siamo governati da una massa di imbecilli, di persone antiestetiche, non hanno nemmeno un’etica da rivendere, simulano di aver compulsato Thomas Hobbes ma non è vero…a questo punto votiamo, votiamo, votiamo…facciamoci votare, facciamoci eleggere. Sono passati a candidarsi, tanto appena alfabetizzati non rimane che candidarsi pur di non far niente! È questa la fine dell’Italietta…».
Il “giornalaio” forse proprio quell’anno, siamo nel 1995, aveva esaurito la sua spinta propulsiva dopo che, per un decennio, la sua “edicola” aveva avuto la funzione di café aux philosophe della gente che non conta, il luogo dove il maitre-à-penser indottrina il peone comune. Non che qualcuno, o per aver veramente compulsato Thomas Hobbes o per istinto e diffidenza come residuo animalesco di cui pochi ormai sono dotati, non avesse preso le misure del personaggio. Ma in un’epoca in cui si riteneva possibile accoppiare la tarantella col rock ‘n’ roll, quegli avvisi erano bollati come fiati di passatisti e menagrami. Inutile rammentare che chi ridicolizzò determinate avvertenze finì la sua corsa sotto una pioggia di monete consegnategli da un’orgia festante all’appuntamento con la Storia.
Matteo Renzi tenta ora la carta quando i buoi sono fuggiti dalla stalla. La sua proclamata legge per disciplinare i partiti appare più dettata dalla perfidia che dalla ragione. Un’elaborazione tutta presa dalla tentazione di rinchiudere in un vaso il D’Alema protestante, incolpevole a metà di vent’anni di esibizione di una classe dirigente degna del miglior Gabon, e di stritolare il movimento di Grillo facendolo passare come una reincarnazione della creatura di Giannini il commediografo.
A fare il processo alle intenzioni però si fa peccato e quindi, con tutta l’onestà possibile, si dovrebbe ammettere che le premesse a questa riforma colpiscono nel giusto segno: quello di sorprendere un’Italia priva di memoria che per più di 20 anni si è specchiata nella convinzione d’essere un laboratorio politico della post-modernità. Posta di fronte a uno specchio deformante l’Italia scambiava l’esaurimento del ciclo storico di una classe dirigente per la crisi definitiva della forma-partito, al quale sostituire l’appello alla gente, che con i suoi calori e le sue recriminazioni diventava la categoria politica decisiva della Seconda Repubblica, l’aggregazione su cui investire le ambizioni di potere di ciascuno. Dai torti in faccia che si rimpallava quella borghesia ancor più piccola di quella di sordiana memoria si arrivava a un pubblico televisivo in procinto di diventare plateale forza elettorale plasmata dal conduttore. Pure la più celebrata politologia di questo Paese si poneva certi interrogativi: a che serve la mediazione di una forza organizzata ispirata da una cultura politica quando si ha di fronte la gente, nuda, senza diaframmi ma con il suo bagaglio di sogni, aspirazioni e mal di pancia? Per quanto acculturato e capace un politico potrà mai essere all’altezza del fiuto del comune cittadino quotidianamente alle prese con la vita tribolata e miserabile?
L’antesignano, colui che operò la svolta decisiva, fu proprio l’uomo che calamitò sì tanta quantità di monetine, quando dipinse il malcapitato Bobbio, e tutto il gruppo di MondOperaio, di vaneggiamenti narcisisti. Da allora non solo fu un continuo gettare grisaglie nei cassonetti per cingere il collo di maglioncini o difendersi dal freddo con capispalla di montone da gioielliere. La flatulenza del popolino, diventata idea-forza, aveva ormai pieno diritto al posto al sole delle stanze vellutate. Almeno in apparenza. Perché, che c’è di meglio di una folla di mediocri e imbecilli (iscritti o partecipanti a quelle squallide kermesse che sono diventate le adunate di partiti o movimenti) per chi coltiva privati interessi e necessita, dunque, della gestione personale delle organizzazioni politiche? Il miglior ostacolo per la voracità di chi ambisce il potere per fini personali non è forse una classe dirigente colta e preparata (che elabora e che è autorizzata a contestare l’operato dei vertici)? Quale migliore occasione, dunque, se non la promozione di nani e ballerine, amanti e lacchè: claque di un capo ormai brasseur d’affaires, silenti perché colpiti da improvviso benessere?






