Viaggi musicali…Roberto “Pinnetto” Pinna
Dalle cantine di Sassari ai palchi di Londra e del mondo
Sono tanti i musicisti di Sassari e dintorni che in un passato recente hanno deciso di lasciare la propria città e la propria terra per provare a coltivare la passione musicale in zone dell’Europa e del mondo dove, da questo punto di vista le opportunità sono certamente maggiori. Maggiori opportunità, ma, come ci ha detto Federico Luiu nella scorsa puntata della nostra rubrica, anche e inevitabilmente maggior concorrenza. Se però il talento è accompagnato dall’intraprendenza, allora è meno difficile riuscire ad aprire delle porte per poi mettersi “on display”. Un giovanotto che nelle cantine musicali sassaresi è cresciuto nei primi anni ’90 è il nostro protagonista di oggi, Roberto Pinna, per tutti Pinnetto. Un nome che i musicisti sassaresi miei coetanei, ma anche qualcuno un pochino più giovane, di sicuro ricorderanno. Con l’avvento dei social poi, da qualche anno a questa parte, le distanze sono scomparse, certi contatti si sono in qualche maniera ristabiliti e dopo averne perso le tracce per qualche lustro, anche Pinnetto è “ricomparso” ed è stato piacevole ritrovarlo e proporgli di condividere la sua esperienza. Ho pensato che anche a molti altri conoscenti o amici, musicisti e non, potesse incuriosire il suo racconto.
Ciao Roberto, wow, sono contento di fare quattro chiacchiere con te anche se in realtà ci sentiamo spesso e qualche mese fa per pura sfortuna non ci siamo incrociati a Londra. Hai lasciato Sassari ormai da tanto, da quanti anni esattamente? Ciao Aldo il piacere è mio. Si, ormai ho trascorso più tempo qui in Inghilterra che nella mia amata terra, pensa sono venuto a Londra nel ’96, lascio fare a te i calcoli.
Come ti venne in mente di partire e perchè proprio Londra? Mah, guarda, le mie bands preferite venivano dall’Inghilterra, inoltre essendo più vicina geograficamente degli Stati Uniti, pensai che fosse piú facile e conveniente, inoltre è molto più difficile stare in America per questioni di Visa (visto) e hai zero rights (diritti).
Si può dire che tu sia partito per inseguire il sogno, dopo tanti anni che bilancio puoi fare del tuo percorso? Ti ritieni soddisfatto? In un certo senso si, é stato così, ero molto giovane, inesperto del mondo, un po’ ingenuo e con tanta voglia di scoprire posti nuovi e di imparare. É stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita e insegnato a conoscere me stesso. Alla fine posso dire di essere soddisfatto della mia scelta in quanto ho raggiunto le mie tappe, ho sempre avuto i miei progetti musicali, ho fatto tour per tutto il mondo, scritto canzoni per film e pubblicitá, fatto comparse, un po’ di modelling e tanto altro.
Raccontami del tuo primissimo periodo a Londra. Come è stato l’inserimento, in generale nella città e nella cultura e che cosa hai fatto inizialmente per vivere? Londra come tutte le grandi cittá é dura, nel senso che I ritmi di vita e i modi in cui la gente interagisce sono completamente diversi dal resto dell’Inghilterra e sicuramente dall’Italia in generale. É stato diciamo una specie di test, lingua diversa che puó essere una barriera per I primi mesi. Il mio primo lavoro è stato quello quello di “tenere in ordine” il parco di Battersea con il leaf blower (lo spazzatore di foglie) vicino alla famosa centrale elettrica della copertina del disco dei Pink Floyd, mentre mi immaginavo i porcellini volanti sopra la mia testa (lol) day dreaming.
Come sei riuscito a farti notare come chitarrista e ad entrare nel circuito? A Londra non smetti mai di farti notare, perchè il circuito é vasto e cambia spesso, con nuove ondate di musicisti che approdano in continuazione, inoltre non sei nessuno anche quando sei qualcuno, comunque si, ci sono molte jam session nights e open mics che ti permettono di metterti on display, ma anche di conoscere altri musicisti e come si dice, da cosa nasce cosa, al giorno d’oggi il circuito stá su Instagram e TikTok.
Ricordi il tuo primo ingaggio pagato come chitarrista a Londra? Wow! Non mi ricordo per chi fosse, ma era un pezzo dance che richiedeva delle chitarre in stile flamenco, mi sembra mi diedero £50 e fu un amico a raccomandarmi, non so dove sia andata a finire quella registrazione
Raccontami appunto come è nata e come è proseguita la tua carriera di musicista sassarese a Londra.
Parlami delle situazioni in cui hai lavorato, dei vari gruppi e dei vari progetti. Ebbi la mia prima e cortissima esperienza come pro in una band che si chiamava Rehab, al tempo firmati dalla ZTT, la label di Trevorn Horn (Buggles) con un suono molto simile agli Smashing Pumpkins. Mentre registravamo una demo in uno studio nella cantina sotto casa di Nick Cave a Notting Hill, abbiamo avuto una specie di litigio, decisero di silurarmi senza pensarci due volte e per me fu una lezione molto importante, perchè mi fece capire che qui non sei dispensabile. Guarda caso, si sciolsero dopo un anno per problemi di droga (Rehab). Successivamente entrai a far parte dei Sugarfree, una band con sonoritá decisamente piú Brit pop. Questa esperienza fu decisamente più positiva. Dopo che aprimmo per i Mansun, la nostra manager riuscì ad organizzare delle serate a Los Angeles e suonammo tra le altre venues, nella legendaria Viper Room. Con una botta di fortuna mentre eravamo in tour in Irlanda venimmo notati da un film director che si innamorò di una nostra canzone (Boy Genius) che finí nella soundtrack del film Best dedicato a George Best, (il famoso giocatore di calcio). Questo progetto duró tre anni, dopo di chè il cantante si trasferì a Los Angeles, mentre il bassista (Chris Remington) iniziò a suonare con i ai Buzzcocks. Deciso a mescolare il rock con elettronica e hip hop, formai gli Elephant 12. Con loro suonammo a Umbria Rock come supporto per Peter Hook (Joy Division) e li venimmo notati da Eddie Kramer che ci invitó a Toronto per registrare dei brani, mentre in seguito la nostra track Love knock on wood venne usata per la publicitá della GOPRO in USA e della MG3 cars in UK e China. Un altro episodio curioso che ci capitó, fu quello di aprire per un’allora sconosciuto Ed Sheeran in un club (333) piccolissimo a East London. Sei mesi dopo divenne super famoso, tengo ancora il volantino come ricordo (lol). Per il resto ho fatto un pó il turnista con Ebony Bones (un’artista di musica electro) peró in veste di synth player facendo un tour mondiale di un anno, Italia inclusa, forse uno dei concerti piú belli che abbia mai suonato con lei è stato al Central Park di New York, aprendo per i Living Colour. Tutt’ora suono la chitarra e le percussioni per Afrikan Boy, famoso per la sua collaborazione con M.I.A. sulla track Paper Planes che include un sample dei Clash. Fu proprio lei a farci suonare al famoso Meltdown festival nel 2017.

Ora parlami in maniera più specifica del tuo attuale progetto Room11. Si, è il mio ultimo progetto nato come trio e ora momentaneamente come duo (il mio cantante suona anche la batteria) in quanto siamo alla ricerca di un batterista. L’approccio é di stampo 70’s, molto orientato su riffs ma ovviamente con una svolta moderna. Essendo la chitarra l’unico strumento a corda nella formazione, devo riempire tutti gli spazi, quindi ho adottato un sistema per emulare un suono di basso collegando due amplificatori, uno per basso ed uno per chitarra, un po’ come fanno I Royal Blood, ma sostanzialmente al contrario. Abbiamo realizzato il nostro primo singolo “We All Fall Down” pochi mesi fa e devo dirti che per essere un DIY project (Do it Yourself – fatto in casa) è stato accolto molto bene da diverse main radio stations come Tony Moore (ex Iron Maiden) Soho Radio, Planet Rock e single of the week da KXFM a LA, una delle radio piú grosse in California.
Tornando al discorso dei musicisti che cercano fortuna lontano da casa, credo che entrambi abbiamo conoscenti e amici che ci hanno provato ma che poi dopo pochi mesi sono mestamente rientrati alla base. Ecco, partendo dal presupposto che ognuno è diverso, più o meno bravo e/o fortunato, credo che in questi casi spesso “tornare indietro” e arrendersi dipenda da un fatto caratteriale, dal non riuscire a rimettersi completamente in gioco per inseguire il proprio sogno e dal fatto di arrendersi di fronte alle prime difficoltà. Cosa pensi in proposito in base alla tua esperienza? Mah, onestamente non penso che si tratti del fatto di arrenderti o di inseguire il successo, io personalmente l’ho fatto come scelta di vita, non volevo e non voglio dimostrare niente a nessuno, fare successo é un privilegio per pochi che, come ben sappiamo dipende da vari fattori e per la maggior parte dei casi non centra niente con il talento o la tua creatività, fai musica o arte perché ti piace, se questa è la tua vocazione, seguila!
Noi abbiamo iniziato questa chiacchierata partendo direttamente da Londra, ma io vorrei anche ricordare chi era “Pinnetto” a Sassari prima che “emigrasse”. Ricordo che eri uno dei più bravi e stimati giovani chitarristi in circolazione, hai suonato con diverse band, vuoi ricordarle? La mia prima band sono stati i South Junkies, un mix di hard rock 70 con un po’ di influenze glam rock, erano gli anni in cui le charts erano dominate da Guns & Roses, Skid Row, Cult, quindi era inevitabile essere influenzato da quel suono, un po’ prima che arrivasse il grunge ad imporsi sul mercato. La formazione era composta da: Luigi Madarese alla voce ,Marco Massaro al basso, Luigi Casamassima alla batteria e Andrea Melis alla tastiera, per un periodo abbiamo avuto Sandrino dei Dynamite al basso. Ho avuto anche una piccola parentesi con i Medicine Man molto su un’impronta piú 60’s, con Stefano Sotgiu (voce), Leonardo Carboni (basso), Silvio Vinci (tastiere), e Marcello Meridda (batteria). Gli ultimi mesi prima di partire per Londra invece li ho trascorsi suonando per il grande Alfredo Murtula.
In quegli anni comunque a Sassari c’era un discreto fermento musicale, tanti gruppi interessanti, qualcuno era anche riuscito a proporsi oltre Tirreno. Che ricordi hai del giro musicale di Sassari e dintorni? Ho un ricordo bellissimo. Anche prima che iniziassi a suonare, l’eccitamento di quando scopri la passione per la musica non ha prezzo, ricordo che mi intrufolavo nelle sale prove di chi giá suonava ed ero super affascinato da tutto quel mondo, iI primo concerto che vidi fu al teatro Civico con Runaway, Skull, Dynamite, Kron e Hot Pets, what a night! non me la scorderó mai, comunque Sassari e la Sardegna in generale hanno sempre avuto musicisti validissimi e un livello di talento molto alto e non solo con la musica rock.
Parliamo di Londra. Dal punto di vista musicale è una città incredibilmente vivace e melting pot, oddio, non solo dal punto di vista musicale. Parlando nello specifico, ci sono molti locali per live music, quello che ormai manca a Sassari dove la musica live si fa quasi esclusivamente in piazza e in quei pochissimi locali dedicati. Qua si suona nei bar dove la gente va mangiare e bere e non ad ascoltare l’artista. L’impressione è che li sia diverso, o no? Quello che stà succedendo già da molto tempo nelle grandi cittá, Londra inclusa, é che molti venues (locali) hanno chiuso e sono stati rimpiazzati da catene di fast food e cose simili, perchè non riescono a star dietro al prezzo degli affitti. La live music sta morendo in generale, la gente spende i suoi soldi principalmente per il gruppo famoso. I prezzi dei biglietti sono saliti alle stelle, quindi rimangono pochi soldi per i gruppi indipendenti e i locali piú piccoli fanno fatica ad esistere. Esistono anche qui i caffe o i bar con i musicisti che suonano come background music, ma è un circuito completamente diverso dal quale, io e molti altri artisti tendiamo a stare alla larga.
Parliamo di cachet. Come funziona nei locali londinesi? C’è una paga base minima per i musicisti? Mediamente quanto guadagna un singolo musicista per una serata live? I cachet come in tutte le grandi cittá non esistono a meno che non generi soldi, dipende da quanti biglietti vendi e in quel caso ti prendi la percentuale dal promoter. Molte bands indipendenti stanno adottando il sistema di dividersi l’affitto del locale prendendo l’incasso e diventando così loro stessi i promoter, mentre il locale si tiene i soldi del bar.
Apriamo una piccola parentesi “tecnica” e facciamo un cenno sulla tua strumentazione. Che chitarre usi, che tipo di effettistica e che amplificatore? Io sono molto “old school” non uso tanti effetti e quelli che utilizzo sono tutti pedali individuali, i soliti: delay, noise suppressor, whammy. Non mi piacciono le pedaliere digitali. Ho una chitarra ibrida che porto con me da quando ero teen ager, con il corpo di una stratocaster e il manico di una telecaster, modificato e adattato alle mie esigenze. Le meccaniche sono della Gotoh e i pick ups sono due hot rails della Seymour Duncan. Il corpo é stato rivestito da un paio di miei vecchi Levis, mentre l’artwork é di Marco Boscani. Ho anche una Gibson flying V del 2000 che, presi perchè essendo mancino mi permette di raggiungere i tasti verso la fine del manico. A questo proposito, per la stessa ragione sto pensando di prendermi una SG. Riguardo I miei amps ho una testata della Marshall (JCM2000) da 50watts a valvole e un cabinet anni ’70 sempre della Marshall che, comprai da Dave Colwell (Bad Company) collegato ad un Hartke per basso, con uno splitter pedal line selector della Boss.
Dal tuo punto di osservazione privilegiato, che cambiamenti evidenti e tangibili ha portato in generale la Brexit ? Meglio, peggio o poco è cambiato? Dal punto di vista personale e per gli spostamenti a me non è cambiato niente, il costo della vita è un po’ salito, la pasta costa di più (lol) ma penso che in generale rifletta una situazione a livello mondiale, vivere costa di più dappertutto. A parte questo, credo che ora sia molto più difficile trasferirsi qui, rispetto a quanto lo era prima della Brexit.
Una domanda forse stupida, ma è una mia curiosità, in pratica hai vissuto più o meno metà della tua vita in Sardegna e metà li in Inghilterra. In questi anni di lontananza il legame con la tua terra quanto è cambiato? Li ormai ti sei inserito totalmente anche dal punto di vista linguistico. Ti senti più inglese o italiano in questo momento? L’ambiente in cui vivi ti cambia inevitabilmente, diciamo che per certi versi ho assorbito i comportamenti della città, il mio accento è cambiato e il mio italiano si è rovinato (lol) io comunque non sono mai stato patriottico, anche se alcune cose di dove sei cresciuto te le porterai sempre con te per tutta la tua vita, quindi mi considero 50/50 senza svolazzare bandiere.
Hai mai pensato di tornare in Sardegna? C’è mai stato in questi anni un momento di “crisi”? A proposito di crisi, come hai vissuto il periodo pandemico a Londra? Magari in Sardegna no, in quanto dovrei iniziare da zero, ma ho avuto momenti in cui ho pensato ad un’altra città. Dopo tutti questi anni però è veramente difficile se non c’è una ragione seria che mi forzi a farlo. Il primo lockdown non era male, uscivo in giro per la città deserta e per uccidere la noia postavo sui social dei clips come tribute dei miei guitar heroes, ogni tanto ho fatto qualche lavoro come recording session per un’amico di Vancouver. Ilsecondo lockdown è stato più intenso, la gente ha raggiunto un livello di paranoia e panico incredibile che dopo un po’ ti colpisce a livello mentale.
Si può vivere di solo musica a Londra o si deve necessariamente fare altro per far quadrare i conti? Diciamo che la domanda dovrebbe essere se si può vivere come artista, puoi vivere facendo function gigs (matrimoni, covers) o insegnando o se riesci ad entrare nel giro delle session work (turnisti) ma a dire la verità io sto un po’ alla larga da tutto ciò, quindi ho bisogno di un day job flessibile per sostenermi economicamente, che mi permetta di fare ed investire sulla musica, inoltre faccio anche comparse per films o videos.
Torniamo alla tua band Room 11, che progetti avete? Hai pensato di venire in Sardegna per qualche live?Per prima cosa di far uscire il nostro secondo sinolo e poi di registrare un Ep con il solito produttore che ha fatto questi due singoli. Si chiama Dave Draper e ha lavorato con Nickleback, Terrorvision, Wild Hearts e tanti altri. .Chi lo sa? magari riusciremo a suonare a Sassari o in Sardegna, mai dire mai.
Qualche tempo fa avete realizzato il videoclip del singolo “We all fall down”. Un brano che a me personalmente è piaciuto un sacco. Però se non ricordo male, mi dicesti che mentre giravate il video hai avuto un “piccolo” incidente ? Si, il video è stato girato nel tunnel iconico del film Arancia Meccanica di Kubrick, infatti abbiamo ricreato la scena di apertura, con la sola differenza che meniamo la mia Flying V al posto del barbone (lol). Ironicamente, essendo il titolo della canzone “We all fall down” come vuole la sorte sono caduto dallo skateboard in un’ultima scena per evitare di investire una ragazza e mi sono rotto il polso. A causa di questo infortunio non ho potuto suonare la chitarra per un mese e mezzo. Decidemmo poi di includere alla fine del video, il clip del momento in cui mi hanno tolto il gesso.
Programmi dal punto di vista musicale per i prossimi mesi? Dovrei avere un tour Europeo con Afrikan Boy in settembre e il release del secondo single “All She Wants” con Room11 in maggio
Roberto, ti ringrazio per questa bella chiacchierata, la prossima spero di farla seduto in un pub di fronte a una bella pinta di Guinness Senza dubbio, you are welcome.
Aldo Gallizzi








