Viaggi musicali…Irene Loche
Il sogno californiano è diventato realtà
California dreamin’ cantavano i Mamas e Papas nel 1965, ripresa in Italia dai Dik Dik l’anno successivo e diventata un must, uno di quei brani che se hai la bravura e la fortuna di scrivere o sui quali puoi accampare diritti, ti sistemano per le feste sino a che “morte non vi separi”. Il sogno californiano però, non è solo una canzone scritta quasi 60 anni fa, ma è ancora oggi un “sogno reale” di molti, alcuni provano concretamente a realizzarlo, altri si girano dall’altra parte del letto e continuano a dormire, accontentandosi del viaggio notturno virtuale. Una giovane e intraprendente ragazza classe ’92 da Santa Giusta provincia di Oristano, non si è accontentata. Lei il suo sogno lo ha inseguito, lo ha raggiunto e ora se lo sta godendo a oltre 10 mila chilometri in linea d’aria dalla sua terra. Lei, la sua determinazione, la sua chitarra, la sua voce. Ho voluto che fosse la protagonista del quinto appuntamento con la rubrica “Notebook – viaggi musicali”, perchè anche il suo, come quelli di Federico Luiu e Roberto “Pinnetto” Pinna è un “viaggio” a tutti gli effetti e merita di essere raccontato.

Ciao Irene, il California dream è il sogno di tanti, ma tu lo stai realizzando. Come procede laggiù? Ciao Aldo! Hai ragione, l’America e la California sono mete che ancora fanno sognare, anche se la realtà di oggi tutto è molto cambiato rispetto a diversi anni fa. Da quando sono qui a Los Angeles ho avuto molte occasioni che sicuramente non avrei mai potuto vivere da altre parti, tuttavia sarò sincera, la vita qui è molto diversa da ciò che si percepisce esternamente. Los Angeles può essere molto severa e non è per tutti, questo è certo.
Indiscutibilmente l’America è la terra delle opportunità, forse ancora di più per un musicista, è chiaro però che se da una parte ci sono più opportunità, dall’altra la concorrenza è immensa. Rose si ma anche spine, come ti sei inserita nel circuito? La scena musicale è colma di grandi talenti. Chiunque voglia farsi una esperienza qui e pensa di poter emergere in poco tempo si troverà di fronte a una bella scalata da fare. Ci vuole tanta, tanta pazienza, energie ed investimenti. Nonostante avessi già i miei contatti e le mie esperienze qui non è stato facile, bisogna quindi avere tanta forza, ma anche fortuna.

Per te Los Angeles non è stata una scoperta, nel senso che è una città che hai “frequentato” spesso, come è nata l’idea di fare il grande passo? I motivi principali sono la necessità di mettermi in gioco e migliorare me stessa. Volevo che i prossimi dischi avessero un sound maturo e credibile da ogni punto di vista. Con il passare del tempo ho capito poi che tutta questa esperienza è servita anche per capire in che direzione stessi andando, il valore e l’idea che avevo di me stessa e delle persone attorno a me.
Il tuo genere di riferimento è il blues, che qui in Italia non offre tantissimo, è questa una delle ragioni per le quali hai pensato di giocarti la carta States? La ragione è stata principalmente la nascita della collaborazione tra me e il mio produttore artistico, Steve Postell (David Crosby, The Immediate Family, Little Blue, John Oates) Inoltre avevo la necessità di confrontarmi con una realtà diversa ed ovviamente più vicina al genere musicale che ho sempre amato e con cui sono cresciuta. Non mi basterebbero 10 anni per migliorare come vorrei e dovrei, tuttavia penso che sia servito. Scrivo e canto in inglese americano ed è giusto che sappia quello che sto facendo.
Parlami dei progetti ai quali stai lavorando. Io e Steve stiamo portando a termine il primo lavoro da lui prodotto, sarà un EP di quattro tracce e inoltre sto ultimando la produzione del mio nuovo disco prodotto dal musicista e batterista americano Michael Jerome Moore (John Cale, Taj Mahal, Charlie Musselwhite, Richard Thompson).

Seguendoti a distanza ho visto che hai collaborato e stai collaborando con artisti di grandissimo rilievo, mi viene in mente Leland Sklar un musicista, compositore che ha lavorato con icone assolute della musica. Come sono nate queste collaborazioni e come è stato lavorare con artisti di così elevata caratura? di solito hanno un’umiltà inaspettata. Lavorare con Leland Sklar è stata una delle esperienze più incredibili che abbia mai vissuto. È un uomo umile e di buon cuore, molto simpatico e così è stato lo stesso per Steve Ferrone. Entrambi hanno suonato nell’EP che uscirà questo autunno, prodotto da Steve Postell. Queste collaborazioni nascono grazie a Steve, che è loro amico e collega. Steve e Leland suonano attualmente insieme nella band “Immediate Family”, mentre Steve Ferrone è uno dei migliori amici di Steve Postell, nonché collaboratore di lunga data.
Quando ti sei trasferita hai americanizzato il tuo nome diventando Irene Lock, ma recentemente sei ritornata al tuo vero nome Irene Loche, come sono nate queste decisioni? La decisione dell’uso del nome d’arte “Irene Lock” era stata presa assieme a Steve in quanto vi era la necessità di un nome facilmente pronunciabile qui in America e inerente alla musica prodotta, ovvero il Rock Blues Americano. Tuttavia, non sono mai stata totalmente convinta di questa scelta, semplicemente perché non mi sentivo me stessa con quel nome, e così ho preferito riprendere il mio vero nome.
Anni fa feci un viaggio in America con alcuni amici musicisti di Sassari e mi capitò di suonare a Nashville. Ciò che ricordo nitidamente è il fatto che il pubblico rimase positivamente sorpreso del fatto che dei ragazzi italiani suonassero blues. Per quanto non fossimo certamente alla loro altezza, ci accolsero con grandissimo entusiasmo, perchè erano contenti che suonassimo la “loro musica”. La domanda è, come è stata accolta una ragazza, italiana, che canta e suona alla grande il blues? Ho sempre creduto che la scena musicale sarda e italiana sia colma di talenti, e questo per me è un grande orgoglio. La mia esperienza è estremamente positiva, ho sempre avuto un ottimo riscontro. C’è un grande senso di comunione e partecipazione qui, la gente si sente coinvolta dalla musica ed è molto bello.
Facciamo un passo indietro, per chi non ti conoscesse, raccontami del tuo primo approccio con la chitarra, a quanti anni hai iniziato? Ho iniziato da bambina, avevo appena 6 anni quando mi interessai alla chitarra e così non ho più smesso di suonare. Ho sempre avuto un grande amore per la musica, soprattutto il Soul Blues ma ho cercato di ascoltare quanta e più musica che potevo.

Raccontami in breve la tua “storia musicale” i primi gruppi, la tua prima esibizione live. La mia prima esibizione live è immortalata in una fotografia, avevo forse 8 anni e accompagnavo alla chitarra mia sorella, che già aveva iniziato la sua carriera come cantante. Successivamente ho avuto un paio di rock band ma tutto cambiò quando scoprì il Blues. Grazie ad esso ebbi la possibilità di viaggiare e suonare in giro per la Sardegna e l’Italia, accaddero le prime cose importanti, i primi traguardi, i Festival e le produzioni. Nel 2016 presi coraggio e decisi di avviare anche il mio progetto solista, ho avuto modo poi di spingermi oltre e suonare fuori dall’Italia e spingermi poi oltreoceano fino all’America.
Nelle mie interviste con musicisti, io amo aprire anche delle parentesi e vorrei farlo anche con te, che chitarre utilizzi, che amplificatori e che effettistica? La chitarra che utilizzo più spesso è la mia Fender Telecaster modello ’52. Come amplificatore uso il Magnatone Stereo Twilighter e la mia effettistica è piuttosto semplice e asciutta, principalmente costituita da un TS9, un SD1 e un semplice booster. Inoltre uso un overdrive artigianale costruito chiamato SD-808, pensato e costruito dal mio bassista! Lo adoro. Ultimamente ho aggiunto diversi pedali come il Dunlop FFM2 Germanium e nelle ultime produzioni ho usato un Mosky Silver Horse che è davvero fantastico. Ci sono poi altri effetti che mi piace usare, come il Wah e il delay. Sono sempre stata minimalista riguardo l’uso di effetti ma da qualche tempo a questa parte ho avuto la necessità di sperimentare molto di più.
Los Angeles è una città dove il costo della vita non è proprio bassissimo, come riesce un’artista come te che sta cercando di farsi strada ad andare avanti? Come funziona nei piccoli locali, ci sono dei cachet prestabiliti, percentuali o che? La vita qui in America non è facile, soprattutto per i musicisti. Nemmeno i grandi nomi della scena musicale hanno vita semplice, tutto è cambiato, soprattutto dopo le vicissitudini degli ultimi anni. La gente è molto in difficoltà ed è molto e sempre più netta la linea tra povertà e ricchezza. È vero, si guadagna molto di più, ma le spese sono altissime. Suonare nei locali può essere difficoltoso, soprattutto per chi è “nuovo in città”.

Le tue esibizioni dove si svolgono prevalentemente? Immagino si inizi da piccoli locali e magari uno degli obiettivi in proiezione possa essere quello di riuscire ad aprire qualche concerto di artisti già affermati, per poi farsi il nome e “camminare” da soli? Attualmente ho avuto modo di suonare in diversi posti vicini e lontani a Los Angeles, ho aperto qualche concerto o condiviso il palco per degli amici musicisti della scena musicale di qui. Al momento sto concentrando tutte le energie per terminare i dischi dopodiché tornerò in Sardegna e mi sposterò successivamente per suonare da altre parti.
Hai qualche aneddoto curioso, di qualcosa che ti è capitato a LA? Sono successe tantissime cose ma non sono molto brava nel raccontarle. Posso dire che ho avuto l’onore e il grande piacere di stare vicino a persone e musicisti straordinari, sono ricordi che tengo stretti che conservo nel mio cuore e in qualche scatto rubato qui e lì.
Hai conosciuto altri musicisti italiani che vivono a LA? Sì, ho conosciuto un bravissimo chitarrista sardo, Andrea Martis. Il suo percorso è incredibile, lui è partito molti anni fa e ha costruito una nuova vita qui a Los Angeles, la sua band si chiama “Against The Grave”. Ci siamo conosciuti grazie ad un altro amico, Vincenzo Porcu, che gestisce un ristorante sardo a LA chiamato “Carasau”, l’unico in tutta Los Angeles! Sono persone incredibili e ci sono molti sardi qui che hanno una storia simile in comune, ma soprattutto grande forza e determinazione.
A distanza di qualche mese, sei soddisfatta di come stanno andando le cose e delle prospettive future? È un’esperienza che sicuramente è servita tanto e mi ha fatto capire tanto, sia dal punto di vista professionale che personale. Sì, sono soddisfatta, sono cresciuta, ad oggi sto realizzando ciò che volevo, e porterò a casa due dischi che non vedo l’ora di condividere con voi.
Aldo Gallizzi








