A chi appartiene il nostro pianeta?

Una severa ma concreta presa di coscienza alla quale il quesito referendario del 17 aprile sulle trivelle in mare risponde solo parzialmente. La riflessione di Carla Puligheddu

 

 

di Carla Puligheddu

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Carla Puligheddu

La terra ci precede e ci è stata data. A chi appartiene il nostro pianeta? La domanda a seguito della premessa impone una riflessione drammatica. Una severa ma concreta presa di coscienza alla quale il quesito referendario del 17 aprile risponde solo parzialmente. Va infatti ricordato che non tiene conto delle attività petrolifere sulla terraferma e di quelle in mare situate oltre le 12 miglia dalla costa (22,2 km), tanto meno sono presi in considerazione i permessi per le attività di sfruttamento delle risorse geo-termiche ad alta entalpia e profondità. La regione Sardegna avvia una campagna mediatica fatta di spot “Fermare le Trivelle” che sembra il preludio ad una sana e lodevole volontà. In realtà non impugna di fronte alla Corte Costituzionale le norme in materia di trivellazioni sul piano aree e sulle proroghe delle concessioni, imponendo la vera prerogativa delle regioni a Statuto Speciale. Come facile intuire: “dal dire al fare, c’è di mezzo il mare”.

Non abbiamo capito che il territorio della nostra isola è in preda ad una enorme speculazione che ha già prodotto lo sfruttamento di vaste porzioni direi al pari dell’antico colonialismo che da sempre aggredisce i paesi del “terzo mondo”. Non lo ha capito nemmeno la Cgil che si schiera a favore delle trivelle, sostenendo tristemente che “danno occupazione”. Il fenomeno attuale esprime la modernità di una schiavitù antica, che dal 2007 con l’avanzare della crisi finanziaria globale ad oggi, interessa in modo sempre più scandaloso e ingombrante tutti i continenti. E noi ci siamo dentro fino al collo. Non lasciamoci prendere dalla rassegnazione, dall’indifferenza e dalla sordità. Non rinunciamo a farci domande sul senso di ogni cosa. Dunque ragioniamo sull’aggressione che procede inesorabile dalla terra al mare. Da configurare con gli ormai certificati sistemi di land grabbing e ocean grabbing, ovvero accaparramento di porzioni di mare pescoso e di terra fertile con relative risorse, cedute a paesi ricchi che non dispongono di terreni coltivabili e acqua e che avendo una forte densità di popolazione, vedono crescere la domanda interna di beni (Giappone e Cina). Unito a pseudo affari stipulati da amministrazioni locali compiacenti verso multinazionali ingorde ma riconoscenti.

TrivelleE noi, chi ci sostiene? Nessuno interpella chi vive in quei territori. Le cessioni del suolo come le autorizzazioni a prelevare risorse dal sottosuolo attraverso la devastante pratica delle trivelle, avviene a livello governativo. Infatti oltre ai compratori, chi ci guadagna sono i governi locali. Un sistema economico fortemente caratterizzato da scarsa trasparenza. Che manipola l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti. Remunerativo per gli investitori, che nel tentativo di fare profitto accedono senza fatica a nuove risorse per garantirsi cibo ed energia. Il tutto senza controlli sugli impatti, sulle tutele, lo sfruttamento estremo, l’inquinamento. Più del terreno è intrigante la risorsa idrica alla quale sono legate ogni genere di produzioni e insieme tutte le risorse del sottosuolo. Fenomeno che aggrava la già disperata situazione della malnutrizione e dei mutamenti climatici che trascineranno il pianeta verso una siccità senza scampo. Luca Mercalli presenta una situazione catastrofica per il pianeta e battezza il “profugo climatico” del futuro. Cioè, colui che scapperà dalle economie povere, incapaci di resistere alle prossime prove estreme del clima. Non diamo per scontato il nostro pianeta. Nulla di ciò che abbiamo è scontato. Giù le mani dalla nostra terra e dal nostro mare. Questo dobbiamo sostenere con decisione e caparbietà. Vandana Shiva rivolgendosi all’umanità, parla di “Semi della speranza” e noi sardi non capiamo. Non capiamo che i semi della speranza sono anche semi di giustizia. Che per salvare il pianeta dobbiamo restituire il nostro contributo a favore della guarigione da quella forma sfigurante di inquinamento umano di cui sono colpiti i disegni politici. Sempre più poveri dei poveri, perché privi di ampiezza di vedute. Non si capisce che il pianeta ha bisogno di natura e saggezza per rimediare ad una condizione umana non più adeguata ad accogliere i suoi figli. Che il vero orientamento ecologico può diventare proposta sociale solo in una relazione di reciproca responsabilità.

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