Sino al 22 agosto a Palazzo Ducale mostra sulla Festa di Santa Rosa
Costantino Idini ha fotografato le emozioni che accomunano Viterbo a Sassari, Nola e Palmi, città che fanno parte della Rete delle Feste con le Grandi Macchine a spalla
Ancora pochi giorni per ammirare gli scatti fotografici di Costantino Idini dedicati alla Festa di Santa Rosa di Viterbo, che, come la Faradda di li Candareri, fa parte della Rete delle Feste con le grandi macchine a spalla. Sono 130 gli uomini coraggiosi, che hanno portato Gloria, una delle Macchine di Santa Rosa di Viterbo. A loro è dedicato il reportage per immagini realizzato in collaborazione con la Rete delle Grandi Macchine a Spalla. Realizzata sotto l’egida della responsabile della Rete, Patrizia Nardi, la mostra ha aperto i battenti giovedì 7 agosto nella sala Duce di Palazzo Ducale, a Sassari. Inserita dal settore Cultura tra gli appuntamenti di cartello della Faradda di li Candareri 2025, l’esposizione di 58 foto realizzate dall’artista sassarese sarà visitabile sino al 22 agosto dal lunedì al venerdì festivi esclusi dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19. La manifestazione è stata promossa da Sassari City Magazine con il patrocinio di Comune di Sassari – Assessorato alla Cultura, Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane, Patrimonio Unesco, Intergremio Città di Sassari, Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa di Viterbo, Gramas – Comunità festive della Rete.
Proclamate dall’Unesco come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, le feste in rete che hanno per protagoniste grandi macchine devozionali a spalla e i loro portatori, uniscono tradizioni e culture appartenenti a comunità per altri versi assai differenti tra loro ma tutte espressione della cultura della tradizione rituale mediterranea. Una condivisione di intenti e di progetti che caratterizza la Rete, che Unesco ha dichiarato Patrimonio dell’Umanitá come esempio, modello e fonte d’ispirazione. Il reportage di Costantino Idini è stato realizzato nel 2023 a Viterbo, in occasione della prima edizione del Trasporto dopo l’assenza della pandemia e con grande partecipazione corale.
Lo scorso anno, così come da tradizione della festa viterbese che cambia la Macchina ogni cinque anni, Gloria è stata sostituita da una nuova Macchina, Dies Natalis, progettata dall’architetto Ascenzi e realizzata dal Comune. Gloria, nella sua architettura bianca e imponente, rimane nel ricordo e nelle immagini attraverso le quali Idini ha saputo cogliere dettagli, volti, espressioni che raccontano gioia, fatica, emozione e devozione, ricorrendo al bianco e nero, modalità che pone in risalto il bianco delle divise dei portatori e l’oscurità nelle quali si muovono.
«La mostra ci dà l’opportunità di far conoscere elementi della nostra festa attraverso quelle altrui – ha detto il sindaco Giuseppe Mascia, in occasione dell’inaugurazione lo scorso 7 agosto –. Crediamo che passando per altri luoghi possiamo recuperare i nostri contenuti. Ci serve una mappa per fare conoscere Sassari fuori. E nello scambio dialettico sono convinto che ci conosceremo meglio. Siamo oltremodo contenti perché siamo in dialogo con altre comunità». «La prima differenza con la Faradda è che la Macchina di Santa Rosa si rinnova totalmente ogni cinque anni – ha aggiunto l’assessora comunale alla Cultura, Nicoletta Puggioni –. Si fa con fede e devozione importante, con 130 uomini e un peso di ben 5200 kg».
È stato Bruno Lombardi, ricercatore indipendente di tradizioni popolari, a ricostruire la storia della Macchina di Santa Rosa. La festa risale agli anni successivi al 1258, quando per ricordare la traslazione del corpo di Santa Rosa da Viterbo al Santuario a lei dedicato, per volere di papa Alessandro IV si volle ripetere la processione. Fino al 1800 la Macchina non superava i 15 metri, per poi crescere fino ai trenta metri nel 1967 con la Macchina “Volo d’angeli”, di colore bianco e avorio.
«Sono andato a Viterbo senza sapere niente della festa – ha dichiarato l’autore delle immagini, Costantino Idini –. In genere mi informo, questa volta no. Sono semplicemente andato lì a fare foto ed è venuto fuori tutto questo che vedete. Ho voluto mettere in evidenza quello che i trasportatoti mi trasmettevano. Loro vivono la festa tutto l’anno, fanno prove di forza, fanno percorsi anche ridotti e se non ce la fanno non vanno sotto la Macchina. Prima della partenza sono andato anche io lì sotto e ho subito pensato: non ce la faranno mai. Al contrario, appena il capo ha dato il via la macchina si è subito sollevata. Mi hanno preso alla sprovvista. Alla fine, c’è la salita e venti persone tirano a spalla. Quando arrivano alla cattedrale salutano le famiglie sulla scalinata. Rendiamoci conto che il giorno prima il vescovo dà loro addirittura una sorta di estrema unzione (in articulo mortis, ndr) tanto è pericoloso, I portatori non vedono il percorso, sono rimasto a bocca aperta. La sera prima invece vanno a prendere il cuore e lo mettono il giorno dopo in cima alla Macchina».
Costantino Idini è noto soprattutto per la sua produzione di ritratti, reportage e storytelling. Spazia dal documentario alla street photography sino all’arte figurativa. I suoi ritratti sono profondamente narrativi, si concentrano sugli aspetti emotivi e culturali. Non una collezione di volti, ma il racconto delle storie che si celano dietro ogni sguardo, ogni segno, ogni espressione. «Negli anni ho avuto l’onore di documentare le più suggestive feste italiane, dai Candelieri di Sassari alle altre Feste della Rete delle Macchine a Spalla – racconta ancora – ho potuto raccontare e mettere in comunicazione tra loro storie di devozione, fatica e comunità». Da qui l’idea di un progetto di cui la mostra in sala Duce è solo una parte. «Il mio lavoro mira a preservare la memoria visiva di queste tradizioni, unendo rigore documentaristico e sensibilità artistica – conclude Idini – le immagini non sono solo testimonianza, ma strumento per far conoscere e valorizzare un patrimonio unico».
Costantino Idini aveva fatto parte, nel 2020-21, del gruppo dei fotografi di comunità individuati dalla Rete nel contesto del progetto Reportage di Patrimonio, ideato dal coordinamento tecnico-scientifico del Festival della Cultura del Viaggio, che ogni anno va in scena nella sede dell’Istituto Geografico Italiano a Villa Celimontana a Roma e la direzione artistica di Antonio Politano, giornalista e fotoreporter.








