Ezio Gallizzi, il talento che cresce

Il play maker sassarese si sta mettendo in mostra oltre Tirreno: < Sogno di indossare la maglia della Dinamo e di raccogliere l’eredità di Chessa e Spissu >

Nato a Sassari il 2 dicembre del 2000, segno zodiacale sagittario, Ezio Gallizzi è il nuovo che avanza. In silenzio, in sordina, con sangue, sudore e lacrime, dopo l’esordio a 16 anni in un PalaSerradimigni gremito e le paste portate ai compagni il martedì alla ripresa degli allenamenti, è iniziato il suo percorso da giocatore di basket vero. Dopo il battesimo, la valigia in mano, baci e abbracci alla famiglia, con mamma e papà primi tifosi e via, lontano da casa in un percorso tortuoso che lo ha portato prima a Cagliari e poi oltre Tirreno dove sta maturando importanti esperienze, attirando su di se l’attenzione di direttori sportivi, allenatori e addetti ai lavori, a suon di prestazioni sempre più convincenti e prospettive future sempre più interessanti. La sua grinta, le sue qualità, il suo modo di porsi e di guidare la squadra, a Pavia lo hanno anche fatto diventare l’idolo dei tifosi. Lo abbiamo raggiunto e abbiamo scambiato con lui quattro chiacchiere attraverso i potenti mezzi che la tecnologia offre ormai non solo ai giornalisti ma a chiunque. Ezio ha confermato quelle che erano le impressioni, ovvero di essere un ragazzo umile, educato, con la testa ben salda sulle spalle, ma allo stesso tempo, sicuro di se, ambizioso e determinato.

Ezio Gallizzi festeggiato da Spissu nel giorno del suo esordio in prima squadra

Hai debuttato in serie A, a soli 16 anni, indossando la maglia della squadra della tua città? Che ricordi hai di quel giorno e più in generale di quella stagione? < Si, è stata un’emozione incredibile, penso che esordire con la maglia della propria città di fronte ai familiari e agli amici sia il sogno di ogni ragazzo che gioca. Ricordo perfettamente quando il coach si è girato verso la panchina e ha detto “Ezio vai dentro”, le gambe hanno iniziato a tremarmi e non nascondo di aver avuto anche le lacrime agli occhi. Poi entrare al posto di Marco Spissu è stato ancor più emozionante e per me significativo. Sentire il mio nome dallo speaker, l’atmosfera mi ha caricato tantissimo e anche se sono stato in campo per poco più di un minuto è stata una delle emozioni più incredibili. Parlando in generale di quella stagione, devo dire che per me è stata molto importante, perchè oltre ad essere convocato tante volte per le partite di campionato, ho fatto molte trasferte di Champions League e questo mi ha dato anche l’opportunità di vedere e visitare tanti posti che altrimenti non avrei probabilmente mai visto, ma soprattutto ho avuto il privilegio di stare a contatto con giocatori di alto livello, di parlare con loro e ricevere tanti consigli, di vedere come si lavora specialmente quando si ha il doppio impegno settimanale. Ho capito quanto è importante curare il proprio fisico. Il fatto che io non giocassi quasi mai è stato secondario, perchè questo tipo di esperienze sono importanti per formarsi come giocatori. Ricordo di aver legato molto col gruppo degli italiani e con Stipcevic, le cose e le situazioni vissute quell’anno me le sto portando dietro e me le porterò per sempre >

Gallizzi quando vestiva la maglia di Cagliari e aveva come compagno Ousmane Diop

Poi A2 con Cagliari e di seguito in giro per l’Italia, vuoi ricordarci le tue tappe? < Si, dopo l’esordio in A con la Dinamo, ho fatto un importante esperienza a Cagliari in Legadue, poi in squadre di B, Alessandria, Montegranaro, Cesena e quest’anno Pavia >.

Quanto è importante per un giovane mettersi in gioco fuori dalla propria comfort zone? < Penso che per un giovane, soprattutto se sardo, date le poche possibilità di confronto che si hanno nell’isola a parte qualche finale nazionale e interzona che io ho avuto la fortuna di fare, credo sia fondamentale andare oltre Tirreno, perchè giocare con i migliori ti fa diventare migliore. Se vuoi intraprendere la carriera professionistica è indispensabile. All’inizio non è mai facile, bisogna resettare e rimettersi completamente in gioco, uscire appunto dalla propria comfort zone, specialmente quando magari in Sardegna si è considerati tra i più bravi e quindi si è già acquisito una sorta di status. Quando vai fuori, all’inizio sei uno dei tanti, devi essere capace fin da subito di tirar fuori il carattere per mettere in mostra le tue qualità, facendo vedere la passione che hai e allenandoti duramente ogni giorno >.

Qual è stato finora il momento per te più emozionante e quello più gratificante su un campo da basket? < Sarò ripetitivo, ma è stato l’esordio con la prima squadra della Dinamo a 16 anni. Poi ci sono certamente stati altri momenti gratificanti, come quando fai un canestro decisivo per far vincere la tua squadra, ma l’esordio resta ad oggi il mio momento top >.

Come tutti i giovani che si cimentano in uno sport, avrai anche tu avuto dei giocatori che ti hanno ispirato. Chi sono? < Il giocatore a cui mi sono ispirato all’inizio è stato Travis Diener, poi andando avanti Marco Spissu. Sono i due che mi hanno entusiasmato più di tutti >.

Qual è invece il compagno più forte con il quale hai avuto modo di giocare finora? < Mi viene da pensare a qualcuno che ho marcato personalmente, perciò ti dico Scott Bamforth >

L’allenatore dal quale hai imparato maggiormente e quello che ti ha dato più fiducia e responsabilità? < L’allenatore che sin dal primo momento mi ha dato più fiducia e responsabilità è stato Antonio Mura a Sassari ai tempi delle giovanili quando ho fatto il passaggio dal Basket 90 alla Dinamo, perchè sin da subito, dall’età di 15 anni mi aveva responsabilizzato tanto e aveva fatto in modo di inserirmi subito in un campionato senior, che era la serie C e il livello era alto. Poi ovviamente ci son stati altri allenatori nel corso degli anni come ad esempio Riccardo Paolini a Cagliari in A2 che mi è stato molto dietro per potermi far crescere, poi Ciarpella il coach ai tempi di Montegranaro che ha avuto tanta fiducia in me e mi ha aiutato molto a crescere e ad essere un giocatore apprezzato e cercato e ora a Pavia mi trovo benissimo con coach Alberto Mazzetti >

Sassari città di giocatori che si sono fatti strada oltre l’isola arrivando in serie A, tornando indietro nel tempo ricordiamo Sergio Milia, poi Emanuele Rotondo, più recentemente Massimino Chessa e Marco Spissu, il prossimo sarà Ezio Gallizzi ? < Sinceramente non posso nascondere che quello sia l’obiettivo, ora però la cosa fondamentale per me è fare esperienza e crescere, se devo essere sincero il mio sogno nel cassetto è quello di ritornare a Sassari e indossare la maglia della mia città, ovviamente con un ruolo un po’ più da protagonista rispetto a quando ho esordito. So benissimo che ci vorrà ancora tanto lavoro, sacrificio e sudore, però mi auguro che questo sogno che ho si possa avverare >.

Stai crescendo stagione dopo stagione, in cosa pensi di essere maggiormente migliorato rispetto a qualche anno fa e in cosa invece pensi di dover ancora migliorare? < Rispetto a qualche anno fa mi sento un giocatore in primis con molta più fiducia nei propri mezzi, quando scendo in campo so che cosa posso dare e fare. Sono cresciuto dal punto di vista della gestione delle partite, dei vari momenti e credo che nel mio ruolo sia una qualità molto importante. Un altro aspetto del gioco nel quale sento di aver fatto un passo in avanti riguarda le letture e anche la maggior fiducia nel prendermi responsabilità importanti come ad esempio gli ultimi tiri. Tutte cose che ovviamente ho maturato piano, piano, stando in campo. E’ chiaro che sono consapevole di dover e poter migliorare su tutto, ho ancora tantissimo da lavorare, prima di tutto dal punto di vista fisico, perchè se voglio salire di livello e confrontarmi con i migliori è imprescindibile >.

Con la maglia di Montegranaro

Se dovessi presentarti a chi non ti ha mai visto giocare, come ti descriveresti? < Mi reputo un playmaker, un giocatore a cui piace l’ordine, far giocare la squadra, mettere in ritmo i propri compagni ma avere anche delle mie soluzioni personali come l’uno contro uno al ferro o un palleggio, arresto e tiro o una bomba da tre dopo un pick and roll. Mi piace correre e giocare molto in transizione, cambiare ritmo e mettere pressione sul pallone in difesa. Mi piace essere un giocatore energico che cerca sempre di dare il 110% >.

Ora giochi in serie B in una piazza blasonata e ambiziosa come Pavia, stai producendo ottime cifre e sei entrato nel cuore dei tifosi. Quali sono i tuoi obiettivi personali in questa stagione e quali quelli della tua squadra? < Pavia è una piazza storica che ha sempre vissuto campionati di alto livello. I miei obiettivi personali son quelli di continuare con questa costanza e modo di giocare per aiutare la squadra ad entrare fra le prime otto, perchè questo è ciò che qua ci si aspetta. Credo molto in questo gruppo, penso che abbiamo tutte le possibilità per fare bene, perciò non dobbiamo accontentarci, penso che si possa e debba ambire anche ad arrivare fra le prime quattro. Ovviamente sappiamo bene di essere in un girone molto competitivo, con squadre ben attrezzate, ma noi non siamo da meno. La cosa fondamentale è continuare ad allenarci duramente in settimana per provare ad ottenere i risultati la domenica >.

La serie B ormai la giochi da qualche anno, la conosci e probabilmente inizia a starti un pochino stretta. Guadiamo avanti, ti senti pronto per fare l’ulteriore step, ovvero, giocare con un ruolo di responsabilità in A2 o perchè no, tornare nella categoria nella quale hai esordito a 16 anni ? < Non ti nascondo che il mio obiettivo personale è quello di poter fare il salto di categoria, quindi di poter arrivare in A2. Personalmente mi sento pronto, però sin quando non mi ci trovo non posso ovviamente avere certezze. Per tornare nella mia città, nella squadra dove ho esordito, credo di dover ancora fare degli step, però è chiaro che se si dovesse presentare l’occasione di rientrare alla Dinamo, non certo con un ruolo da prima punta, ma avendo comunque la chance di giocare minuti importanti, non direi certamente di no >.

In questa fase della tua carriera è più importante fare la stella in B o salire di livello e allenarti con giocatori che possono farti crescere, magari avendo (inizialmente) meno minuti sul parquet? < Alla mia età penso che sia fondamentale giocare. Come ho già detto prima, ho avuto modo di allenarmi tanto con giocatori di alto livello fra serie A e A2, però mi sono accorto che il campo è fondamentale, perchè effettivamente è li che migliori. In allenamento mancano tanti fattori che invece trovi durante la partita, quindi in questo momento io preferisco stare un gradino più in basso ma con la consapevolezza di migliorarmi giocando. Poi chiaramente, essendo la A2 il mio obiettivo nel futuro prossimo, è chiaro che se dovesse esserci l’opportunità di arrivarci avendo la prospettiva di giocare e guadagnarsi minuti e fiducia, essendo un ragazzo estremamente ambizioso coglierei l’occasione. Sarebbe però fondamentale che la società avesse un progetto e un obiettivo ben chiaro su di me e non farmi stare in panchina ed essere quello che aiuta durante gli allenamenti e poi la domenica sta a guardare. Tutto ciò con la consapevolezza che il campo va comunque meritato lavorando e dimostrando durante la settimana, perchè nessuno regala mai niente, gli spazi si conquistano sempre e comunque attraverso l’impegno e la dedizione negli allenamenti >.

In serie A ci sono gli americani, il livello fisico è più alto così come è maggiore la velocità di esecuzione. Secondo te sono queste le maggiori differenze? < Negli ultimi anni in serie A, credo che il livello si sia alzato molto, soprattutto quello fisico e questo nasce anche dal fatto che ci sono più stranieri. La differenza la fanno soprattutto gli americani, in serie A2 sono due, in B non ci sono. I ritmi di gioco sono molto elevati, il livello tecnico si alza notevolmente e appunto, come hai detto tu, la differenza nella velocità di esecuzione è una cosa che salta subito all’occhio >.

Da sassarese, tifoso della Dinamo, quanto ti piacerebbe raccogliere l’eredità dei già citati Chessa e Spissu e tornare presto a vestire la maglia biancoblù da protagonista? < Sicuramente, come ho già detto, tornare a casa nella squadra della mia città da protagonista è un sogno, una cosa che mi auguro veramente con tutto il cuore possa avverarsi un giorno. Raccogliere le eredità di Massimo e Marco sarebbe fantastico, pur sapendo che non sarebbe una passeggiata, perchè entrambi hanno fatto benissimo a Sassari e Massimo lo sta ancora facendo >.

I primi approcci con il basket, correva l’anno 2010

Che idea ti sei fatto a distanza della Dinamo di quest’anno e in generale del campionato di serie A? < Credo che sia un gruppo che ha molto talento, all’inizio ci sono state delle difficoltà, ma è una squadra allenata benissimo, da un tecnico esperto ed estremamente preparato che, conosce alla perfezione la categoria, perciò non ho mai avuto dubbi sul fatto che sarebbero risaliti in classifica. Sono convinto che la Dinamo possa essere considerata la classica “underdog”, la squadra che arriva ai play off e può mettere in crisi chiunque. Io ho molta fiducia, sono il loro primo tifoso e mi auguro che continuino così. Il campionato è cresciuto tanto, Milano e Bologna che fanno l’Eurolega hanno allestito roster importanti e profondi, però ci sono anche tante altre squadre come Brescia, Venezia, la stessa Dinamo, Tortona, che comunque sono molto competitive e possono dar fastidio a chiunque >.

Con quali degli attuali giocatori della Dinamo sei amico e hai contatti? < Sento spesso Massimo Chessa, ogni tanto il capitano Devecchi e Ousmane. Sono comunque rimasto in contatto con tanti giocatori che sono passati alla Dinamo >.

Ci sono dei giovani sardi che secondo te presto varcheranno il tirreno e seguiranno le tue orme e quelle dei tuoi predecessori di cui abbiamo parlato prima? Se dovessi fare qualche nome su chi punteresti? < Premettendo che ultimamente stando lontano dalla Sardegna non posso dire di conoscere perfettamente la situazione generale, penso comunque che ci siano tanti giovani di grandi prospettive che stanno facendo bene, ma bisogna comunque poi tener conto di tanti fattori. In questo momento si sta parlando molto di Pisano e Dore che sono due ragazzi che conosco bene, molto bravi e determinati >.

So che la tua famiglia ti segue a distanza e quando possibile ti raggiunge in giro per l’Italia. Quanto è importante il loro supporto? < La mia famiglia è sempre presente e questa è una cosa importante che sento molto. So di poter sempre contare su di loro ed è un punto determinante, perchè il percorso di un ragazzo ancor prima che un giocatore lontano da casa è fatto di momenti buoni e meno buoni, alti e bassi e avere la famiglia che mi da una mano, che mi dà consigli e supporto è fondamentale e mi da tranquillità. Ogni volta che vengono a vedermi per me è prima di tutto una grande fortuna e una grande emozione. Penso che lo sia anche per loro, perché vedere giocare il proprio figlio lontano da casa e fuori dalla propria comfort zone, penso sia un motivo di orgoglio. Loro sanno benissimo quanti sacrifici e rinunce ci sono dietro il raggiungimento dei risultati >

Mi hai detto che il tuo sogno nel cassetto è quello di ritornare alla Dinamo da protagonista, ma immagino che non sia il solo? < Infatti, i sogni e gli obiettivi sono tanti e vanno raggiunti step by step. Perciò il primo, oltre chiaramente a raggiungere i massimi traguardi con la mia attuale squadra è di arrivare il prima possibile in A2 e diventare protagonista, poi come ho detto, vestire la maglia della Dinamo con un ruolo importante e infine quello che credo sia il grande sogno di qualunque giocatore di basket, vestire un giorno la maglia della Nazionale >.

Aldo Gallizzi

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