Il buon partito n. 2
La proposta della massa eccitata aguzza sempre l’ingegno di chi possiede un bagaglio d’interesse enorme. La riflessione di Antonello Nasone per Sesuja
di Antonello Nasone
Sono purtroppo una notevole moltitudine le poco distinte menti che hanno computato la cosiddetta “antipolitica” come termine oppositivo rispetto alla “politica”. Decretando quindi che la tanto detestata “antipolitica” non possa in alcun modo esser portatrice di politicità, anzi ne rappresenti il polo negativo. Affermazione non tanto fallace quanto infantile. Perché l’antipolitica (qui si parla di quella in salsa italica naturalmente, ma il concetto è comprensivo di esperienze più larghe) è matrice non solo di stili e comportamenti degli attori dell’agone politico, ma essa è pure velata ispiratrice di disegni politici. A volte inconsapevoli, spesso no.
Sorta dal penoso degrado morale che imboccarono le compagini partitiche all’indomani dell’omicidio di Moro, che accentuavano progressivamente alcuni detestabili enzimi già presenti nei loro corpaccioni, l’antipolitica presentò il conto negli anni dei grandi equivoci e delle grandi promesse. Non tutti ne capirono la portata, pochi solitari ne decifrarono i contorni, coinvolti allora come tutti in quell’atmosfera scoppiettante di confusioni, agitazioni, àugure di rinnovamento dai toni sfacciatamente grossolani e patibolari come lo sono, di solito, le finte rivoluzioni. Atmosfera che eruttava come sommo proclama l’abbattimento dei partiti in nome di una non ben chiarita “sovranità popolare” (un manifesto del tutto simile, in quegli anni, fu programma del Presidente della Repubblica dello Zimbabwe).
Le recriminazioni provenivano dalla diffusa credenza che il “popolo” fosse stato defraudato delle proprie prerogative decisionali a tutto vantaggio delle organizzazioni politiche. La piccineria e la sconclusionatezza dell’accusa non stanno tanto nel non riconoscere alla massa dei “cittadini” alcuna istanza: esse si confermano qualora codesta massa avanzi la pretesa di indossare la veste “metafisica” di soggetto detentore di un sapere. Viene in mente, a proposito, la celebre metafora scalfariana della “cozza”. Intuizione che calza a pennello per tutti i partiti, dunque feconda e universale a dispetto dell’applicazione partigiana che ne fece il fondatore di “Repubblica”. I partiti (il riferimento va naturalmente a quelli della Prima Repubblica nei loro abiti più credibili) avrebbero avuto il compito di depurare, a livello di istituzioni, le acque provenienti dal proprio elettorato inevitabilmente rese melmose dai continui maldipancia, dai soliti egoismi, dalle richieste eccessive, quasi ai limiti della perversione, e di fornire (nei limiti del possibile…) ai propri iscritti quel minimo di educazione politica e di decenza. Avviatisi nel vicolo cieco degli anni ’80, sprovvisti di quell’etica da rivendere di cui parlava Carmelo Bene, dei partiti si pensò non a far sì che essi fossero disposti a operare una naturale sostituzione della classe dirigente al loro interno, ma a ritenerli inutile orpello.
La proposta della massa eccitata aguzza sempre l’ingegno di chi possiede un bagaglio d’interessi enorme. A chi giovò la catastrofe dei partiti? A tutti coloro i quali la partecipazione delle masse nei partiti rappresentava, e rappresenta tuttora, il detestabile antidoto per le proprie smisurate ambizioni. Spiace vedere come molti storici non abbiano colto il parallelo tra questa fase storica e quella dell’Italia liberale precedente l’ingresso delle masse nella vita pubblica. Come non vedere questo nelle frequenti transumanze che occupano la scena delle compagini politiche attuali? Come non vedere questo nello strabiliante formarsi di numerose, “incredibili” e trasversali consorterie di interessi spesso legate dall’arcano? Come non vedere questo nello spuntare ciclico di demagoghi e arringatori alla Menotti Gallisay (per rimanere in terra sarda)? Come non vedere questo nell’affermazione, fuori da ogni legittimazione elettorale, di quella tecnocrazia che un tempo portava l’alta uniforme e ora i gradi della burocrazia?







