Resilienza sociale

La solita storia: la scomparsa delle imprese incapaci di rigenerarsi purificherebbe il mercato. Chi non è capace di sopportare il malessere migrerà, resterà ai margini. La riflessione di GB Sanna per Sesuja

 

 

di GB Sanna

 

PoveromendicanteSentiamo dire dai politici di regime che la crisi ci spinge verso il sottosviluppo e che bisogna fare sacrifici per superare il disagio sociale. Le clausole comunitarie erano chiare già nel 1992 e chiara era sopra ogni cosa la rigida politica fiscale. L’accordo di Maastricht portava alla deindustrializzazione e quindi alla disoccupazione, alla perdita di sovranità dal momento che le direttive comunitaria avrebbero prevalso sulla legislazione degli stati, alla riduzione delle esportazioni, alla perdita della capacità produttiva della piccola e media impresa e della agricoltura, alla diminuzione del flusso turistico a causa della parità monetaria, all’incremento della burocrazia, alla appropriazione della moneta da parte delle banche, alla gestione della grande distribuzione da parte delle multinazionali. Doveva essere compito della politica e in speciale modo dei partiti della sinistra, trovare la quadra per l’adattamento della economia ai nuovi fenomeni di globalizzazione del mercato. La sinistra al contrario è precipitata nel “neoliberalismo”; ha sposato la disoccupazione, il ridimensionamento del welfare, la chiusura delle piccole e medie imprese, la diminuzione del costo del lavoro, delle pensioni, della sanità, della scuola. La dittatura obbligata in cui si è cacciata non può attuare la lotta alla corruzione, alla evasione fiscale, non può tassare il grande patrimonio e soprattutto gli agi delle banche perché nella forza del “neoliberismo spinto” queste sono forze di movimento, di accelerazione e di prosperità. La disoccupazione, invece, necessaria e voluta dal “neoliberismo”, deve aumentare. Con l’aiuto della nuova forza lavoro che viene dai migranti, fatti entrare per essere sfruttati, in un paese a forte denatalità, si aprono spazi a nuove iniziative a basso costo come l’agricoltura, le costruzioni, le piccole e medio imprese. Lavoratori che se lavorassero in nero creerebbero un micro cosmo di iniziative lavorative che poi col tempo crescerebbero e farebbero ripartire la microeconomia oggi distrutta.

 

La solita storia: la scomparsa delle imprese incapaci di rigenerarsi purificherebbe il mercato. Chi non è capace di sopportare il malessere migrerà resterà ai margini, avremo stormi di pensionati che vagano per i mercati, che frugano nei cassonetti, che fanno le file alla Caritas. Le banche si approprieranno delle loro case. Col tempo i vecchi moriranno, i giovani rinvigoriti lavoreranno, faranno figli e l’economia ripartirà con vigore. I “neoliberisti” chiamano il fenomeno “resilienza sociale”. Napolitano affidando il governo a Monti a Letta e poi a Renzi ha preteso che questa fosse la linea, la linea di Ciampi, della BCE, della BIS, degli accordi internazionali e della CE. Accordi fatti da tecnici collusi alla finanza mondiale, per il loro proprio tornaconto e volutamente incapaci di strutturare una politica economica che risponda ai bisogni del paese. Occorre lavorare su più fronti. Immediatamente sul fronte politico per eliminare tutte le norme burocratiche stupide e leziose che impediscono alle imprese di lavorare, ridurre la tassazione ad una unica tassa che non sia superiore al 10% del prodotto realizzato, riformare l’aspetto sanzionatorio, attuare norme certe che tolgano al giudice ogni potere discrezionale e immediatamente ristrutturare il debito pubblico legandolo al patrimonio dello stato che darebbe una liquidità immensa. Infine ripatteggiare i parametri CE, riaffidare la responsabilità del Tesoro al Governo e fare in modo che si vada verso una Europa, federata e solidale, dove il valore della moneta unica abbia un corso reale e non virtuoso come è oggi obbligati dalla politica economica della BCE.

 

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