La ‘buona scuola’ non porta ad una scuola buona
Con i soliti giochi di prestigio all’italiana si vorrebbe cambiare tutto senza cambiare nulla. Non si capisce perché affidare quote di finanziamento ed anche di controllo gestionale a rappresentanze private dell’impresa
di Michele Pinna
La “buona scuola” di Renzi (dopo aver annunciato riforme e cambiamenti radicali), recentemente approvata dal Senato, altro non è che un castello di fandonie che forse farà risparmiare qualcosa alle finanze pubbliche nella scellerata politica di austerità e di tagli imposta cronicamente dalla cosiddetta Europa ma che sicuramente non migliorerà né la qualità né il prestigio dell’istituzione più importante di uno Stato che volesse ancora esercitare una qualche funzione etica.
I risparmi, a cui una buona amministrazione dovrebbe comunque mirare nella scelta delle priorità e nella eliminazione degli sprechi, concentrando la spesa nei punti focali finalizzati alla realizzazione degli obiettivi che ogni programma prevede, nel caso della cosiddetta “buona scuola” appaiono disancorati da ogni progettualità e da ogni finalità a cui la scuola pubblica dovrebbe assolvere: in primo luogo la crescita umana e la formazione culturale e professionale dei cittadini.
Tralasciamo, in questa sede, un’analisi dettagliata di ciò che significano oggi, in una società profondamente cambiata e mondializzata com’è la nostra, “crescita umana” e “formazione culturale e professionale dei cittadini” poiché il dibattito è ampio e variegato ma i cui contenuti generali, nelle linee di fondo, sono acquisiti e condivisi. Ed in questa condivisione di contenuti, tutte le pedagogie e le filosofie educative sono sfavorevoli ad attribuire prioritariamente all’impresa ed al mercato le opzioni valoriali che dovrebbero caratterizzare il messaggio educativo e formativo.
In tal senso non si capisce perché la “buona scuola” dovrebbe affidare quote di finanziamento ed anche di controllo gestionale a rappresentanze private dell’impresa che, senza alcuna ragione sostanziale nascente dalla natura del processo educativo, entrerebbero a far parte dei consigli d’istituto trasformando le scuole in appendici e luoghi strumentali alla produzione che il privato, interessatamente, dovrebbe finanziare. Forse gli uomini del governo non si rendono conto che in questa maniera ne verrebbe snaturata la funzione umanizzante e la visione formativa di cittadini consapevoli, liberi e sovrani cui la scuola pubblica italiana s’ispira nella sue radici costituzionali; ma nella sua tradizione storica e culturale europea cui la stessa riforma Gentile si era aperta, sia nei suoi indirizzi umanistico-scientifici che in quelli più professionalizzanti delle scuole tecniche ed anche in quelli formativi della scuola primaria; i quali contenuti al netto del ciarpame retorico voluto dalle congiunture politiche del tempo a cui, nonostante tutto, il grande filosofo italiano non aveva fatto mancare nulla, si potrebbero, con qualche leggerissimo aggiustamento, sottoscrivere anche oggi.
Un’altra delle cose inspiegabili su cui anche la scuola renziana, non meno di quella dei governi che lo hanno preceduto, insiste è costituita dalla continua perpetuazione del lavoro educativo allineato contrattualmente a quello della Pubblica amministrazione e della funzione pubblica come quello erogato da un qualunque ufficio dello Stato; una sorta di polpettone tra il burocratico e il militaresco in un dualismo parallelo dove contabilità e vigilanza la fanno da padroni. Da cui discende la figura del Preside, sia essa definibile come sceriffo o come amministratore unico dell’azienda o, come si vuole, relegando la figura e il ruolo dei docenti a quella di semplici custodi di un parcheggio giovanile che, in alcune ore delle giornata, esonera i genitori da ogni responsabilità, compresa quella della cosiddetta “culpa in vigilando” che resta a totale carico dei professori-custodi.
Non nego che, nello svilimento della figura dell’insegnante come uomo e donna di cultura, come uomo e donna in possesso di competenze epistemologiche sui saperi e sulla loro trasmissibilità, ma anche di statuti disciplinari complessi e di metodologie di ricerca oltre che didattiche e comunicative, abbiano avuto una certa responsabilità anche le forze sindacali e le loro dirigenze le quali hanno accettato, e non da oggi, che passasse dentro la scuola il principio della misurabilità produttiva di una fabbrica o di un ufficio per parametrare un lavoro che, invece, ha a che fare con sistemi cognitivi complessi, con personalità individuali, con giovani in età evolutiva, con coscienze, con sensibilità e con emozioni, con ambienti culturali, con territori urbani e campagnoli diversi tra loro. Una professionalità che non si esaurisce nella sola presenza frontale in aula, in se stessa faticosa ed impegnativa, ma che si nutre, oltre che di una formazione universitaria, e di ulteriori percorsi selettivi, di letture, di riflessioni continue sul lavoro didattico, di progettualità, di programmazioni e di verifiche continue, esposte sia al confronto continuo tra colleghi, al giudizio, spesso critico, impietoso ed irriconoscente delle famiglie. L’unica cosa seria che la “buona scuola” avrebbe potuto fare, per riconoscere il lavoro e la funzione centrale dei docenti nella scuola pubblica, e che non ha fatto, è dare l’opportunità, attraverso adeguati finanziamenti alle scuole, per dare conto, anche con pubblicazioni curate dagli stessi insegnanti quali riviste, portali telematici, collane editoriali, del loro lavoro quotidiano ma soprattutto di quello pre e post che sta alla base di un’ora di lezione. Finanziamenti che non possono essere surrogati con un bonus da 500 euro affinché i docenti possano andare a cinema o a teatro, che comunque ci vanno per gusto e per passione intellettuale. Chi ce l’ha, ovviamente. E chi non ce l’ha non l’acquisterà certamente con un bonus di regime.
Così come non sarebbe stato male, unitamente a degli stipendi decorosi di livello europeo, visto che siamo in Europa (o no?) far fruire agli insegnanti di periodi sabbatici, da regolamentare opportunamente, per la sistemazione dei loro materiali di ricerca, di studio e di esperienza didattica, finalizzati alla produzione di libri di testo, di innovazione educativa ma anche di innovazione dei contenuti didattici che oggi più di prima invecchiano molto rapidamente e che le case editrici, che producono libri di testo, disancorate dal lavoro scolastico quotidiano, si limitano ad “impacchettare” e a somministrare; e che i docenti ingoiano spesso chiudendo gli occhi così come ingoiano tante altre pillole amare senza battere ciglio.








