La tradizione della “Cavalleria rusticana” al Teatro Comunale di Sassari
Una buona versione del capolavoro di Mascagni apre la ministagione di giugno e luglio dell’Ente Concerti “de Carolis”

Era il 1947 quando l’allora sindaco Oreste Pieroni propose al commendator Sebastiano Pani di allestire una stagione lirica d’estate. Un azzardo che in realtà non era affatto tale. Sassari viveva anni di ripresa dopo i decenni di immobilismo sociale ed economico del fascismo e poi la guerra. La lirica era una grande passione cittadina, molto di più della musica sinfonica e di quella da camera. Una differenza che sussiste tuttora, nonostante i tentativi negli anni di fare attecchire un’attenzione soprattutto per il repertorio sinfonico beethoveniano (il mitico Ludovico van è l’autore sempre proposto per cercare di scardinare il monolite della lirica, prima al Teatro Verdi, adesso al Comunale). Niente da fare però. I titoli poi che da decenni fanno presa sul pubblico sassarese sono i grandi classici degli autori dell’Ottocento e del primo Novecento. Tra questi Mascagni, con Cavalleria Rusticana, tratta da una novella di Giovanni Verga. Le altre sue opere non hanno mai piantato radici nei cartelloni lirici (tranne Iris e L’amico Fritz, che, seppure raramente, si affacciano sui palcoscenici dei teatri), né riscossero grandissimo successo con il compositore livornese in vita. Cavalleria convinse, al contrario, già alla prima, nel 1890, al Costanzi di Roma.
A Sassari il capolavoro di Pietro Mascagni è garanzia di applausi. È anzi legato al mito, a un episodio ben preciso che strappa ancora il sorriso. Si racconta che, presumibilmente negli anni ’60, al Teatro Verdi fu rappresentata una Cavalleria non ben riuscita. In particolare, l’interpretazione del tenore proprio non andava. Qualcuno (lo diciamo subito: un amico melomane, allora giovanissimo ma già appassionato di lirica), subito dopo l’esclamazione finale «Hanno ammazzato compare Turiddu», gridò dal loggione «E hanno fatto bene!». Mito quindi, ma in realtà cronaca reale, che mostra tutto l’attaccamento al melodramma di Mascagni. Ha quindi visto giusto l’Ente Concerti “Marialisa de Carolis” a puntare su Cavalleria per inaugurare la nuova rassegna estiva, che sebbene consista in appena due titoli, tra l’altro normalmente rappresentati nella stessa serata, costituisce un tentativo corretto per allargare il tradizionale calendario della stagione lirica vera e propria che cade tra ottobre e dicembre. Il 7 luglio seguirà quindi Pagliacci, capolavoro di Ruggero Leoncavallo, che sarà rappresentato in piazza d’Italia, spazio che ha accolto in passato concerti di musica sinfonica e recital lirici con orchestra. Amore dei sassaresi per il melodramma, che nel suo salotto buono non potrà che essere confermato. E tornando a quella stagione estiva del 1947, in pieno agosto nell’allora Piazza d’armi ancora libera dalla scuola media costruita qualche anno più tardi furono rappresentati titoli come La forza del destino, La traviata, Turandot e Lucia di Lammermoor. E registrando il tutto esaurito anche a Ferragosto.
Venendo allo spettacolo di giovedì sera (in replica sabato 10 giugno) al Comunale, è stata una Cavalleria rusticana nel segno della tradizione, con il bell’allestimento di proprietà del Teatro massimo “Vincenzo Bellini” di Catania. Una piazza di un piccolo borgo siciliano ricostruita con cura, a cominciare dallo scorcio di facciata della chiesa. In più, l’ottimo lavoro del regista sassarese Sante Maurizi, che ha riportato sul palcoscenico la processione sassarese della domenica di Pasqua, grazie alla partecipazione delle due (vere) arciconfraternite cittadine protagoniste del rito di S’Incontru, quella dei Servi di Maria con la Madonna e l’altra del Santissimo Sacramento con il Cristo Risorto. E poi il sapiente ricorso ai colori e a un esotismo folklorico non eccessivo, evitando così il rischio di macchiettismo, con un’ambientazione – scrive lo stesso Maurizi nel libretto di sala – spostata di qualche decennio in avanti, in pieno neorealismo. Per la verità la differenza rispetto al libretto che cala la vicenda nel contemporaneo del 1890 è stata davvero minima anche se percepibile. La storia ben si adatta a una rilettura di questo tipo. Del resto, è superfluo ricordare la trama, tanto è famosa l’opera. Ultima nota sulla regia: bella la conclusione con mamma Lucia che si lascia cadere su un drappo rosso adagiato sulla scalinata della chiesa.
Rappresentazione, quindi, davvero convincente sul piano visuale. Qualche sbavatura invece per l’aspetto prettamente musicale. Il protagonista, nel ruolo di Turiddu, era il tenore di grande esperienza Walter Fraccaro. Ce lo ricordavamo con una voce migliore e più limpida nel 2017, per una Turandot riuscitissima. Allora strappò una richiesta (anche furba) di bis per “Nessun dorma”. Stavolta ha denotato una usura della voce a tratti fastidiosa e qualche movimento sul palcoscenico un po’ innaturale. Nessun applauso per “Addio alla madre”, che normalmente richiama l’attenzione del pubblico. In parte deludente è stata Santuzza, interpretata dall’olandese Gabrielle Mouhlen. Bella presenza scenica, ha sfoggiato una voce potente che sembrava coprire entrambi i registri di soprano e mezzosoprano, con una tendenza però a forzare l’emissione con le note più lunghe, tanto che in un paio di passaggi è apparsa troppo gridata. Bene, per non dire benissimo, Marco Caria, baritono già ammirato lo scorso dicembre in Traviata come Giorgio Germont e lanciatissimo in una avviata carriera internazionale. Nel ruolo di Alfio ha confermato tutte le sue qualità, con un bel timbro rotondo e ben impostato e una fluidità non comune. Bene anche il mezzosoprano sardo Elena Schirru (Lola). Positiva l’interpretazione del mezzosoprano Alessandra Palomba come Lucia, un contralto nell’originale di Mascagni.
Andrea Solinas ha diretto l’orchestra dell’Ente Concerti – ritornata, dopo i concerti sinfonici, al più congeniale compito di compagine lirica -, che ha garantito un ottimo suono di ottoni, in particolare i tromboni, e, finalmente, archi all’altezza, come mostrato nell’esecuzione del celebre Intermezzo (un po’ meno nel Preludio, non sorretto dall’introduzione di Turiddu). Qualche incertezza invece ha denotato il coro preparato da Antonio Costa, in particolare nella sezione di voci maschili, a differenza di quelle femminili, ottime. Il disegno luci, anche questo riuscito, era di Tony Grandi.
Alla fine, applausi per tutti, con le usuali chiamate sul proscenio. Mancava forse un po’ di entusiasmo. E un pubblico appena più numeroso.
Luca Foddai








