Pesca e agricoltura in Sardegna
Martedì scorso al Museo del Marte di Porto Torres la tavola rotonda promossa dal PSd’Az nel giorno di Sa Die de sa Sardigna
Porto Torres. Martedì 28 aprile il Museo del Porto ha ospitato la tavola rotonda “La pesca e l’acquacoltura in Sardegna – Criticità e proposte del Partito Sardo d’Azione”, iniziativa inserita nel programma di Sa Die de sa Sardigna e organizzata dalla federazione distrettuale sardista di Sassari, dipartimento agricoltura, pesca e ambiente.
Alla presenza del segretario nazionale Christian Solinas, del suo vice Gian Carlo Acciaro e del segretario di federazione Gavino Gaspa, moderato dal coordinatore del dipartimento Tore Piana, si è sviluppato un importante dibattito alla presenza di operatori della pesca e di imprese che traggono il loro reddito dalla “economia del mare”.
«La pesca in Sardegna non può continuare ad essere trattata come settore marginale. È un comparto economico primario che incide su occupazione, identità territoriale e sicurezza alimentare», ha esordito Piana, rimarcando poi che i sardi vivono in un’isola circondata dal mare, eppure sono costretti a mangiare pesce che arriva da fuori. Oltre il 70-80 per cento dei prodotti ittici presenti sui banchi delle pescherie e della grande distribuzione in Sardegna è d’importazione, proveniente dalla Penisola o dall’estero. «Questo è un dato che grida vendetta per un’isola che vanta una flotta di oltre 1.300 imbarcazioni e un giro d’affari potenziale di svariate centinaia di milioni di euro», ha concluso il dirigente sardista.

I dati sciorinati dai relatori presentati al tavolo raccontano di un settore che, nonostante tutto, muove un’economia imponente. La flotta sarda si affida per il 70 per cento alla piccola pesca artigianale (circa 900 barche), lasciando allo strascico un 10 per cento e ai sistemi misti il restante 20 per cento. Tra catture in mare (fino a 30mila tonnellate annue) e acquacoltura (fino a 14.000 tonnellate), la Sardegna produce ogni anno tra le 30mila e le 44mila tonnellate di prodotto. Il valore reale dell’intera filiera – includendo trasformazione, ristorazione e distribuzione – supera i 400 milioni di euro, ma gran parte di questa ricchezza non resta nel circuito locale a causa dell’invasione di prodotto estero e della debolezza strutturale del mercato interno.
Benedetto Sechi, presidente del Flag Nord Sardegna, ha evidenziato che il pescato sardo c’è ed è di qualità elevata, ma che senza infrastrutture portuali moderne e filiere organizzate, continuerà a perdere valore aggiunto, mentre Paolo Ninniri, presidente del distretto pesca e acquacoltura, ha parlato di una crisi divenuta strutturale: costi di gestione alle stelle, una burocrazia asfissiante e un preoccupante blocco del ricambio generazionale.
Sull’annoso scontro tra tutele ambientali e lavoro, ha fatto il punto Mariano Mariani, già direttore del Parco di Porto Conte: «Il mare sardo è un ecosistema fragile ma produttivo. La sfida non è limitare la pesca, ma costruire regole intelligenti che permettano il ripopolamento senza distruggere il lavoro delle comunità costiere. Solo unendo produzione, tutela ambientale, valorizzazione economica e sovranità alimentare si potrà impedire che il mare della Sardegna diventi una ricchezza dispersa altrove», ha concluso Mariani.
Tutti i relatori si sono trovati d’accordo sul fatto che la Sardegna ha una biodiversità eccezionale, un comparto dell’acquacoltura in crescita e una forte domanda turistica pronta ad accogliere un marchio forte come “Pesce di Sardegna”. Per tradurre il potenziale in realtà, il convegno ha stilato un piano strategico in cinque punti che si possono così sintetizzare: regolare lo sforzo di pesca basandosi su dati reali e non solo su burocrazia, introducendo la rotazione delle aree; istituire aree di mare a recupero biologico e fermi integrali temporanei monitorati dalla scienza; sostenere il rilascio di specie ittiche e la maricoltura rigenerativa in sinergia con le Università; finanziare l’ammodernamento delle reti per ridurre le catture accidentali e aumentare la selettività; reddito ai pescatori, in quanto nessuna sostenibilità ambientale è possibile senza la sostenibilità economica dei pescatori, che vanno incentivati per le loro pratiche responsabili.
La conclusione tracciata dal segretario della federazione di Sassari Gavino Gaspa ha messo in evidenza che la politica attuale guarda solo al contingente, trascurando la reale programmazione di un nuovo modello di sviluppo di carattere generale per tutta l’economia sarda, per la quale tutti i settori produttivi devono essere legati in un progetto economico globale. Pertanto, si può affermare che la crisi della pesca sarda non è una crisi di risorse naturali, ma soffre, alla pari di tutti gli altri comparti, della mancanza di una governance regionale. Ovvero di un gruppo dirigente che sappia dare alla Sardegna una programmazione di ampio respiro. Programmazione che non si soffermi solo sulle emergenze, ma che guardi al futuro delle nuove generazioni.







