25 aprile, parla Guido Sechi

Il discorso del commissario straordinario del Comune di Sassari in occasione del 69° anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La cerimonia a Palazzo Ducale

Interviene il commissario Guido Sechi

Sassari. Di seguito il discorso letto durante la cerimonia del 25 aprile a Palazzo Ducale dal commissario straordindario del Comune Guido Sechi.

Illustri Autorità civili, militari e religiose, Rappresentanti delle associazioni partigiane, dei reduci ed ex combattenti, d’Arma e delle Forze di Polizia, Cittadini di Sassari, a ciascuno giunga cordiale il mio saluto, in questo giorno, 69° anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo.

A me quest’anno, in modo inatteso, l’onore e il piacere di accogliervi, in qualità di Commissario straordinario del Comune di Sassari, nel cortile di Palazzo Ducale, sede della Municipalità e luogo deputato tradizionalmente ad ospitare questa celebrazione. Mi siano però consentiti un saluto ed un ringraziamento particolari a chi per nove anni ha fatto gli “onori di casa” in questa occasione e che anche oggi è qui, quale rappresentante della più alta istituzione democratica dei sardi: il Presidente del Consiglio regionale, onorevole Gianfranco Ganau. La sua presenza oggi, nella sua nuova veste istituzionale, onora Sassari e questa ricorrenza ed è un invito per tutti noi a celebrare questa festa nel segno dell’unità, come popolo sardo e come italiani.

Proprio al tema dell’unità vorrei dedicare questo mio breve intervento, che desidero formulare consapevole della dimensione squisitamente istituzionale dell’incarico di cui sono stato onorato. Riflessioni di un funzionario dello Stato, che per oltre quaranta anni ha servito le sue Istituzioni, per molti anni in passato in questo Ente, fino a oggi con questo ultimo e particolare ruolo.

Unità, dicevo, è il sentimento e la prima immagine che si affacciano alla mia mente pensando al 25 aprile del 1945. L’Italia liberata definitivamente dalla occupazione nazi-fascista; la conclusione della breve e tragica esperienza della Repubblica sociale; la riunificazione sotto un’unica bandiera di tutto il Paese; la fine della guerra. Unità e libertà ritrovate insieme: frutto dell’impegno militare degli Alleati ma soprattutto di quella straordinaria esperienza ed espressione dell’appartenenza alla Patria che fu la Resistenza.

Unità, non uniformità. Pensiamo alle donne e agli uomini che diedero vita e animarono la Resistenza, la ricostruzione e scrissero la nostra Carta costituzionale: un monumento di civiltà politica e giuridica. Essi provenivano dalla più diverse esperienze personali; avevano idee e riferimenti culturali e politici molto differenti tra loro, per certi versi anche antitetici. Sentivano però un forte senso di appartenenza nazionale, e perciò si resero credibili interpreti del bisogno collettivo di unità e di riscatto. Avevano la visione chiara di futuro comune e furono capaci di concretizzarla. Quelle donne e quegli uomini, la nostra Costituzione frutto del loro intelletto e del loro impegno hanno ancora tanto da dirci e da insegnarci!

Rileggiamo la nostra Costituzione, facciamo sì che soprattutto le nuove generazioni ne sentano la voce forte e appassionata, quando parla dei grandi valori di libertà, solidarietà e fratellanza che ne informano i principi fondamentali. L’articolo 2, che riconosce il primato della persona e dei suoi diritti inviolabili, sia come singolo sia nelle formazioni sociali dove si svolge la sua personalità richiede a tutti l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. L’articolo 3, che sancisce l’eguaglianza di tutti i cittadini e pone in capo alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. L’articolo 5, che dopo aver affermato che la Repubblica è una e indivisibile, le impone il riconoscimento e la promozione delle autonomie locali, fondamento anche dell’autonomia e della specialità dello Statuto della Regione sarda.

Se un senso ha il rinnovarsi di questa celebrazione, oltre alla memoria commossa e grata verso coloro che per la conquista e l’affermazione dell’unità e della libertà hanno dato la vita, è proprio quello di ricordarci da dove veniamo e chi siamo. Di invitarci a rileggere il nostro passato ma soprattutto a immaginare il nostro avvenire, avendo come riferimento la Costituzione, scritta col sacrificio di quanti oggi qui con la nostra presenza intendiamo onorare.

Se come cittadini non vogliamo che ciò che ora compiamo sia solo il retorico perpetuarsi di un rito che, con il succedersi delle generazioni, perde via via di significato, dobbiamo continuamente attingere a quel prezioso deposito, farne materia del nostro impegno e metro di giudizio delle nostre azioni.

È per questo che, avendo scelto l’unità come tema principale di questo mio intervento, che vado a concludere, non posso omettere un riferimento ai recenti avvenimenti, che hanno visto gruppi, per quanto esigui numericamente, modesti quanto ad elaborazione concettuale e politica e primitivi quanto a organizzazione, ipotizzare e preparare gesti eclatanti per rivendicare una indipendenza disgregatrice dell’unità del paese, antistorica nella concezione e velleitaria quanto alla sua concreta attuazione. Si tratta, in ogni caso, di situazioni da non sottovalutare, che nascono e trovano alimento in un disagio diffuso e reale. Semplicemente condannarle sarebbe vano, se a quei bisogni, magari espressi in maniera errata o inadeguata, non venissero date risposte concrete ed efficaci. Riformando dove necessario il corpo delle istituzioni democratiche, nella fedeltà ai principi e ai valori della Costituzione. Nel rispetto di quel necessario equilibrio tra i poteri, fatto di pesi e contrappesi, che è l’elemento caratterizzante la natura propria degli Stati di diritto. L’articolo 1 della Carta riconosce infatti la sovranità al popolo, e quindi a chi politicamente e istituzionalmente lo rappresenta, stabilendo che essa debba essere esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Libertà, unità, solidarietà, coesione nella diversità, piena affermazione della personalità e delle identità nella legittima valorizzazione della pluralità e delle autonomie. Quei principi e quei valori, nati dalla lotta di liberazione, in cui tutti noi crediamo e la professione di fede nei quali oggi vogliamo rinnovare: viva la Costituzione! Viva la Repubblica! Viva l’Italia!

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