Claudio Ranieri, l’ultimo Signore del calcio
L’ennesima impresa sportiva di un uomo che incarna valori sempre più rari di tempi ormai lontani
Lo sport è strano, bello emozionante, crudele, se poi parliamo di uno sport di squadra qualsiasi emozione, positiva o negativa che sia, si moltiplica perché coinvolge non un atleta ma un gruppo. E a proposito di squadra, una squadra che vince, difficilmente ci riesce se non è basata su un gruppo compatto e per gruppo si intende giocatori, società e allenatore. Spesso, se non sempre, a portare il cemento per unire saldamente tutte le componenti è proprio lui: l’allenatore. A Sassari in tempi attuali non si può dire di essere messi male da questo punto di vista, perché tecnici ma ancor prima uomini come Bucchi e Restivo nelle due Dinamo maschile e femminile ne sono l’esempio lampante. Senza la loro empatia e sensibilità difficilmente sarebbero arrivati i grandissimi risultati della stagione appena conclusa. Transando sul calcio, non è stato da meno Alfonso Greco che, grazie soprattutto alla sintonia con il gruppo, ha guidato la Torres alla salvezza. Ovviamente partendo dal presupposto che stiamo parlando di valori che si abbinano ad altrettante capacità tecniche.
Ma veniamo al dunque, al protagonista, all’uomo copertina di oggi: Claudio Ranieri. Sì, perché se si parla di valori umani (oltre che professionali) legati alle imprese sportive, Sir Claudio ne è l’esempio vivente e vincente. Fare dietrologia talvolta può stancare, ma come si fa a dimenticare il doppio salto dalla C alla A di oltre trent’anni fa del Cagliari guidato in panca da uno sconosciuto giovane allenatore di Testaccio? Come si fa a non pensare al miracolo calcistico chiamato Leicester che, nella stagione 2015/2016 vinse la Premier League con in squadra un manipolo di sconosciuti o quasi? La Premiere League signori, mica il torneo dei bar. E chi c’era in panchina? Sì, sempre lui Sir Claudio.
L’ultima impresa sportiva di questo giovanotto di 71 anni è storia recentissima e risale a qualche ora fa. Un obiettivo che sembrava impossibile, quando pochi giorni prima di Natale il patron del Cagliari, ironicamente il classico esempio di milanese imbruttito, industriale volenteroso e danaroso ma troppo presuntuoso e accentratore, nonché amante delle figurine Panini, si cosparse il capo di cenere e decise finalmente di ammettere di aver perso la sua ennesima scommessa tecnica, cacciò (colpevolmente in ritardo) Liverani e diede le chiavi di casa a Ranieri, ritirandosi finalmente dietro le quinte e lasciando fare a chi sa fare, azzeccando finalmente la mossa dopo anni di disgraziate operazioni.
In quel momento il Cagliari era fuori dalla zona play off e a ridosso della zona retrocessione, con un “quadro clinico” molto complicato e una sorta di fatalistica rassegnazione che aleggiava in tutto l’ambiente, dallo spogliatoio ai tifosi e con in atto un’accesa contestazione verso Giulini, invitato più volte a farsi da parte. Da quel momento in poi, tutto è cambiato.
Ranieri ci ha pensato molto prima di accettare un incarico che, data la difficoltà dell’impresa chiesta dal patron, avrebbe in qualche maniera potuto offuscare i bei ricordi e incrinare un rapporto con una piazza che lo venerava. Ma ecco che il Signore, l’uomo con valori importanti e d’altri tempi, non si smentisce e si conferma tale. Sir Claudio accetta, perchè Cagliari mi ha chiesto un aiuto nel momento di difficoltà e io non posso comportarmi da egoista, dirà poi. Sir Claudio si prende in mano la patata bollente e con calma, pazienza, esperienza, umanità, professionalità e grande conoscenza, la fa pian, piano, raffreddare, ricostruendo un gruppo che da quel momento in poi lo ha seguito e ha dato tutto per lui, per la maglia, per i tifosi e per l’intero popolo rossoblù sparso nell’isola e non solo.
Chi ancora non lo aveva ben chiaro, ha capito in toto il valore della maglia che indossava e ha dato tutto e di più perché la favola potesse avere un lieto fine. Si pensi a giocatori come Lapadula, capocannoniere della serie B, ringiovanito e totalmente rivitalizzato dalla cura Ranieri, si pensi a Dossena, panchinaro fisso con Liverani, titolare inamovibile e giocatore chiave nella gestione del tecnico romano. Si pensi ai giovani prodotti del vivaio come Luvumbo, Obert e Kourfalidis o ai bistrattati Deiola e Lella. Tutti giocatori che con la fiducia avuta da Ranieri hanno dimostrato di meritare molto più di altri con il nome e l’ingaggio pesante una maglia (Giulini, ora è più chiaro il concetto?).
Addentrarmi nel discorso tecnico però non è lo scopo di queste righe, certi aspetti, pur potendoli commentare da addetto ai lavori, li lascio ad altri colleghi che seguono più da vicino la squadra, quindi chiudo immediatamente la parentesi.
L’uomo copertina è lui, Claudio Ranieri e il focus vuole mettere in evidenza esclusivamente il suo valore. Come non alzarsi in piedi ed applaudire ad esempio la sgridata fatta agli ultras cagliaritani durante i festeggiamenti allo stadio San Nicola di Bari, quando Sir Claudio è andato sotto la curva, gridando e facendo segno di no ai suoi tifosi che schernivano i baresi sconfitti? Voglio che applaudiate dice Claudio, gesticolando per farsi comprendere meglio. E i supporters che fanno? Ubbidiscono compatti. Ennesima lezione di sportività servita.
Ovviamente questo è solo l’ultimo gesto di fair play in ordine di tempo, perché dal suo arrivo ce ne sono stati tanti, come i complimenti e il rispetto manifestati in pubblico per squadre e soprattutto allenatori avversari. Non è certamente un caso se sono proprio i vari allenatori i primi ad inchinarsi di fronte a Claudio Ranieri, riconoscendo di aver di fronte un esempio, un mito, un uomo oltre che un allenatore da guardare dal basso verso l’alto.
Sempre calmo, rispettoso, pacato, lucido, solo una volta lo abbiamo visto scaldarsi, per mettere i puntini sulle i, sempre con grande educazione e capacità espressiva, all’indirizzo del DS del Parma Pederzoli, invitato ad imparare a stare al mondo, dopo alcune dichiarazioni pretestuose e di parte.
Infine, sempre a voler evidenziare le qualità dell’uomo Ranieri, non dimenticherò mai un episodio che mi riguarda. Era il 2003, a quei tempi ero un giovane cronista sportivo in attività da cinque anni e perciò alle prime esperienze. La televisione sassarese per la quale lavoravo mi incaricò di curare un programma dedicato ai 100 anni rossoblù e qui per rossoblù si intende la Torres. Una delle puntate era dedicata a Gianfranco Zola che in quegli anni indossava la maglia del Chelsea pre Abramovic. Con la direttrice di produzione e con il video operatore andammo sino a Londra per raggiungere e intervistare Zola. L’allenatore di quel Chelsea era Claudio Ranieri. Per me, giovane cronista e appassionato di calcio, avere il privilegio di intervistare quello che in quegli anni era il mio idolo assoluto, aveva le sembianze di un sogno, qualcosa come toccare il cielo con un dito. Ma mi ero preparato e l’emozione si sciolse subito, anche perché, a proposito di Signori del calcio, anche Gianfranco Zola rientra a pieno titolo nella categoria.
Ciò che non mi aspettavo era di poter incrociare per caso nella mensa del Chelsea mentre pranzavo con Zola, Sir Claudio Ranieri. Rimasi quasi incantato nel vederlo, per me lui aveva un carisma pazzesco, vide degli sconosciuti (me e la troupe) e con un sorriso e un cenno della mano ci salutò.
Decisi che non potevo perdere l’occasione che mi si stava presentando, mi sarei mangiato le mani a vita, quindi vinsi la battaglia personale con l’emozione, avevo paura di disturbare, ma mi avvicinai, mi presentai, gli spiegai il motivo della nostra presenza li e gli chiesi timidamente se avesse voluto concedermi una battuta al microfono. Non indugiò un solo istante e mi rispose, rompendo immediatamente il ghiaccio: < Assolutamente sì, molto volentieri, per Gianfranco e per la Sardegna sono sempre a disposizione, è un grande piacere >. Ecco qui lo spessore dell’uomo che emerse subito, mi mise totalmente a mio agio, le mie “paure” scomparvero e l’intervista, seppur breve, andò alla grande. Mi piace pensare che in quel suo atteggiamento e modo di fare che ho vissuto sulla mia pelle, sia racchiuso l’uomo Ranieri, una persona in grado di stabilire fin da subito una connessione emotiva con chi gli sta davanti, mettendolo nelle condizioni di fare al meglio il proprio lavoro, sia esso un calciatore o come me in quel caso, un giovane giornalista.
Inutile dunque ribadire che per il sottoscritto fu un incontro indimenticabile, in quegli anni per un giovane cronista sportivo di Sassari avere una simile opportunità, per il livello di difficoltà a raggiungere certi personaggi, è paragonabile a un’intervista attuale con Klopp o Guardiola nelle club house di Liverpool e Manchester City. Non proprio semplicissimo. La nostra conversazione proseguì a microfoni spenti per qualche minuto, poi mi strinse la mano, mi augurò buon lavoro e andò via, lasciandomi già da allora l’impressione di essere un vero Signore, cosa questa sempre più rara nel mondo del calcio e più in generale dello sport.
Aldo Gallizzi








