Bancali, nuovo carcere, diversa realtà

Audizione a Palazzo Ducale della Garante dei detenuti nominata dal Comune di Sassari Cecilia Sechi. «È un mondo a sé». Tra gli stranieri dal Marocco il gruppo più numeroso

 

CarcereBancaliSassari. Nuovo carcere e impegno completamente rinnovato per il Garante dei detenuti nominato dal Comune di Sassari. Cecilia Sechi, assessore alle Politiche Sociali nella prima Giunta Ganau (2005-2010), è la garante dal 2011. Martedì mattina, di fronte ai consiglieri della Commissione Cultura e Servizi Sociali di Palazzo Ducale, presieduta da Carla Fundoni (Pd), è stato il momento dei bilancio dell’attività del primo anno di impegno nel nuovo carcere di Bancali. La struttura penitenziaria è totalmente diversa da quella, vecchia e angusta, di San Sebastiano. «È cambiato tutto. Prima avevamo anche otto detenuti in una cella. Adesso gli spazi sono invece enormi», dice subito Cecilia Sechi. «In Italia non c’è un disegno di politica penitenziaria e certi problemi rimangono sempre attuali. Il carcere è un mondo a sé e Bancali lo dimostra».

È cambiata completamente l’atmosfera intorno al penitenziario. «Prima i detenuti si sentivano in città, con il traffico, la signora del palazzo di fronte che salutava. Mi ha colpito molto la frase detta da uno di loro: Questo è un carcere! Adesso solo per i colloqui è necessario attraversare cancelli e porte. E se non c’e un agente dedicato i colloqui non si fanno. Il trasferimento a Bancali è stato una scelta tra due mali: passare un’altra estate senz’acqua, con i problemi che abbiamo avuto con Abbanoa? Abbiamo detto: andiamo in un carcere nuovo, magari ancora non perfettamente allestito», racconta la garante. Bancali si sta assestando, anche in tutte le attività educative, scolastiche e di carattere psicologiche.

CeciliaSechi
Cecilia Sechi

In Italia, dice Antigone, ci sono 38 istituti carcerari arredati ma non ancora aperti. «Ricordo il sopralluogo per la prima apertura. Tante cose non si capivano. Questo perché, ripeto, manca una politica penitenziaria in Italia e certi aspetti non sono approfonditi. Il numero degli educatori, per esempio, era rimasto tale: adesso ne abbiamo uno in più. O la fermata dell’autobus, lontanissima dall’ingresso: c’è voluto un anno per farla spostare».

A Bancali non ci sono carriere criminali, tranne 4-5 persone con storie importanti (omicidi o rapine a mano armata). In carcere vanno del resto poveri e disgraziati. «Ci sono molto giovani con problemi di droga, che al contrario dovrebbero fare percorsi di recupero molto diversi, con interventi dedicati. Ecco che allora la prigione diventa scuola devianza», dice la garante. Nel 2013 a livello nazionale ci sono stati 1067 tentati suicidi e ben 6900 atti autolesionismo, su una popolazione carceraria totale di 58000 detenuti, di cui 11mila stranieri. Nel 2014, fino a giugno, i suicidi sono stati sei. Preoccupanti anche i numeri dei detenuti in attesa di giudizio: la realtà, a oltre 40 anni dal celebre film con Alberto Sordi, e con un nuovo codice di procedura penale da 25 anni, non è cambiata molto, con 20mila ancora non giudicati. E l’Italia, dopo Ucraina e Turchia, non proprio esempi di efficienza giudiziaria, è il paese con il maggiore numero di detenuti in attesa di giudizio.

CommCultServiziSocGaranteE a Bancali? I numeri sono aggiornati a giugno del 2014. Le presenze totali sono 340, con 58 in attesa di giudizio, 227 definitivi, 15 ricorrenti e 16 appellanti. Completamente cambiata la provenienza straniera. A San Sebastiano il gruppo più numeroso era quello degli spagnoli; a giugno c’erano invece 20 marocchini, 15 rumeni, 15 albanesi e poi gli altri gruppi, con gli spagnoli appena 7. «Rimango colpita dalle situazioni personali di tanti detenuti. Parecchi non hanno nulla e nessuno: non hanno rapporti con l’esterno, non possiedono niente». A Bancali ci sono due suore manzelliane che si occupano delle necessità primarie. Però potrebbero arrivare presto i mafiosi. «La presenza di detenuti in regime di 41bis non mi preoccupa. Rimane una misura spaventosa. A Bancali il padiglione è stato scavato in una fossa. Questo perché il detenuto può vedere solo un pezzo di cielo. Niente colloqui, neanche con il proprio avvocato col quale si possono avere solo rapporti telefonici, tutti registrati». I problemi sono altri, a cominciare dall’intasamento con gli uffici della magistratura di sorveglianza.

Fino a giugno c’erano anche due bambini, nella sezione femminile (le donne detenute sono normale 14-16). Esiste inoltre un gruppo di lavoro (creato d’intesa con i vertici del penitenziario e con gli operatori interni, tra cui il cappellano don Galia, che è anche il direttore della Caritas diocesana) che sta svolgendo un’opera di sensibilizzazione sul mondo carcerario nei confronti dei giovani, in particolare nelle scuole (si è iniziato con il Liceo Azuni).

A breve il Consiglio comunale potrebbe occuparsi di nuovo della figura del garante, il cui mandato è legato a quello dell’Assemblea Civica, eleggendo o confermando l’uscente Cecilia Sechi. «Ci tengo a precisare che non sono una semplice volontaria. Il garante dei detenuti è una figura istituzionale». Perché una corretta politica carceraria passa anche attraverso il rispetto per ruoli così delicati.

Luca Foddai

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