E lo chiamavano rap
Molti cantanti improbabili, video girati in location kitsch o trash e ragazze appariscenti. Appello ai poeti: esprimetevi sui versi dei brani. La riflessione di Antonio Deiara
«Vorrei suonare la console deejay!», dichiarava felice un mio alunno dall’orecchino di plastica (detto “espansore”, come appresi in seguito). «Non vorrei deluderti – risposi con serafica pazienza – ma la console non è uno strumento musicale». Era l’inizio di una discussione triennale, dalla prima alla terza media. Ovviamente, dato che nella superattrezzatissima “Aulamusica” della mia Scuola ad Indirizzo Musicale anche la console DJ fa la sua bella figura, l’alunno orecchinato venne accontentato: suonò la batteria, lo “strumento abbinato” scelto fu la chitarra, mentre la console venne usata quando la programmazione ne prevedeva l’impiego didattico. La discussione si spostò ben presto sul piano analitico. I brani proposti dall’aspirante DJ, musicalmente, risultavano molto poveri; un ostinato ritmico “a manettone”, quattro note sempre quelle, un accordo sorprendentemente minore, timbri elettronici campionati alla buona, intonazioni traballanti. «Prof., Lei non capisce che in questo tipo di musica ciò che conta è il testo. Si chiama Rap». Risposi scherzosamente: «Non per fare il bisbetico, io non sono poeta, cosa ci sia di poetico, scoprirò molto in fretta!».
Ora passo la palla a voi, amici Poeti. Esprimetevi! Leggete alla luce del vostro senso estetico i versi di Salmo (sardo di Olbia, nonostante il nome paraliturgico) o di Fedez, quelli dei barbaricini Menhir o dei libissonici Stranos Elementos, del “tuttotatuato” J-Ax o del tenebroso Eminem, in lingua inglese o in lingua sarda, in lingua italiana o nella varietà alloglotta turritana. Ho sottoposto alcuni frammenti di un noto brano rap (si dice il peccato ma non il peccatore…) al giudizio del segretario del Premio Ozieri di letteratura sarda, il poeta e scrittore Antonio Canalis. Mi ha autorizzato a riportare le sue parole: «Si tratta di versi che potrebbero andar bene per i ragazzini ma non reggerebbero sopra un palco, messi a confronto con gli improvvisatori in lingua sarda». Già, i nostri poeti improvvisatori che, in un memorabile convegno organizzato proprio ad Ozieri qualche anno fa, non rimasero certo senza parole nella sfida con un gruppo di rappers…
Riepilogando: il “rap” e i suoi numerosi sottogeneri spopolano sul web e in canali televisivi specializzati, con videoclip accattivanti per gli adolescenti di entrambi i sessi; un pubblico numeroso fruisce di brani che, sottoposti ad analisi musicale, risultano di livello elementare o assai scarso, con le dovute eccezioni; gli ascoltatori appassionati di “rap” sostengono che noi musicisti non possiamo giudicare i cd dei loro beniamini in quanto ciò che conta è il testo. Spero di suscitare il dibattito e indurre i poeti di… “buona volontà” a scendere in campo! Quanto alle competenze musicali di coloro che si avvicinano alle sette note o intendono utilizzare nella professione il linguaggio dei dodici suoni, si tratta di un problema di pertinenza di noi docenti di musica, strumento, canto, composizione, etc., dalle Scuole Elementari (comprese le “musicali” di cui al D.M. 8/2011) alle Medie, dagli Indirizzi (D.M. 201/99) ai Licei Musicali, dalle Scuole Civiche di Musica alle Bande e ai Cori Parrocchiali o Polifonici o Polivocali Sardi, fino ai Conservatori di Musica. Che sia necessario discutere anche in merito alla “Filiera dell’Istruzione Musicale”, in Sardegna e non solo? (Antonio Deiara)






