Elisabetta, regina solitaria
Prima sarda al Teatro Comunale dell’opera di Rossini che ha aperto la 72ª stagione lirica sassarese. Riuscita trasposizione nella Londra contemporanea
di Luca Foddai
Sassari. Non è l’Elisabetta Tudor degli anni del teatro di Shakespeare, delle esecuzioni pubbliche di ribelli papisti o delle condanne da scontare nella Torre di Londra. È invece l’Elisabetta dei nostri giorni, altrettanto austera ed a tratti ingessata e rigida, alle prese con abiti e cappellini dai colori pastello (ma soprattutto con gossip, tradimenti, amori della famiglia reale sbandierati sui media). Per la prima sarda di “Elisabetta Regina d’Inghilterra” il regista Marco Spada, direttore artistico del “Marialisa de Carolis”, propone un’attualizzazione dell’opera rossiniana che va oltre le dinamiche storiche reali. Sono elementi di un Regno Unito moderno, che si innestano in un contesto narrativo non sanguinario o truculento, come il racconto di Giovanni Schmidt, livornese a dispetto del nome germanico, autore del libretto, avrebbe anche motivato. Del resto la “Elisabetta” fu concepita nel 1815 come opera seria e rappresentata con grande successo al Teatro San Carlo di Napoli in un momento importante per i Borboni appena restaurati sul trono del Regno delle Due Sicilie, entità statuale rinata col nuovo nome proprio in quei mesi. Elisabetta allora dei giorni d’oggi, come gli scozzesi prigionieri (e la Elisabetta dei nostri tempi è in realtà scozzese per parte di mamma), che tali alla fine non sono. L’esercito invece non porta armi, perché è costuito dalle guardie rosse con colbacco nero di Buckingham Palace. Ma c’è anche un popolo contemporaneo, dalle venature in parte punk ed in parte tradizionali (lo scontato gentleman londinese nero in abito, ombrello e bombetta), che ben trasmette allo spettatore l’atmosfera della Londra moderna, la “Swinging London” degli anni ’60 e ‘70 (senza però Beatles e Rolling Stones), contestataria e conservatrice allo stesso tempo.
A cominciare dalla Union Jack esposta sul sipario, bandiera tra l’altro nata solo nel 1700, quando Inghilterra, Scozia e Irlanda si fusero nel Regno Unito. Ma la Londra gossipara è quella britannica del XX secolo. E la regina alla fine è grande e magnanima, perché tutti perdona, a cominciare dai prigionieri scozzesi, e punisce l’infido e bieco criminale Norfolc. La vicenda è del resto fantasiosa (anche se un Robert Dudley, conte di Leicester, fu davvero il favorito della Regina Elisabetta Tudor): Elisabetta è innamorata del giovane Leicester, generale dell’esercito inglese, che non può contraccambiare il sentimento perché sposato con la figlia di Maria Stuarda, Matilde, con l’invidioso Norfolc che trama contro il regno; alla fine vince l’amore e la regina benedice il matrimonio inizialmente segreto.
Gioachino Rossini scrisse “Elisabetta Regina d’Inghilterra” a 23 anni. Era reduce dai trionfi alla Scala con “La pietra del paragone” e al San Benedetto di Venezia con “L’italiana in Algeri”. E a Napoli la sua fama, complice il genio di Domenico Barbaja, mitico impresario teatrale, si consolidò. Con “Elisabetta” il successo fu immediato. Complice la scrittura musicale accattivante e ben definita, oltre che per la interpretazione nel ruolo della protagonista di Isabella Colbran, la star dell’epoca, poi signora Rossini. A noi in realtà l’opera, ad un primo impatto, non appare un capolavoro. Niente a paragone del “Barbiere” o della “Cenerentola”. Eppure a monte di queste opere sta proprio “Elisabetta”. La tecnica cosiddetta dell’autoimprestito trova qui un passaggio cruciale. A cominciare dall’ouverture, concepita in realtà per un’altra opera, di un paio di anni prima, “Aureliano in Palmira”; ma soprattutto ripresa, e resa celebre, nel “Barbiere di Siviglia”. In quest’ultimo capolavoro ritornano altre note della “Elisabetta”, come l’avvio della cavatina di Rosina. Altri passaggi sono ripresi nella “Cenerentola”. In tutto addirittura una trentina di brani, melodie o semplici passaggi a ritornare in altre opere, prima e dopo la “Elisabetta”, passano per l’autoimprestito. Furbizia, mancanza di tempo, velocità nella composizione, tante necessità da rispettare. Per Rossini, principe, pare, della pigrizia e della buona tavola, questa soluzione, soprattutto nei primi anni di attività, si rivelò vincente per soddisfare le aspettative di impresari e pubblico.
L’originale allestimento della “Elisabetta” che venerdì ha aperto la 72ª edizione della Stagione lirica sassarese è risultato gradevole e moderno. Bene le voci. Silvia Dalla Benetta con il passare dei minuti si è rivelata una grande Elisabetta: soprano lirico drammatico, fino a poco tempo fa era soprano di agilità e al Comunale in alcuni passaggi ha rispolverato elementi di repertorio. Ha interpretato la sovrana, dal carattere freddo, solitaria anche sul palcoscenico, costretta ad osservare in maniera rigida l’etichetta di corte, ingabbiata negli abiti, come nell’ultima scena, con il costume cinquecentesco rigido e fisso, che le restituisce però l’autorevolezza della grande regina. Ottimo il tenore Alessandro Liberatore, che ha proposto un Leicester corretto e sciolto sul piano interpretativo. Limpido e davvero convincente il canto di Sandra Pastrana, soprano spagnolo, per una bella Matilde. Norfolc, ben interpretato dal catalano dalle lunghe basette David Alegret, si è rivelato un traditore da quattro soldi, seppure il suo disvelamento non abbia trasmesso eccessiva drammaticità. Siamo lontati dai personaggi tormentati tipicamente romantici. E del resto la voce da tenore pienamente rossiniano lo fa sembrare meno antipatico. Olesya Berman Chuprinova, convincente mezzosoprano russo, è Enrico, in un ruolo quindi maschile e concepito per contralto. Infine Néstor Losàn (Guglielmo), giovanissimo tenore (ancora musicalmente acerbo). Scattante e briosa la direzione di Federico Ferri, che ha accentuato i bassi, facendo risaltare le percussioni e conferendo all’orchestra un suono meno da Ottocento inoltrato e più leggero, vicino all’originalità rossiniana. Applausi anche per il Coro dell’Ente Concerti, diretto da Antonio Costa.
Positivo l’allestimento scenografico, curato da Mauro Tinti; i costumi sono di Maria Filippi; il disegno luci è di Fabio Rossi. Nel secondo atto da incorniciare la doppia visione, quasi da schermo televisivo diviso in parti uguali. Da un lato la gigantografia di un francobollo con l’effige elisabettiana “1st”, nero, come il penny black mitico della Regina Vittoria; dall’altro lo studio, ordinato ma vuoto, emblema dei sentimenti controllati, all’esterno quasi freddi, della sovrana.
“Elisabetta Regina d’Inghilterra” sarà replicato domenica alle 16,30 sempre al Teatro Comunale di Cappuccini.
© Ente Concerti “Marialisa de Carolis” per le foto (di Sebastiano Piras)








