La Sardegna come un uovo di Pasqua
Ecco come abbiamo svuotato i nostri paesi e rovinato le nostre città. Scelte fatte dagli amministratori e dai professionisti locali. La riflessione di Michele Pinna per Sesuja
di Michele Pinna
La Sardegna, talvolta, mi viene voglia di paragonarla ad un uovo di Pasqua. Bello di fuori, incartato con fogli luccicanti e fosforescenti, sigillato con nastri dagli abbondanti riccioli che lo fanno sembrare ancora più ricco e desiderabile, agli occhi dei bambini che lo attendono in dono, i quali, poi, non vedono l’ora di scartarlo per romperlo e trovarvi tra i frantumi di cioccolato, una sorpresa. Una, pur che sia, ma una sorpresa. Dinanzi alla grandezza dell’involucro, il più delle volte, essa consiste in un cosino di plastica, in un ninnoletto da nulla, di alcun valore, che ben presto verrà messo da parte e con esso, dopo averne mangiato un po’, anche i dolci o fondenti residui unitamente all’involucro, sconvolto e stroppiciato. La solita delusione dei bambini e il solito commento degli adulti: «È sempre cosi. Non bisognerebbe comprarne, meglio il cioccolato a pezzi».
Però anche gli adulti conservano in loro, sempre, un po’ del loro essere stati bambini e, attratti dalla magia e dal mistero della sorpresa, continuano a comprare le uova di Pasqua. Chi fa marketing nell’industria dolciaria questo lo sa.
La Sardegna, in molte immagini che di essa se ne danno, appare come un uovo di Pasqua.
È l’Isola dei longevi. È l’Isola dei mari più puliti e più trasparenti del mondo. È l’Isola delle tradizioni incontaminate. È l’Isola dei prodotti alimentari tipici della tradizione. È l’Isola con il migliore clima del mondo. È l’Isola dei paesaggi arcaici e primitivi. È L’isola dove la gente è accogliente ed ospitale. In questi anni è diventata anche l’isola dei festival: letterari, cinematografici, festival del giallo, del noir, di tutto e di più. La Sardegna, si dice, ed è bene che il mondo lo sappia, è l’Isola dove si studia, più che in in ogni latitudine terrestre, la lingua inglese. Insomma tutto quello che il turista cerca e che non troverebbe in altre parti del mondo in Sardegna c’è. Si perché bisogna dirlo: tutto quello che in Sardegna si fa, si progetta e si studia lo si fa per i turisti. Poiche il turismo è considerato la nostra ricchezza. Il nostro PIL, da quando un principe ismaelita ha capito che dove pascolavano le capre potevano costruirsi ville, alberghi e porti per miliardari e per nababbi, e fare business (come si dice in sardo) tutti, in Sardegna siamo diventati principi ismaeliti e crediamo di pensare come loro. Mentre il principe, dopo aver visto quel pezzo di paradiso, ha smesso di pensare da principe ismaelita e ha iniziato a pensare come proprio ogni sardo avrebbe dovuto pensare se avesse preso coscienza del valore del suo territorio. Aggiungo che negli stessi anni in cui quel principe faceva quel che ha fatto, e che ancora c’è, quel che ha fatto, e continua a produrre ricchezza, i sardi che pure avevano avuto un’idea brillante e geniale, ovvero che la Sardegna dovesse rinascere, pensarono di farla rinascere impiantandovi industrie chimiche, concedendo inopinatamente il territorio per installarvi basi militari, per liberare le campagne dai pastori-banditi e trasformare noi sardi in docili impiegati, insegnanti, carabinieri, agenti di custodia, liberi professionisti, professori universitari, medici. Far chiudere le botteghe artigiane, le piccole manifatture, le piccole industrie, trasformare i pastori e gli agricoltori rimasti in campagna in attenti terminali per la raccolta di contributi pubblici, da utilizzare per l’acquisto di mangimi industriali, e per il mantenimento improduttivo dei terreni o seminati con produzioni fittizie come il girasole ed altro, tutto lautamente contributato dalla CEE.
Ecco perché la Sardegna, dunque, sembra un uovo di Pasqua: perché sembra bella da fuori ma è vuota dentro. Spesso, soprattutto per i turisti che acquistano quest’uovo di Pasqua, la sorpresa è veramente deludente. Perché i paesi sono vuoti e privi di socialità. Perché chi è andato a scuola e all’ Università in paese non c’è ritornato. Perché chi si è arruolato il paese lo ha abbandonato e ha comprato casa in città. Ed in paese non ci ritorna perché non c’è lavoro, non c’è possibilità di stabilire relazioni se non di vita degradata. Perché nei paesi nessuno produce più nulla, se non qualche eroe che viene massacrato di tasse e di seccature burocratiche. Perché in paese tutto è più difficile: curarsi, avere servizi, avere scuole buone. Perciò vediamo paesi estesi come città e vuoti come le uova di Pasqua. La vita è regolata anche nei paesi dai colori e dai sapori della grande distribuzione. Perché nessuno produce più grano, nessuno produce più buoni salumi, nessuno produce più buone carni. Che il sistema produttivo sardo sia anch’esso di plastica, fittizio, come molte cose in Sardegna, ce ne rendiamo conto quando andiamo a vedere “Cortes Apertas”. Dove ogni ricerca di autenticità, purtroppo, resta vana. Nonostante qua e là ci siano dei singoli produttori, delle piccole attività che meritoriamente si danno da fare.
La sorpresa dell’uovo di Pasqua Sardegna è amara perché le strade sono senza segnaletica, talvolta sono dissestate, perché spesso manca l’acqua proprio al rientro dal mare quando ci si deve fare la doccia, perché ai turisti vengono rubati i loro mezzi di trasporto, perché negli agriturismi e nei ristoranti, cosiddetti tipici, ti rifilano bidoni sulla qualità dei cibi e sui prezzi. Se con la peste suina perenne non puoi produrre salumi locali, men che mai salumi domestici in quanto “non tracciabili” è chiaro che devi dare salame italiano, prosciutto italiano, salsiccia con la carne prodotta macinata fuori e introdotta nell’Isola. Ciò che mangi in Sardegna lo potresti mangiare in qualunque località dell’Adriatico a prezzi migliori e con servizi superiori.
Vai a Stintino e mentre sei immerso nelle acque trasparenti delle “Saline” o cerchi un varco nel carnaio della “Pelosa”, vedi ad un tiro di schioppo da te quello schifosissimo impianto di “Fiume Santo” che sputa il fumo dell’ olio combustibile adoperato per produrre l’energia elettrica più cara d’Europa che noi sardi produttori consumiamo. Vai a Calasetta e t’immergi in una baia o in una qualche caletta dalle acque a specchio, che anche l’Isola di Zante avrebbe invidiato, e vedi gli impianti fumanti delle raffinerie Moratti. Vai a Torre dei Corsari e mentre con lo sguardo percorri le sinuosità eccitanti delle dune che vanno ad immergersi in acque mozzafiatto per la loro lucentezza, vedi li vicino il promontorio di Capo Frasca e quell’orribile palla bianca della Nato che ti ricorda che li si fanno esercitazioni militari con proiettili che contengono metalli pesanti ad alta intensità venenica.
Per non dire poi degli scempi urbanistici effettuati nelle cosiddette città e paesoni chiamati “città” della Sardegna, ma anche dei paesini con la sindrome da città. Insieme a tutte le opere pubbliche inutili e con il tempo rivelatesi sempre più inutili; o cosa non si è fatto nei paesi dove la sindrome da lottizzazione ha fatto scomparire tutto: vigneti, oliveti, orti, canneti, frutteti, piccoli tancati che costituivano il paesaggio agrario circostante gli abitati, loro risorsa e sostentamento, per edificarvi inutili costruzioni, molte delle quali mai terminate, oggi semiabitate se non chiuse. Vigneti e oliveti che hanno campato famiglie consentendo, con il lavoro duro dei padri e dei nonni, di produrre liquidità per dare ai più giovani titoli di dottore e impieghi borghesi, venduti poi come aree fabbricabili il cui ricavato è servito per acquistare appartamenti in città. Ecco come abbiamo svuotato i nostri paesi e rovinato le nostre città. E non ce li hanno fatti svuotare i principi ismaeliti o gli emiri del Quatar. Sono scelte fatte dagli amministratori e dai professionisti locali, formatisi nella scuola e nell’Università dello Stato, dentro modelli culturali ed economici nati e costruiti altrove applicati senza criterio in Sardegna.
Noi questo uovo di Pasqua lo conosciamo. Conosciamo l’entità del suo vuoto e la pochezza che esso contiene ma prima o poi questa pochezza la scopriranno anche i turisti. Quelli nuovi, perché molti di quelli vecchi ormai in Sardegna non torneranno più e non solo per il caro trasporti. Nei villaggi vacanze, negli alberghi e nelle seconde case che resteranno vuote allora, in assenza di turisti, potranno essere ospitati quelli che arrivano con i barconi. I profughi. Tutta gente che certamente avrà poco a cuore l’ambiente, il paesaggio, la limpidezza delle acque, la genuinità dei prodotti alimentari. Mentre i pochi indigeni superstiti vecchi e malati non potranno fare altro che attendere la loro fine perché i giovani nel frattempo saranno andati via alla ricerca di luoghi migliori per vivere e allora si svuoteranno anche le città. L’Isola così finalmente libera dai turisti e dagli indigeni resistenti potrà essere finalmente trivellata, inquinata fino allo spasimo, ed ogni scempio contro la natura vi potrà essere consumato.







