Le vacanze sono finite e la guerra continua
Nuovi sguardi per una vita migliore. C’è da chiedersi dove dovrà guardare la Sardegna oltre che verso se stessa. La riflessione di Michele Pinna per Sesuja
di Michele Pinna

Le cosiddette vacanze sono state scandite da continui bollettini di guerra. La stampa, i media, i social non ci hanno fatto mancare nulla: ripresa scarsa; le disordinate e avventurose ondate migratorie in aumento; i funerali-scandalo a Roma che hanno rinverdito i segnali di una città e di un Paese in balia della mafia; le fibrillazioni della politica alla ricerca di nuovi assetti interni per il controllo del potere che non lasciano intravedere niente di buono.
La Sardegna, nonostante tutto, mentre i precari della scuola hanno ripreso a fare girotondi nelle piazze, non potendo raggiungere il Santo Padre a Roma per farsi concedere un’udienza-reclame per la loro causa corporativa, è invasa dai turisti. Alberghi, villaggi, seconde case, campeggi sono colmi e stracolmi, si dice, forse, fino a ottobre. Perciò anche “Autunno in Barbagia” ed altre attrazioni di richiamo che si protrarranno fino a novembre lasciano sperare in una stagione propizia. Insomma come si diceva nei tempi in cui tutto era nelle mani della natura e del buon Dio “s’annada paret bona”. L’annata sembra buona. Nonostante i costi proibitivi imposti dai monopolisti della Tirrenia che sembravano dovessero compromettere il nostro PIL già confinato nel nulla, il miracolo c’è stato. L’assessore Morandi sembra aver portato bene. Ne avrà merito? Non ne ha? Chi lo sa. Un po’ di ossigeno nelle casse asfittiche degli imprenditori turistici e dell’indotto certo male non fa.
Alcuni mi fanno notare che il merito è dei voli low cost delle compagnie straniere. La continuità territoriale ce l’ha data Ryan Air. Certo il turismo italiano è diminuito ma in compenso sono tornati i tedeschi, i francesi, i nordici del Nord Europa ed anche gli americani.
Se così va il mondo: tra politica e mafia romana, migrazioni musulmane, turismo euro-nordico-americano, c’è da chiedersi dove dovrà guardare la Sardegna oltre che a se stessa. Certamente sempre meno a Roma e sempre più altrove, Africa compresa. I poveri migranti, vittime come noi di scelte rapaci e distruttive di culture e di popoli, meritano un’attenzione umana e culturale ben diversa dalle visceralità razziste che le politiche scellerate della UE e dei governi nazionali suscitano. E gli sguardi non dovranno essere quelli instupiditi della politica, di certa politica, né quelli assuefatti e cinici di chi non vuol vedere né vuole creare un futuro diverso. Da questi sguardi non ci aspettiamo nulla. Dovranno essere, invece, gli sguardi, di chi ancora ha qualche sogno, qualche speranza, qualche idea, qualche progetto, di chi ha ancora voglia di dialogare con il mondo e individuare interlocutori, portatori di cultura e di ricchezza onesta, di curiosità e di voglia di conoscere.

Il turismo come le migrazioni, se ben governati, se ben vissuti, se ben dosati e ben assimilati, sono sempre stati fonti di ricchezza materiale e immateriale per i popoli. Una nuova filosofia del vivere dovrebbe essere in grado di arricchire il proprio lessico per costruire una vita migliore. Accoglienza, integrazione, rimodulazione, scambio, dialogo, tolleranza, curiosità, disponibilità, competenza e professionalità dovrebbero essere gli elementi che potrebbero rilanciare il nostro entusiasmo, la nostra civiltà decadente, consumatisi al seguito di vecchi modelli culturali nazionalistici ed etnocentrici da vecchia Europa.
L’Europa degli Stati, l’Europa del mercato, sono solo l’involucro fatiscente e, per alcuni, fosforescente del nulla. Sono le ultime favole del nostro tempo. La realtà è un’altra. È fatta di giovani che faticosamente vogliono ritornare al lavoro dei campi, che credono nell’esercizio onesto, e perciò difficile, delle professioni, nei lavori senza i paracadute dell’assistenza clientelare, nella tecnologia che crea contatti interculturali, che trova produttori e consumatori lontano dai tentacoli mortali delle multinazionali, i cui unici capitali a disposizione sono l’incoraggiamento delle loro famiglie, oltre la loro voglia di fare, il lavoro e le pensioni dei loro genitori che si avventurano in qualche fideiussione bancaria, qualche risparmio, un piatto caldo ed un letto in attesa che le loro attività si affermino.
Intorno a questi fermenti sotterranei intanto si creano nuove comunità, nuove solidarietà, nuovi linguaggi, nuovi stili di vita, nuove aspettative, mentre la politica, tutta e dico tutta, continua ad allevare polli in batteria, furbi, incapaci, amici degli amici, e continua a prebendare sui vecchi tracciati non chi investe e crede in se stesso ma chi succhia risorse prodotte da altri.







