Viaggi musicali…Federico Luiu

Da Sassari a Toronto inseguendo il sogno

Dopo aver fatto il nostro primo viaggio musicale insieme a Mauro Manca, per il secondo appuntamento della nostra rubrica, il termine viaggio suona quantomai appropriato. ll protagonista di oggi infatti, la sua valigia carica di sogni l’ha preparata per davvero e non in senso metaforico ed è andato a realizzarli “overseas”, come dicono da quelle parti e più precisamente a Toronto, in Canada. Lui è Federico Luiu, chitarrista di professione, nato a Sassari il 23 dicembre del 1987, cresciuto dalle parti di via Don Minzoni, alunno della scuola media numero 3 dove nel suo primo saggio di chitarra si è distinto fin da subito presentando “Smoke on the Water” dei Deep Purple. Trentasei anni da compiere, un bel po’ di strada fatta, ma con l’età dalla sua parte, ancora decisamente tanta da fare e il bello che deve ancora venire. Con Federico ho fatto una bella conversazione, ricordando i suoi inizi e spaziando fra un approfondimento tecnico e qualche curiosità personale.

Ciao Federico, è un piacere parlare con te, come vanno le cose da quella parte del mondo? Ciao Aldo, piacere mio qui va tutto alla grande, grazie. 

Hai lasciato Sassari e la Sardegna da qualche anno ormai, nell’ambiente musicale locale sei abbastanza conosciuto, ma per chi non ti conoscesse, chi è Federico Luiu? Per chi non mi conosce sono un chitarrista che ha la passione per il blues e altri generi musicali, che ha sempre sognato d’imbracciare la chitarra e partire per l’America. Amo la musica e amo trasmettere emozioni con la chitarra. 

Prima di parlare del tuo presente, facciamo un salto indietro, come ti sei avvicinato alla chitarra, sei autodidatta o hai avuto dei maestri?  Il primo insegnante è stato mio Padre. Grazie a lui ho imparato i primi accordi e qualche posizione della pentatonica. Se non ricordo male la prima canzone che ho imparato è “Twist and Shout”. Ho preso qualche lezione privata, ma sono più un autodidatta, ho approfondito e studiato la musica e i vari generi da solo. Così facendo penso di aver sviluppato un mio linguaggio musicale. 

Ricordi il tuo primo live in assoluto? Dove, quando e con chi? Ricordo che ero molto piccolo, con qualche amico ho suonato in un locale a Sassari in Via Duca degli Abruzzi. Il padrone del locale che ci diede l’opportunità di esibirci, era un amico di famiglia del cantante, fu una bella esperienza. Credo di aver avuto 13 anni e una Fender strato che toccava le ginocchia.

Raccontaci un po’ come è stato finora il tuo percorso musicale, i gruppi nei quali hai suonato, il genere dal quale sei partito e la direzione che poi hai preso? Ho iniziato a suonare in un gruppo chiamato Insomnia Blues. Suonavamo blues, funk e rock’n’roll, scrivevamo musica nostra e facevamo arrangiamenti di varie cover. Quelli erano bei tempi, ricordo ancora l’entusiasmo e la dedizione con cui ci impegnavamo. Dopo qualche anno ho suonato soul e funk con la Elfo’s Band, che mi ha tenuto impegnato con la musica dal vivo nel nord e centro Sardegna, ho avuto altre situazioni ma i generi erano sempre gli stessi. Trasferito a Toronto, ho iniziato a inserirmi nella scena musicale. La prima esperienza importante l’ho avuta con una band in un famoso locale di Toronto “The Orbit Room”. Suonavo una volta alla settimana con Jordan John, chitarrista cantante multi strumentista, al basso il padre Prakash John (Lou Reed, Blues Brothers, Alice Cooper), alla batteria ci sono stati diversi componenti, Al Cross (Big Sugar, Philip Sayce), Jon Anderson (Alannah Myles), Hammond Michael Fonfara (Buddy Miles, Lou Reed, Michale Bloomfield). Questa esperienza ha fatto si che conoscessi tanti altri musicisti cosi da aprire più opportunità nella scena musicale di Toronto. Più tardi con degli amici ho creato i Sons Of Rhythm con cui ho avuto l’esperienza di fare dei tour in Canada e uno in Sardegna.  Nel 2019 ci siamo sciolti e ho iniziato la mia carriera solista accompagnato dal batterista Al Webster (Jeff Healey) e il bassista Steve Pelletier (Colin James), senza smettere di collaborare con altri artisti e progetti. 

I tuoi chitarristi di riferimento? Questa è una domanda difficile. Ce ne sono tanti ma quelli da cui ho preso più ispirazione sono; Gary Moore, Stevie Ray Vaughan, Johnny Winter, Jimi Hendrix, Danny Gatton, George Benson, Django Reinhardt, Eric Clapton, Scott Henderson, Jeff Healey e tanti altri.

Ci sono invece degli album che ritieni imprescindibili e che nella tua personale “discografia” sono degli evergreen senza tempo, i classici 5 dischi che ti porteresti in un’isola deserta? Sicuramente, Jeff Beck- Wired, Eric Clapton – Unplugged, Johnny Winter – Captured Live, Muddy Waters – live in Chicago 1979, Abbey Road – The Beatles 

Hai lasciato Sassari con l’intenzione di coltivare la tua passione e farne un vero e proprio lavoro o inizialmente quella di riuscire a suonare era solo una “speranza”? Ho sempre preso la musica con molta serietà anche perché mio padre suonava molto live. L’ho visto subito come un lavoro, il più bel lavoro del mondo. 

Oltre oceano la cultura musicale ma in generale la considerazione per i musicisti è abbastanza differente rispetto alla Sardegna o comunque all’Italia in generale. Cosa puoi dirmi in proposito, ora che sei li da qualche anno? Impressioni? Qui la cultura musicale è molto influenzata dagli Stati Uniti, come in ogni parte del mondo, la vicinanza offre più opportunità. Non vorrei essere scontato e dire che ogni mondo è paese, ma alla fine certe realtà sono uguali anche oltre oceano. Ovviamente una città come Toronto può offrire molto di più musicalmente rispetto a Sassari, ma allo stesso tempo la concorrenza è molto più alta. La cosa buona di Toronto è che è una città multietnica e le persone sono più desiderose di ascoltare una varietà di musica e rispettare qualsiasi genere e chi lo suona. Qui ho avuto esperienze che sicuramente restando a Sassari non avrei mai avuto. Per dirne una, ricordo che una notte stavo suonando in un locale e tra il pubblico c’era la band di Stevie Wonder. Una volta finito di suonare il primo set si sono complimentati con noi, come se fossimo bravi quanto loro.

Questa è una domanda molto generica, perchè immagino che in ogni zona del paese la “musica” cambi, un po’ come succede se attraversi gli States da una costa all’altra, ma se sto guidando per le strade del Canada e accendo l’autoradio, che musica trovo? Sicuramente country music. In Canada il country è un genere amatissimo. Quando si ascolta la radio ci sono molte stazioni dedicate al genere. Personalmente ho suonato con molti artisti country, in particolare con uno di loro ho fatto un tour delle radio per promuovere il suo cd.

So che ti sei inserito molto bene nell’ambiente e che sei molto stimato. Com’è la vita da musicista a Toronto? Si può vivere di musica o si è costretti a fare anche altro? È un po’ dura ma si può. Dipende da che aspettative di vita si hanno. Toronto è diventata una città molto costosa. Il lato positivo e che le opportunità non mancano, è una città in continua crescita che si evolve e che da spazio a chi ha voglia di realizzarsi in qualunque campo. 

Nel 2019 hai pubblicato un album dal titolo “Walking the blues”, un lavoro dal quale emerge la tua passione per il Rythm and blues ed il funky, il blues in generale, ma anche il jazz. Parlami del disco. Il disco è nato quasi per caso. Dopo la prima vera esperienza in studio con i Sons of Rhythm, ho pensato che sarei stato in grado di incidere una canzone da solista. Ho contatto il mio amico batterista Mauro Cau e gli ho chiesto se aveva il piacere di registrare la batteria su un pezzo che stavo scrivendo. La sua risposta è stata; “perché non registri un album solista?”, e così è nato Walkin’ the Blues. Ho cercato di combinare più generi perché ho voluto far ascoltare alla gente quello che mi ispira e piace suonare. Per questo l’ho intitolato  Walkin’ the Blues, una sorta di cammino del blues.

Dove hai registrato e chi altro ha contribuito alla realizzazione del lavoro? Le chitarre le ho registrate a casa qui a Toronto. Mi sono servito dell’OX Universal Audio per simulare dei cabinet e come amplificatore ho usato una vecchia testata Matchless HC30. Come chitarre una SVL Stratocaster per il pezzo “She is Gone” e per tutti gli altri una LsL telecaster e vari effetti. Ho preparato delle demo con una batteria midi, un basso, chitarra e voce. Ho inviato tutto in Sardegna per far registrare la sezione ritmica dei brani a Mauro Cau (batterista) e Simone Scanu (bassista).
L’hammond è stato registrato a Milano da Alberto Gurrisi e il piano da Anthony Brancati nel suo studio qui a Toronto. La sezione fiati al Loud Mouse studio e arrangiata da Anthony Brancati (Tenor), Alison Young (Baritone & Alto) e Alexis Baro (Tromba). E’ stata la mia prima occasione come cantante, ho collaborato con Roberta Michele (Sony/ATV Music Publishing), una mia cara amica e bravissima vocal coach che grazie alla sua esperienza mi ha guidato nella produzione vocale. E’ stato Mixato qui a Toronto da Kevin Dietz (Placebo, The Cranberries, Negramaro), e il mastering da Scott Hull (Sting, John Mayer, Herbie Hancock) a New York.
L’unico guest Matt Schofield nel pezzo “She is Gone”. I testi gli ho scritti io con la collaborazione di Joey Landreth e Justin Saladino. 

Facciamo un focus sulla strumentazione che usi, chitarre, effettistica, scalatura delle corde, amplificatori?Ahahaha, allora speriamo la mia ragazza non legga l’intervista. Dal vivo uso molto un Matchless clubman testata e cassa, facile da trasportare e con il master volume per non assordare la gente, anche se succede comunque. Ho anche un Matchless DC30 2×12 combo, due vecchie testate Marshall, una 50watt e una Superbass 100watt, due vecchie casse Marshall 4×12 e un Fender deluxe del 63.  Come chitarre una Fender Stratocaster John Cruz, LsL Telecaster T-bone, Les Paul Custom Gold Top 56, Les Paul Burst Custom 59, National Dobro e una Taylor acustica. Come effetti ne uso un bel po’, overdrive, fuzz, delay, univibe, etc. dipende da che situazione live mi si presenta, ho a disposizione due pedaliere. Come corde uso D’addario 010 per la strato e tele, 011 per le Gibson e 013 per l’acustica e il dobro.

Su cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi programmi futuri? Sto per finire il mio secondo album con tantissimi guest, il bassista Will Lee (David Letterman, The Brecker Brothers), l’armonicista Jerry Portnoy (Muddy Waters, Eric Clapton), i chitarristi Oz Noy, Joey Landreth, Matt Schofield e il pianista Jon Cobert (John Lennon). Ho comunque collaborato con qualche componente del primo album, Mauro Cau alla batteria, Alberto Gurrisi all’organo Hammond, Alison Younge al sax e la produzione vocale di Roberta Michele. Diciamo che per ora il mio goal è finire l’album e continuare a suonare la mia musica live qui a Toronto e nel mondo.

Grazie Fede, è stato un piacere, in bocca al lupo per la tua carriera Grazie a te, see you!

Aldo Gallizzi

 

 

Articoli Correlati

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Pulsante per tornare all'inizio