Un bel Macbeth della tradizione apre la stagione lirica 2023

Al Teatro Comunale di Sassari uno sfavillante Franco Vassallo. Applausi anche per il soprano olandese Gabrielle Mouhlen

(foto Elisa Casula – Ente Concerti “de Carolis”)

Sassari. Un Macbeth della tradizione ha aperto venerdì sera la stagione lirica 2023 dell’Ente Concerti “Marialisa de Carolis”, dopo le riuscite anteprime di maggio e luglio con “Cavalleria Rusticana” al Teatro Comunale e “Pagliacci” in piazza d’Italia, i tre concerti sinfonici (non altrettanto convincenti) di maggio e la bella serata di settembre con Francesca Sassu che ha cantato un difficile Richard Strauss e con l’orchestra diretta da Michelangelo Mazza che ha eseguito la Sinfonia “Dal nuovo mondo” di Antonin Dvořák, offrendo una trascinante lettura del celebre quarto movimento. Adesso è tempo di ritornare alle consuete proposte liriche autunnali. Anche questa è una tradizione, se vogliamo dirla tutta: l’opera, almeno negli ultimi decenni, è un appuntamento imprescindibile dell’autunno sassarese. E, come sempre, registra numeri non certo marginali nelle presenze del pubblico. Difficilmente da tutto esaurito (il teatro è quello che è, ci sono anche diversi posti “ciechi”, come più volte è stato rimarcato anche nelle conferenze stampa di presentazione delle varie stagioni), ma per determinati autori la capienza al limite è assicurata. Vogliamo essere chiari: il pubblico sassarese gradisce molto Verdi e Puccini. E così allora non poteva essere per il “Macbeth” verdiano (non c’era il tutto esaurito, ma il pubblico era davvero tanto), proposto venerdì sera (in replica nel pomeriggio di oggi, domenica) in una versione lontana da forzate sperimentazioni che quasi sempre non fanno altri che irritare i melomani e non certo avvicinare giovani o neofiti. Un allestimento rispettoso dell’opera, mai noioso o scontato, che ha molto contribuito a costruire una rappresentazione alla fine ben riuscita e di qualità.

Opera complicata questo Macbeth. Innanzitutto, perché non fu facile adattare al teatro musicale italiano un dramma a tinte fosche come quello concepito da Shakespeare. Giuseppe Verdi del Bardo inglese diventò un grande ammiratore. Macbeth costituisce infatti il primo titolo di un filone che poi toccherà l’apice con Otello e Falstaff. Queste ultime due opere videro la piena collaborazione per il testo di Arrigo Boito, esponente di spicco della corrente letteraria della Scapigliatura e valente compositore lui stesso (“Mefistofele”). Verdi pensò anche a una versione musicale del “King Lear”, ma faticò a individuare un libretto soddisfacente. Per la verità non ne scrisse mai neanche una nota e quando Boito gli propose un testo si sentì rispondere che il tempo era passato e di essere ormai troppo vecchio. Con Shakespeare, Verdi sembrò trovare anche un’ottima ispirazione musicale. E il “Macbeth” rappresenta, seppure non accostabile ai capolavori della maturità, un bel risultato. Classificato come composizione del primo periodo, con testo di Francesco Maria Piave (autore successivamente anche dei libretti di Rigoletto e Traviata) e Andrea Maffei (ma ci mise mano lo stesso Verdi), contiene già alcuni spunti tematici musicali che poi il grande compositore emiliano svilupperà nella trilogia popolare. Ma con ulteriori passaggi sonori del tutto particolari e carichi di fascino. I toni lugubri dell’ambientazione sono infatti trasferiti con grandissima efficacia in partitura, con flauti e altri fiati (fagotto e controfagotto) che rendono davvero l’atmosfera di sangue e morte. Anche i personaggi hanno una profonda caratterizzazione sonora: da una parte i personaggi negativi, Lady Macbeth su tutti, dall’altra i buoni, che cantano melodie aperte e luminose. Un’opera modernissima quindi, caratterizzata da spunti psicologici insoliti per il XIX secolo, a cominciare dalla “profezia che si auto avvera”.

Alla prima rappresentazione del 1847 al Teatro della Pergola di Firenze, fu un successo. Che però non consentì di fare entrare in maniera permanente l’opera nel repertorio dei maggiori teatri del periodo. Tanto che Verdi nel 1865 rimise mano alla partitura per una edizione completata in Francia, che oltre alla riscrittura e al taglio di diverse arie comprendeva anche dei ballabili, come d’uso per l’opera d’Oltralpe. Nonostante questa operazione di revisione, il “Macbeth” verdiano cadde presto nell’oblio quasi ovunque (con la curiosa eccezione proprio di Sassari che in quegli anni, tra l’altro, poteva vantare di ospitare ben due teatri lirici, il Civico e il Politeama). Ritornò solo nel 1952 alla Scala di Milano, il 7 dicembre, festa di Sant’Ambrogio e per tradizione giorno di apertura della stagione, quando fu ripreso con un ottimo riscontro di pubblico, grazie a una grande Maria Callas nei panni della coprotagonista e la direzione di Victor de Sabata. Il Macbeth aprì nuovamente la stagione scaligera nel 1964 e soprattutto nel 1975 (la Rai incredibilmente registrò la serata a colori, ma il master integrale giace nascosto in qualche archivio polveroso), con una strepitosa Shirley Verrett affiancata da Piero Cappuccilli e Nicolai Ghiaurov (Banco), con la direzione di un gigante come Claudio Abbado e un fantastico Giorgio Strehler alla regia; e poi ancora nel 1997 con Renato Bruson e Riccardo Muti direttore e nel 2021 con Anna Netrebko (non al suo meglio) e Luca Salsi, diretti da Riccardo Chailly. A Sassari il Macbeth verdiano ritornò nel 2009, quando fu proposto al Teatro Verdi con Paoletta Marrocu.

La rappresentazione di venerdì al Comunale va ricondotta appieno alla tradizione soprattutto nell’esecuzione. Un cast di ottimo livello ha così garantito un bel risultato, richiamando svariati applausi durante la rappresentazione, alcuni pienamente meritati altri un po’ troppo generosi. Su tutti, senza alcun dubbio, il baritono Franco Vassallo, nel ruolo di Macbeth, che ha sfoggiato un bel timbro e una perfetta tenuta della voce: davvero nessun rilievo da segnalare. Bene, nel complesso (anche se non è proprio la Lady Macbeth che vorremmo), il soprano olandese Gabrielle Mouhlen (che in giugno aveva cantato come Santuzza in “Cavalleria Rusticana” al Comunale di Sassari), una Lady Macbeth forse poco sgradevole (come invece voleva lo stesso Verdi che nella prima fiorentina del 1847 richiese una voce non bella e “demoniaca”), sicura nel registro grave e nella tessitura media, un po’ meno nelle note più alte nelle quali, come già in “Cavalleria”, ha mostrato a tratti una curiosa tendenza alla forzatura, evidenziata in particolare in Nel dì della vittoria che culmina nella celebre cavatina del I atto Vieni! t’affretta!. Brava invece nel IV atto, nella scena del sonnambulismo Una macchia è qui tuttora. Va detto che è stata la seconda volta che interpretava Lady Macbeth, dopo il debutto nel ruolo al Teatro Verdi di Trieste lo scorso febbraio. Banco era invece Dario Russo, basso dal bel timbro, che venerdì è sembrato faticare un po’ nelle note più lunghe, accentuando troppo il vibrato. Macduff era il tenore Gianluca Terranova, Mauro Secci (tenore) ha cantato nel ruolo di Malcom, più il mezzosoprano Elena Schirru (una dama) e i bassi Antonio Lambroni (un araldo) e Marco Solinas (domestico).

Apprezzate, come detto, la regia di Andrea Cigni e le scene di Dario Gessati: il grigio ha dominato l’allestimento, tagliato solo dal rosso, il colore del sangue. Belli i costumi di Valeria Donata Bettella. Bene il disegno luci di Fiammetta Baldiserri.

L’Orchestra dell’Ente è stata diretta da Michelangelo Mazza, che, al di là dei consolidati limiti di bilanciamento delle sezioni della compagine (lo scriviamo da tempo), ha garantito una buona tenuta complessiva accompagnata da una sicurezza nella lettura della partitura. Note positive anche per il Coro dell’Ente preparato dall’ottimo ed esperto Antonio Costa.

Infine, una notazione che vuole essere solo una curiosità. All’inizio e poi ancora una volta durante la rappresentazione si è sentito nitidamente il fischio tipico di un mixer in fase di bilanciamento del suono. Non sappiamo se si sia davvero ricorso a un leggera amplificazione in sala, ma se così fosse potrebbe forse essere questa la soluzione per superare i gravi e noti limiti acustici della sala.

Luca Foddai

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