Trenta giorni dopo
La scuola è cominciata da appena un mese, ma non c’è niente di nuovo. Tra le chiacchiere estive e l’euforia dei primi giorni, i ragazzi cominciano già a studiare il “nemico”
di Eleonora Deiara
Eccoci qui, schierati con la nostra migliore “uniforme”, diversi ma infine uguali. C’è chi è una recluta, disorientata e, nello stesso tempo, impaziente di buttarsi nella mischia di questa nuova avventura. Poi ci sono i veterani, troppo stanchi e ormai solo rassegnati a combattere, ma pronti ad affrontare, finalmente, l’ultimo “grande duello”, l’esame di maturità. Una sola cosa accomuna tutti i giovani combattenti: sono qui per un motivo comune, vincere! La scuola è cominciata da appena un mese e, tra le chiacchiere estive e l’euforia dei primi giorni, i ragazzi cominciano già a studiare il “nemico”. Le aule sono gremite di giovani uomini e donne pieni di aspettative, paure, sogni e speranze. Seduti dietro banchi dei nostri licei, possiamo trovare futuri avvocati, medici, muratori e chissà, magari, il futuro Presidente della Repubblica. Ma, per ora, sono tutti soldati che devono cooperare e combattere contro un “nemico comune”, la scuola.
Dopo trenta giorni di studio e pianificazione, i soldati cominciano ad affrontare i primi raid dell’anno, i compiti in classe. In trincea, i guerrieri si aiutano a vicenda, supportandosi nei momenti difficili e gioendo insieme delle vittorie ottenute. La loro euforia si rivela non duratura: le incursioni nemiche, a sorpresa, non mancano mai e la conta dei caduti è già in corso. Tanti sono stati feriti nelle prime battaglie, ma si sono rialzati con coraggio. E dopo un mese i giovani sono ancora in piedi, più forti di prima e lottano uniti ogni giorno. Sanno che non si può mai abbassare la guardia poiché il nemico è sempre in agguato. Tra simulazioni e terze prove, i veterani cominciano ad abituarsi al loro nuovo incarico, i cadetti, invece, trovano il nuovo ambiente bizzarro e ancora faticano ad adattarsi alla routine. Nelle lunghe giornate trascorse in aula, famiglia e amici sembrano lontani anni luce. Quando arriva l’ora della licenza giornaliera, e i soldati tornano finalmente nelle proprie dimore, la felicità è attenuata da un pensiero: il loro lavoro non è ancora concluso. I fantaccini dell’istruzione sanno bene che i compiti da svolgere nel tepore del focolare domestico sono tanto importanti quanto quelli sostenuti al fronte. Tuttavia, dopo una dura giornata di guerriglia, i doveri ai quali adempiere sembrano trascurabili e spesso la negligenza prevale sul raziocinio. Le conseguenze della sciatteria dei soldati non saranno lievi né tantomeno prive di ripercussioni. I graduati, delusi dalle proprie reclute, studieranno una punizione adeguata all’erroneo comportamento adottato nelle retrovie. Un paio di ore passate a pelare patate risulteranno una pena adeguata al “reato” commesso? I bravi soldati, contrariamente agli imboscati, verranno premiati per lo zelo dimostrato nell’adempiere alle loro mansioni e saranno incoraggiati e spinti a fare sempre meglio.
«Quattro settimane trascorse e ancora ventinove dinnanzi a noi!». I soldati misurano il tempo che scorre inesorabilmente lento sul campo di battaglia e si sorprendono nel ritrovarsi vivi nonostante il gran numero di giornate trascorse. La fine della guerra appare così lontana e i reticolati di filo spinato da superare risultano insormontabili. “Stringiamo i denti, insieme possiamo farcela!”, è questo il mantra dei battaglioni. “Il nemico cadrà, è certo, e vinceremo noi!”: ecco la speranza di ogni soldato. Ma la guerra è ancora lunga, non siamo che al principio. Gli uomini, come i possenti guerrieri di Sparta, gridano: «Facciamo ciò per cui siamo nati, ciò per cui siamo stati addestrati… Nessun prigioniero… Nessuna pietà». E allora buona fortuna soldati, lottate e tornate vincitori. Con lo scudo o sullo scudo! Buon anno a tutti!






