Salome di Richard Strauss, al Comunale di Sassari un allestimento di alto livello
Riuscita versione di un capolavoro che continua a scandalizzare. La regia di Hugo de Ana una garanzia. Bene il soprano Anastasia Boldyreva

Sassari. Lo diciamo subito. La Salome di Richard Strass è finora il miglior titolo di questa stagione così contradditoria dell’Ente Concerti “Marialisa de Carolis”. Merito soprattutto di un allestimento davvero notevole, ideato dal grande regista argentino Hugo de Ana (suoi anche scene e costumi). La vicenda è assai nota, seppure con alcune varianti rispetto all’originale raccontato nei Vangeli di Matteo e di Marco, nei quali non si fa cenno al nome di Salomè, introdotto invece dallo storico giudeo di lingua greca Giuseppe Flavio. Nell’opera di Strauss, che si rifà al dramma di Oscar Wilde, Herodes e Herodias sono marito e moglie. Sàlome (in tedesco l’accento è sulla a), figlia di Herodias (e del fratellastro di Herodes), chiede la testa di Giovanni non tanto istigata dalla mamma che desidera liberarsi dello scomodo profeta, ma per la sua personale libidine. Jochanaan, ovvero Giovanni Battista, fino a quel momento confinato in una cisterna dove subito ritorna, rifiuta la ragazza da vivo, ma Salome potrà finalmente averlo da morto. De Ana colloca i personaggi in un contesto ambientato in una realtà apparentemente post atomica che ricorda Mad Max o Kenshiro e che però rimanda al sadomaso (basta vedere come si presentano i personaggi in scena), con l’eccezione proprio di Salome, provocatoriamente vestita di bianco, colore della purezza.

Una prima volta a Sassari (venerdì 7 novembre, alla quale fa riferimento questa recensione, in replica domenica 9) del capolavoro di Richard Strauss, autore di musica e testo (il libretto è basato sulla traduzione in tedesco di Hedwig Lachmann del dramma di Oscar Wilde, con numerosi tagli apportati dallo stesso Strauss). Titolo fondamentale dell’opera tedesca post wagneriana, la prima rappresentazione alla Semperoper di Dresda nel 1905 registrò un grande successo. Una storia così estrema portò però alla censura da subito soprattutto negli ambienti anglosassoni puritani (come noto, nel 1907 il Metropolitan di New York scelse di cancellarne le rappresentazioni già in calendario dopo una prima piuttosto contestata), ma anche nella Vienna imperiale e cattolica fino al 1918 (la prima austriaca fu invece a Graz nel 1906, dirigeva lo stesso Strauss, con grandi compositori tra il pubblico: Schoenberg, Berg e, soprattutto, Mahler e Puccini) e poi nella Germania nazista, sebbene lo stesso Strauss a più riprese venisse tacciato di connivenza con il regime hitleriano.

Anche la rappresentazione sassarese è stata accompagnata da qualche polemica sui social e sulla stampa locale. Con il senno di poi del tutto inutile, a tratti, ridicola. I pochi nudi sul palcoscenico (compreso il seno di Salome al termine della Danza dei sette veli) si sono dimostrati alla fine per niente osceni. Molto più pesante, per non dire sconvolgente (ma niente affatto volgare, era tutto artisticamente apprezzabile, lo ripetiamo) è stato il finale, con la testa di Jochanaan tra le gambe di Salome (non si è limitata insomma al bacio cercato e sempre rifiutato), a simulare addirittura un atto sessuale, al limite della necrofilia più spinta. Una scena talmente disgustosa che lo stesso Herodes ordina ai suoi sgherri di uccidere Salome, con una variante registica rispetto all’originale: non sono gli scudi dei soldati a schiacciare Salome, ma un masso gigantesco calato dall’alto.
Alla eccellente qualità dello spettacolo sul piano visivo non ha invece corrisposto un risultato pienamente soddisfacente su quello sonoro. Complice anche una fastidiosa amplificazione dell’Orchestra dell’Ente e dei cantanti, a tratti esagerata, con palesi livelli di distorsione acustica. Da assolvere senza dubbio la compagine in buca, rafforzata anche stavolta, dopo i concerti sinfonici dello scorso maggio, dalla viola di Raffaele Mallozzi, già nell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, e da altri musicisti: ha fatto del suo meglio, nonostante una ridotta presenza degli archi (lo spazio è quello che è) rispetto al numero indicato dall’autore, che ne prevedeva addirittura 32 solo tra primi e secondi violini. Buona la direzione di Federico Santi, che ha sostituito la prevista Beatrice Venezi (un cambio non pubblicizzato nelle scorse settimane): ha assecondato l’esecuzione, condotta senza grandi tensioni sino alla fine. Si sono colti alcuni passaggi dell’arrangiamento originale di Strauss, una delizia per musicisti e soprattutto compositori. Tante le soluzioni geniali: per esempio, la decollazione di Jochanaan è sottolineata dai sovracuti dei contrabbassi, non immediatamente riconoscibili. Una partitura indubbiamente complicata e di non semplice ascolto, che ha spiazzato il pubblico (anche stavolta si notavano spazi vuoti in platea e in galleria, seppure non come in altre occasioni di questa stessa stagione). Del resto, si trattava di un atto unico di un’ora e 40 minuti, senza pezzi chiusi e con la tecnica del leit-motiv, come da caratteristiche dell’opera wagneriana, qui portate all’estremo, assenti melodie chiaramente identificabili. Gabriel Fauré, recensendo la Salome appena rappresentata a Parigi nel 1907, la definì un “poema sinfonico con l’aggiunta delle parti vocali”.

E positiva non può che essere anche la valutazione degli interpreti, l’altro elemento di successo della versione sassarese di Salome. Ovviamente il soprano russo Anastasia Boldyreva (già al Comunale come Abigaille in Nabucco nel 2023), nel ruolo della protagonista, ha tenuto il palcoscenico sino al termine. Ottima anche nella celebre Danza dei sette veli, ha sfoggiato una voce che è sembra ben adatta al personaggio. Qualche limite sul versante espressivo, ma nel complesso davvero una prestazione notevole. Da promuovere anche il tenore brasiliano Ewandro Stenzowski (Herodes), il mezzosoprano Anna Maria Chiuri (Herodias) e il basso-baritono tedesco di origine moldava Roman Ialcic (Jochanaan). I mimi danzatori sono stati preparati dal coreografo Michele Cosentino.
Al termine, appena cinque minuti di onesti applausi. Un peccato davvero: il pubblico sassarese non è evidentemente a proprio agio con uno spettacolo di tale impatto visivo e sonoro, più abitato ai rassicuranti e meno ostici titoli strappalacrime pucciniani.
Luca Foddai








