Medioevo sardo, alla riscoperta della storia perduta

Intervista a Vindice Lecis, autore di “Judikes”, romanzo storico dedicato al periodo giudicale, terzo titolo che completa la trilogia edita da Condaghes che comprende “Buiakesos” ed “Il Condaghe segreto”

 

JudikesCover2Sassari. Proseguono le presentazioni di “Judikes”, l’ultimo romanzo storico del giornalista e scrittore sassarese Vindice Lecis. Questo fine settimana doppio appuntamento, a Bonorva (oggi) e Borutta (domenica).

“Judikes” chiude la trilogia pubblicata per Condaghes negli ultimi anni, che comprende gli altri due titoli, “Buiakesos” e “Il Condaghe segreto”. Finora le presentazioni, complessivamente, sono state 75. «È probabile che alla fine arriveremo a 90. In tre anni. E sono tante…», ammette Lecis. Un successo confermato anche dalle ristampe: “Buiakesos” ne ha avute ben tre, “Il Condaghe” una; “Judikes” si avvia verso una ristampa.

«A parte le presentazioni a pioggia in tutto il territorio sardo, anche nei paesi più lontani, che costano fatica ma che sono l’unico modo per portare la gente ad interessarsi di un libro e di un periodo storico, si tratta di titoli che sono indubbiamente un successo editoriale», dice. «È una felice riscoperta della storia sarda. I personaggi inventati si inseriscono pienamente in quello che è accaduto e il lettore lo considera normale. La specificità isolana viene spiegata e viene fatta vivere nei personaggi o rispetto a situazioni come il ruolo della donna, la questione militare, i rapporti con la Chiesa, le invasioni».

Personaggi di fantasia anche in “Judikes”, ma tanti sono veri.
«Pensiamo a Gugliemo di Cagliari, un imperialista. O al papa, Innocenzo III. E questo terzo capitolo parte da un triplice omicidio di ecclesiastici avvenuto a Saccargia nel 1203. Ti accorgi allora che c’è una ricchezza di storia che un narratore deve sfruttare se vuole raccontare. E la Sardegna ha tante cose da dire. Mi piace parlare di una riscoperta della storia perduta».

VindiceLecis
Vindice Lecis

È un filone che al pubblico piace.
«I romanzi storici, come questi che ho scritto, hanno un duplice obiettivo. Il primo è colmare con la fantasia i vuoti della documentazione, che non sono pochi. Il secondo è svelare il lato più particolare del Medioevo sardo, che non è univoco. Mi spiego. Non eravamo del tutto indipendenti, ma lo eravamo… Non possiamo dire che non fossimo soggetti alle vessazioni di Pisa e di Genova. E gli stessi sovrani dei Giudicati erano spesso cittadini o di Pisa o di Genova. Allo stesso tempo però avevamo una specificità di organizzazione statale che ci può far dire oggi che quello è stato il periodo più originale della storia sarda. Il narratore, guardando le fonti e lo stato della ricerca o anche ciò che l’archeologia medioevale ci sta dando, può costruire delle storie credibili, che aiutano il lettore a capire meglio il fenomeno e il periodo».

E a conoscere la storia sarda.
«Sì, ma siamo passati dalla “storia di dinastie” a “storia delle cose”, anzi, a “storia delle persone”. Nella trilogia abbiamo tutte le storie a cui i condaghi accennano. E così è possibile costruire una storia, una trama, che è perfettamente credibile. Così emerge dai romanzi quella che forse davvero era la Sardegna. Ovvero un’isola pienamente inserita nel contesto politico europeo, e va bene. Ma anche un’isola che cercava una sua strada specifica e non sempre le riusciva. Dovremmo però chiederci perché i giudicati siano poi implosi, a parte quello di Arborea, che è durato ancora molto. E inoltre capire se e come hanno inciso le politiche matrimoniali, le frequenti donazioni agli ordini monastici e ai grandi signori che arrivavano dal Continente».

Possiamo quindi affermare che la Sardegna, nel Medioevo, era presente nella storia?
«C’era sicuramente. Non posso dire però che quello fosse il momento migliore della nostra storia. Sicuramente uno dei più specifici. Quello che forse in nuce, in piccolo, mantiene l’elemento vivo dell’identità. Che è presente e che non significa che fossimo migliori degli altri. Ma, allo stesso tempo, non eravamo peggiori».

Con “Judikes” hai fatto un passaggio in più.
«Lo considero “più romanzo” rispetto agli altri due. C’è la storia, ma anche l’avventura. È forse un romanzo più maturo. Questo ci consente di capire come eravamo. Rimangono degli interrogativi aperti. Per esempio, la vera forza degli eserciti e delle flotte giudicali, la reale invadenza dei consiglieri militari o politici degli stati esteri, il livello nei rapporti tra dinastie dei giudicati sardi. E poi una domanda: i sardi dell’epoca come si sentivano? Sardi oppure arborensi, galluresi, turritani o callaritani? È la migliore risposta a chi dice che tutto ciò che viene trovato, vuoi le statue di Mont’e Prama vuoi che sia il periodo giudicale, rappresenta sempre una cosa luminosa. Ci sono invece luci e ombre».

Il ciclo sul periodo giudicale si conclude con “Judikes”?
«Una trilogia è una trilogia…».

Luca Foddai

Judikes completa la trilogia storica di Vindice Lecis. Terzo capitolo della saga ambientata nel periodo giudicale sardo tra eventi realmente accaduti ed altri romanzati. La presentazione a Sassari. «Mi fermo qui. Adesso vorrei interessarmi alla Sassari comunale», anticipa l’autore (archivio 26 novembre 2014)

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