Il Gremio dei Fabbri in festa per il patrono Sant’Eligio
Venerdì scorso al mattino l’Intregu tra l’obriere uscente Alessandro Sanna e quello entrante Giuseppe Pinna; in serata la processione con i gremi
Sassari. Venerdì scorso 1° dicembre, nel giorno dedicato al patrono Sant’Eligio, nel duomo di San Nicola il Gremio dei Fabbri ha rinnovato la propria Festa Maggiore. Al mattino, al termine della messa, nella cappella del gremio è stata celebrata la tradizionale cerimonia dell’Intregu, con il passaggio della bandiera grande dal parajo (obriere) maggiore uscente Alessandro Sanna a quello entrante Giuseppe Pinna, nell’incarico per la terza volta in assoluto. La funzione religiosa è stata presieduta dal parroco di San Nicola, monsignor Marco Carta, affiancato dal diacono don Emanuele Piroddu, animatore vocazionale del Seminario arcivescovile di Sassari. I momenti musicali sono stati curati dal Coro di Nulvi diretto da Fabrizio Mangatia.

In serata la tradizionale processione con il simulacro di Sant’Eligio è partita dalla cattedrale e ha attraversato il centro storico, con la partecipazione degli altri gremi cittadini e di alcune confraternite, oltre alla Banda Musicale Luigi Canepa.
Le cariche per il 2024: obriere maggiore Giuseppe Pinna; obriere di candeliere Oreste Antignano; fisco maggiore Alessandro Sanna; presidente Gianfranco Poddighe; segretario Fabio Madau.
Il Gremio dei Fabbri (e affini), in sassarese chiamati Li Frairaggi, è antichissimo e risale al Medioevo. Protagonista dell’economia cittadina, la Confraria de sos fraylargios comprendeva anche orafi e argentieri. Dal 1515 la cappella del gremio si trova a San Nicola; in precedenza la sede era nella chiesetta-oratorio nell’area delle concerie intitolata al patrono Sant’Eligio, vescovo francese morto nel 660. Del 1521 sono i primi Statuti della confraternita, i più antichi tra quelli pervenuti dei gremi sassaresi. I Fabbri non scioglievano il Voto all’Assunta prima del 2007, quando vennero ammessi alla Faradda del 14 agosto, anche se diversi documenti (in particolare del XVIII e del XX secolo) riportano tra le spese in bilancio quella per un candeliere.
Il candeliere dei Fabbri è di color rosso fuoco, elemento del lavoro. Benedetto dall’allora arcivescovo padre Paolo Atzei il 2 dicembre del 2006. È il quarto a partire da piazza Castello e il decimo a entrare a Santa Maria di Betlem. Il fusto riporta l’effigie del vescovo Sant’Eligio e, sul retro, i simboli della maestranza. Il candeliere viene tenuto addobbato dopo la Faradda fino alla Festa Maggiore del 1° dicembre. Pesa 256 kg con stanghe completamente addobbato e 226 kg senza stanghe.
La bandiera del gremio è color rosso cremisi e contiene l’effigie del patrono.
La divisa dei gremianti è di foggia spagnolesca e si compone di cappa, casacca, bottoniera (in damasco nero per gli anziani e rosso per i novizi), pantaloni neri al ginocchio e cappello alla don Basilio.
Chi era Sant’Eligio. Vescovo franco del VII secolo, patrono anche di orafi, numismatici e maniscalchi e dei fabbri di tutta Europa, nonché dei veterinari. Eligio è stato un santo molto venerato nel Medioevo. Nasce a Chaptelat (presso Limoges in Francia) nel 588. Di umili origini, apprende l’arte dell’oreficeria dal monetiere Abbone. Una storia racconta che gli si presentò il diavolo vestito da donna. Eligio rapido lo agguantò per il naso con le tenaglie. Si tratta di una leggenda che è stata raffigurata nelle cattedrali francesi di Angers e di Le Mans, ma anche nel duomo di Milano nella vetrata di Niccolò da Varallo, donata dagli orefici meneghini nel 1400. Abile orafo, è però anche riconosciuto patrono dei veterinari. Questo deriverebbe da un fatto, anch’esso avvolto dalla leggenda: si dice infatti che avrebbe miracolosamente riattaccato la zampa ad un cavallo. Re Clotario, tramite il suo tesoriere, lo chiama a corte commissionandogli un trono, con la consegna dell’oro necessario per l’opera. Eligio riesce a realizzarne addirittura due. Il re rimane impressionato dalla sua perizia e dalla sua onestà, tanto che lo nomina orafo di corte e maestro della zecca. Va inoltre a dirigere la zecca di Marsiglia e intanto continua a fare l’orefice. Realizza i vasi sacri e altri arredi per le chiese parigine di Notre Dame e Saint Denis, di Saint Loup a Noyon, di San Martino a Limoges e per l’abbazia di Chelles. Col nuovo re Dagoberto I (623-639) viene chiamato a corte e cambia mestiere. Diventa ambasciatore di fiducia del sovrano e viene impiegato per delicate missioni diplomatiche. Tra queste il ristabilimento della pace tra i Franchi e i Bretoni: il re Giudicaele si dichiara suddito di Dagoberto. Ha anche altri incarichi, spesso frutto di sue iniziative. Si racconta che delle ricchezze ricevute non conservava nulla per sé, dando tutto in elemosina. Riesce a riscattare a sue spese i prigionieri di guerra e ad aprire nuovi monasteri maschili e femminili. Nel 632 fonda un monastero a Solignac, a capo del quale pone l’abate Remaclo. Alla morte del suo re, abbandona la politica e si dà alla vita religiosa. Il 13 maggio del 641 viene consacrato vescovo di Noyon-Tournai dove s’impegna nella campagna di evangelizzazione della Gallia del nord e nelle regioni della Mosa e della Scelda, nonché, ancora più a nord, nelle terre dei Frisoni. Promuove inoltre il culto dei santi di cui rinvenne alcuni corpi (San Quintino e San Luciano di Beauvais) e di cui avrebbe realizzato anche i rispettivi reliquiari. Muore il 1 dicembre del 659 (altre fonti riportano il 660). In quel giorno è fissata la memoria liturgica.









