Ganau (Pd): «Zedda ha una idea chiara di riforma della Regione»

Intervista al presidente del Consiglio regionale, ricandidato a Sassari nella lista del Pd. «La protesta dei pastori è giusta e sacrosanta»

Ganau
Il presidente Gianfranco Ganau

Sassari. Gianfranco Ganau, presidente del Consiglio regionale della Sardegna, è candidato alle elezioni del 24 febbraio nella lista del Pd nel collegio di Sassari. Sindaco di Sassari dal 2005 al 2014, è presidente dell’Assemblea legislativa isolana dal 2014, quando fu eletto consigliere con poco più di 10100 preferenze, il più votato dell’intero Consiglio regionale. Medico cardiologo, è responsabile del Servizio di emergenza territoriale 118 per le province di Sassari e Nuoro.

Presidente, mancano dieci giorni all’appuntamento elettorale. Come vede il centrosinistra?
«Anche i risultati delle elezioni in Abruzzo hanno detto che il centrosinistra unito è competitivo, capace di raccogliere ancora consenso. Qua in Sardegna ci presentiamo con un quadro del centrosinistra variegato, ampio, con un candidato presidente della Regione, Massimo Zedda, che è sicuramente il più affidabile tra quelli che sono in campo e che è un valore aggiunto per la coalizione. Sono abbastanza fiducioso. Credo che alla fine i sardi sapranno riconoscere le cose ben fatte e che devono ancora essere completate dal centrosinistra».

E il Partito Democratico come sta?
«È in forte difficoltà, non bisogna nasconderlo. Paga errori commessi nel passato, il distacco dal suo corpo elettorale e dall’attenzione alle esigenze dei cittadini. Si trova in una fase di riorganizzazione. Rimane però sempre un fattore determinante del centrosinistra»

Massimo Zedda

Zedda può diventare il sindaco della Sardegna?
«Credo di sì. Ha dimostrato di sapere bene amministrare la città di Cagliari. Ha insomma una esperienza amministrativa importante, è uno che sa ascoltare, sa fare mediazioni, che sono quelle che servono e che forse sono mancate anche in questa legislatura. Ha una idea chiara di riforma della Regione, quindi di riorganizzazione della struttura regionale a cominciare dagli assessorati per passare poi al trasferimento delle funzioni dalla Regione, che deve avere meno compiti gestionali, a favore dei comuni e degli enti locali. L’altro aspetto è quello della lotta alla burocrazia, un limite fortissimo per i cittadini ma anche per le imprese. La semplificazione in questo campo è uno dei temi principali. Insieme a una riforma degli enti locali, con la riorganizzazione delle province, che devono svolgere una funzione determinante, e delle unioni dei comuni, che devono essere aggregate su base volontaria, e non semplicemente sulla carta, dando delle premialità in termini economici e di personale per svolgere le funzioni».

Ma esiste davvero il “cagliaricentrismo”?
«Esiste. È una realtà con cui fare i conti. A Cagliari sono concentrati i principali organi di governo e controllo dell’Amministrazione regionale. Non serve però una battaglia di campanile. Penso che la Regione debba avere uno sviluppo con i centri del potere distribuiti in maniera più omogenea sul territorio, in maniera tale da garantire un decentramento vero delle funzioni. Questo deve essere uno degli obiettivi a cui deve mirare la Sardegna per avere un futuro equilibrato, che tenga in considerazione i temi delle grandi città, ma anche dei piccoli comuni e dell’interno che sono più esposti a fenomeni di spopolamento. Soltanto così si riuscirà ad avere una visione completa della Regione».

La sanità è uno dei temi, se non il tema più sentito in questa campagna elettorale. Bisogna dare risposte ai territori, dicono i candidati governatori. Addirittura superare o rivedere l’Ats. Ma la sanità è solo questo?
«Quando parliamo di sanità secondo me occorre sempre partire da quello che abbiamo trovato. Noi avevamo otto repubbliche indipendenti, nelle quali ognuna gestiva il personale in maniera differente dalle altre. Così gli acquisti, con costi che variavano da uno a dieci per lo stesso prodotto. Non era possibile confrontare gli stessi bilanci, fatto che ha reso difficoltoso realizzare la stessa Ats. L’Azienda per la Tutela della Salute è uno strumento che ha messo in ordine la sanità isolana per quanto riguarda il personale e i costi: spendevamo 250 milioni in più di quello che ci potevamo permettere e che era previsto dagli standard nazionali. Oggi, prima di decidere se cancellare tutto e tornare indietro alle Asl – che sarebbe secondo me un dramma perché significherebbe bloccare per altri due anni il sistema sanitario con scorpori e quant’altro –, ritengo sia più utile valutare i pro e i contro. Ed eventualmente inserire dei meccanismi di miglioramento del sistema. Per esempio, dare maggiore autonomia alle Assl, le Aziende Socio Sanitarie Locali in termini di risorse e di autonomia funzionale e che siano in grado di garantire risposte efficaci ai bisogni quotidiani e che sono poi quelle che creano il disagio e il sentimento di malfunzionamento da parte dei cittadini».

La riforma della rete ospedaliera?
«Si raccontano cose non vere. Non è stato chiuso nessun piccolo ospedale. Anzi, proprio in funzione della rivendicata autonomia regionale abbiamo mantenuto tutti i presidi nel territorio, con la convinzione che servano. Ed è questa una contestazione che ci fa il governo nazionale per non avere rispettato il d.m. 70 e quindi ci chiede di fatto di chiudere questi ospedali, cosa che noi non faremo e non è nelle idee del centrosinistra. Va invece riorganizzata la rete territoriale delle cure. Questa andava fatto forse prima della rete ospedaliera e oggi è l’esigenza più importante, perché vanno date risposte ai cittadini nel territorio, di prossimità e di qualità. Questo è l’impegno che ci prendiamo come centrosinistra se saremo riconfermati al governo della Regione».

Oltre all’Ats è nata l’Areus.
«È l’azienda per l’emergenza e l’urgenza. Dà risposte omogenee a tutto il territorio. E questo avviene anche grazie all’attivazione dell’elisoccorso. Eravamo l’unica regione in Italia che non aveva un servizio a norma. Adesso è garantita parità di risposta alla criticità di salute e pericolo di vita in tutta la Sardegna».

La sanità sassarese?
«Vorrei ricordare quanto di buono è stato fatto negli ultimi cinque anni. Innanzitutto la sede dell’Ats, ovvero l’organo decisionale della sanità, è a Sassari e questo è stato un risultato non scontato. Abbiamo fatto una fusione tra azienda ospedaliero-universitaria e l’ospedale civile, che è una cosa che andava fatta anni prima e che è arrivata invece in ritardo. Deve essere completata, perché c’è ancora un problema di assimilazione culturale di un percorso comune tra ospedalieri e universitari. Si sta inoltre realizzando una nuova struttura ospedaliera, finanziata per oltre 100 milioni di euro, che darà la possibilità di avere una sanità più moderna ed efficiente. Non dimentichiamoci infine che è riconosciuta come hub di secondo livello, con le eccellenze della sanità regionale».

Mercoledì mattina anche a Sassari i comitati dei pastori hanno riversato il latte come gesto di protesta contro il prezzo troppo basso del latte. In piazza d’Italia gli studenti delle scuole superiori e dell’università hanno portato la loro solidarietà.
«I pastori hanno infinite ragioni. Non è pensabile che un litro di latte costi meno di un litro di acqua minerale. Quindi la protesta è giusta e sacrosanta. Le soluzioni non sono semplici né scontate. Richiedono un accordo tra allevatori e industriali e che sia mantenuto da tutti. C’è un problema di definizione delle quote del latte che non devono essere superate, altrimenti c’è il rischio del calo del prezzo, perché aumenta l’offerta. Ma gli industriali si devono impegnare a non produrre quote aggiuntive di pecorino romano, prodotto che determina il prezzo di riferimento del latte ovino. Credo che sia questa la soluzione, un accordo che dia una legittima spettanza ai pastori, il cui lavoro non può essere sottopagato. Il costo di produzione è 80-85 centesimi al litro e viene pagato invece 60. Non è pensabile che un’impresa possa andare avanti con una perdita così consistente. È un tema su cui va fatto il massimo della chiarezza. Non servono interventi tampone, come quello dello scorso anno con 45 milioni di euro».

La rabbia è tanta.
«Indubbiamente. Concludo con un appello. Manteniamo la protesta entro i limiti della civiltà. Evitando atti che rischiano di fare passare dalla parte del torto un movimento che ha invece centomila ragioni e per questo viene sostenuto dalla stragrande maggioranza della popolazione sarda».

Luca Foddai

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