Adriana Lecouvreur, la prima volta a Sassari
L’opera di Cilea non era mai stata rappresentata in città. L’allestimento dall’Ente Concerti gradito dal pubblico. Non più Settecento, ma inizi del Novecento, agli albori del cinema e del divismo
Sassari. Lo diciamo subito: Cilea non è Mozart o Vivaldi, tantomeno Rossini, Verdi o Donizetti. Il suo nome è legato ad una, massimo due opere. “Adriana Lecouvreur” è una di queste (l’altra è “L’Arlesiana”). In realtà, dopo un iniziale grande successo, cadde ben presto nel dimenticatoio, recuperata, insieme ad altri titoli, negli anni ’30 dal Fascismo quando, in seguito alle sanzioni decise dalla Società delle Nazioni, fu deciso, in maniera ridicola, di bandire dai teatri le opere dei compositori non italiani. Poi in parte sparì di nuovo dai cartelloni per ricomparire stabilmente negli ultimi decenni (destino condiviso con “L’Arlesiana”). Per fortuna recuperata, va sottolineato. Così ha fatto l’Ente Concerti “Marialisa De Carolis”, che per la prima volta ha proposto “Adriana Lecouvreur” al pubblico sassarese (una coproduzione con il Teatro Sociale di Como, il Teatro Fraschini di Pavia e il Teatro Ponchielli di Cremona). Al Teatro Comunale di Cappuccini non c’era il tutto esaurito, riservato nel recente passato a “Carmen”, “La Traviata”, “Nabucco” e “Le nozze di Figaro”. La curiosità era però tanta. Ben ripagata alla fine. Merito del bell’allestimento di Ivan Stefanutti e della briosa direzione dell’Orchestra dell’Ente Concerti da parte di Andrea Battistoni, giovane promessa (ha appena 27 anni, ma il piglio del veterano) della musica classica italiana.
Venerdì sera (la replica è prevista per domenica pomeriggio alle 16,30) non sono mancati gli applausi a scena aperta, soprattutto nel primo atto. Eppure è stata la quarta frazione a garantire il maggior dinamismo anche sul piano musicale, con il preludio che preannunciava una scena dominata dal dolore degli affetti. La partitura di Cilea si capisce da subito che è raffinata, delicata nella tessitura armonica dominata dai suoni dell’arpa e degli archi vibrati. Un’atmosfera tutta fine Ottocento, inizi Novecento, vicina all’art decò sul piano visivo e al modello francese su quello sonoro, ma con profondi influssi del melodismo napoletano. Cilea non fu per niente un autore verista. Tanto che la commedia-dramma tratta da Scribe e Legouvé, ridotta in quattro atti da Arturo Colautti, ben si è prestata ad una trasposizione temporale (il rischio dell’eccesso è sempre dietro l’angolo, ma non in questo caso). Adriana come diva del teatro dei primi del Novecento, con il cinema appena nato, vicina a Lyda Borrelli più che a Eleonora Duse, e lontana dall’Adriana Lecouvreur realmente vissuta nei primi decenni del 1700. Ivan Stefanutti ha ben curato regia, scene e costumi, mentre il disegno luci è di Paolo Coduri De Cartosio.
Le voci. Brava il soprano Donata D’Annunzio Lombardi (Adriana), donna di palcoscenico come il suo personaggio, presente sulla scena e sicura nel fraseggio. Un po’ meno sciolto il tenore Leonardo Caimi (Maurizio), inizialmente apparso impacciato e che dopo il secondo atto ha comunque acquisito tranquillità e convinzione. Bene anche il baritono Francesco Paolo Vultaggio (Michonnet), amico di Adriana. Elena Gabouri, mezzosoprano russo, era la Principessa di Bouillon: qualche indecisione si è notata, soprattutto nei passaggi più gravi, troppo cupi. Applausi meritati per il basso-baritono Gianluca Margheri (Principe di Bouillon), Matteo Macchioni (Abate Chazeuil), Riccardo Fassi (Quinault), Ugo Tarquini (Poisson), Lucrezia Drei (Mademoiselle Jouvenot), Lara Rotili (M.lle Dangeville). Positiva la prova del Coro dell’Ente Concerti diretto da Antonio Costa. Nel terzo atto si sono esibiti i danzatori Akos Barat, Martina Claudia Gerbi e Gianfranca Bianchi.
Con “Adriana Lecouvreur” si chiude la 71esima stagione lirica dell’Ente Concerti “Marialisa De Carolis”, che ancora una volta, nonostante i continui e pesanti tagli ai propri bilanci (con il sacrificio, purtroppo, della ministagione concertistica, che quest’anno doveva culminare nella “Nona” di Beethoven proprio a dicembre), è riuscito a garantire quattro titoli di alto livello: una sfolgorante “Carmen” di Bizet, una struggente “Madama Butterfly” pucciniana ed una preziosa “La Scala di seta” rossiniana.
Luca Foddai








