Una regione “maschile”, egoista e distratta fa violenza alle donne sarde

Trova la sua più significativa dimostrazione nel limitato numero di donne attualmente in Consiglio Regionale, 4 su 60. La riflessione di Carla Puligheddu. Mercoledì 25 novembre è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne

 

 

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Carla Puligheddu

Sassari. Domani mercoledì 25 novembre è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne (che non si risolve necessariamente in atti di natura fisica). Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di Carla Puligheddu, presidente dell’A.Do.S. Associazione delle Donne Sardiste.

Guarire le malattie dell’anima, fra le più gravi della nostra epoca l’egoismo e con esso la violenza, significa cambiare la cultura del “silenzio” a vantaggio di quella del “coraggio”. Il coraggio di denunciare. Un coraggio importante, che ad oggi ancora troppe donne non hanno. Una mancanza che genera debolezza e aggiunge forza ai “mostri” – troppi – di turno e che comporta troppo spesso un prezzo altissimo da pagare. Nessuno può infatti sapere com’è dura la violenza sulle donne nel chiuso della propria casa. Non solo violenza fisica, parlo anche di violenza psicologica. L’orgoglio umano è imprevedibile, quello di un uomo geloso, sospettoso, insicuro, può accecare. Uomini divorati dalla follia, traboccanti di odio, affamati di violenza, quando decidono di uccidere, vanno di fretta. Impossibile scappare, a volte non basta il tempo perché ciò che fa più paura è non essere credute e quel che più spaventa è vedere tanti, armati di pietre in mano pronti a lapidare. Molte donne si sentono sole, in balia di un inevitabile destino, giudicate e condannate da tutti, qualche volta dai tribunali. È vero che l’avvocato assolve al diritto, stabilito per legge, di assicurare una difesa tecnica all’imputato responsabile di violenza, di molestie, di omicidio … ma nella confusione di valori che vive oggi la nostra società, malata per tanti versi, sarebbe davvero un segnale importante, un segno di rottura, di cambiamento. Anche il NO ad una difesa, giustificato da “obiezione di coscienza” (soprattutto se l’avvocato è donna) restituirebbe dignità all’esercizio di una nobile professione. Che le leggi sappiano rendere la gioia della salvezza e del riscatto, che sappiano ridare alle donne la bellezza della giustizia e della libertà. Questa sarebbe vera civiltà! Tuttavia il concetto di parità di genere non é affatto radicato, neanche in quella parte di società liberale e colta; paradossalmente neanche fra le donne! Perché quando si parla di violenza contro le donne, si tratta di sapienza, di cultura, di sensibilità e di educazione. Anzi, proprio in certi ambienti, al solo avanzare una domanda di rispetto, inaspettatamente si suscita fastidio e intolleranza. Al contrario, non dobbiamo stancarci di alimentare la cultura del rispetto. Perché dall’intolleranza nasce la violenza. Non possiamo solo “dire”, in questo momento è urgente “fare”. Non bastano la solidarietà e la vicinanza delle altre donne e di molti uomini, ci vogliono politiche nuove e dirompenti rispetto a chi, ancora, pensa che le donne siano sempre proprietà di qualcuno sia esso padre, marito, fidanzato.

È fondamentale quindi lavorare per modificare quella cultura dalla quale nascono le resistenze ad una sostanziale ed effettiva attuazione delle pari opportunità, nelle relazioni familiari, nel lavoro, in politica, nella vita quotidiana nel suo insieme, dove continua ad essere declinato in modo intollerabile il mancato rispetto dei diritti delle donne. Faccio un esempio: dal 1949 ad oggi sono state elette nell’Assemblea Regionale della Sardegna 37 donne in rapporto ai 557 consiglieri dell’era autonomista. Questo è lo specchio di una società sessista, ingessata e discriminante, di una classe politica sbilanciata, le cui conseguenze sono lampanti e sotto gli occhi di tutti. L’esiguità della presenza femminile nella vita politica della Sardegna trova la sua più significativa dimostrazione nel limitato numero di donne attualmente in Consiglio Regionale, 4 su 60. Colpa dei partiti, per molti dei quali le quote rosa sono qualcosa che fa sorridere, e degli elettori che le donne, a parte pochissimi casi, non le votano. L’ultimo responso delle urne è stato e sarà in futuro, un pugno nello stomaco per chi nelle piazze e nelle aule ha predicato l’importanza della parità di genere e ha cercato di sensibilizzare la gente sulla necessità di garantire un’adeguata rappresentanza femminile nelle istituzioni. Anche questa è violenza! Il tema deve rimanere non solo scritto sull’agenda ma, al primo punto all’ordine del giorno della politica, delle istituzioni, dei cittadini. E sì, perché se la politica non interviene con leggi, con azioni vere, nulla cambierà. Le donne sarde continueranno a sopportare tacendo, per vergogna e/o paura, consapevoli di essere poco rappresentate politicamente e per niente tutelate da una Regione “maschile” – egoista, distratta e assente.

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