Scandalon, pietra d’inciampo

La nostra società tutto consuma e tutto digerisce, anche le pietre, senza che nulla determini uno stordimento effettivo duraturo. La riflessione di Daniela Masia per Sesuja

 

di Daniela Masia

ScandalonCosa sia scandaloso oggi è di difficile interpretazione, la martellante proposta di notizie di cronaca, politica, gossip, curiosità, cultura fornita dagli strumenti di informazione rende tutti indistintamente e simultaneamente partecipi della notizia. Diciamo pure che non è l’informazione in se stessa (conquista importante per la civiltà) a suscitare perplessità ma la richiesta del tipo d’informazione e la necessità di offrirla al pubblico (non più utente singolo), se non prima certo in modo più appetibile.

Davanti alle somministrazioni dello sciroppo mediatico con la stessa enfasi possiamo leggere, vedere, ascoltare di una scoperta spaziale, di un fatto di cronaca e di cronaca nera, del topless della diva, del politico transumante, delle violenze sulle donne, delle morti dei bambini neonati, dell’arrivo inarrestabile dei profughi o degli immigrati e degli uni e degli altri (in fondo non capiamo bene la distinzione), in una kermesse indistinta. L’aumento delle tasse, la diminuzione delle imposte, l’euro, la Grecia, la Cina… l’Italia e anche la nostra amata Sardegna; il turismo stagionale, la stagionalità di tanti lavori, la migrazione degli italiani, ma per gli italiani si usa il più opportuno emigrazione, il clamore per il caporalato… il jobs act… le buone intenzioni… le sagre estive nei tripudi di sapori e colori e tradizioni spolverate per la macedonia fresca dell’estate; e piove e non piove e se piove siamo al disastro annunciato dai furti alla terra; i tramonti rubati in uno scatto e la degenerante moda dell’apparire per essere in luogo dell’antico essere anche senza clamori, che contamina anche le migliori intenzioni.

Certo essere informati è una conquista di grande civiltà, partecipare degli eventi della vita e sapere da più fonti la notizia è una grande opportunità. Detto ciò possiamo anche leggere come reagisca il lettore, il pubblico, il vecchio utente della notizia a tutta questa gran quantità di informazioni. La voracità con cui si consuma tutto, il tutto trasforma in un qualcosa che in fondo dura poco. Per poco tempo ci si mortifica, per poco ci si scandalizza, per poco tempo si ha la forza o meglio la voglia di reagire. La civiltà è diventata anaffettiva e algida. Tutto passa, tutto scorre (senza riferimento al celebre detto eracliteo) senza lasciare traccia, uno scorrere epidermico che non traccia solchi nel cuore per destare sentimenti profondi che portano a un cambiamento, se non nello spazio che intercorre tra una notizia ed un’altra. Del resto distrarsi per fermarsi a riflettere è assai poco opportuno! C’è altro a cui pensare e ci sono tante cose da sapere e fagocitare compulsivamente. La vita trascorre non come una pellicola antica, dove i fotogrammi hanno bisogno di un loro ritmo e un loro tempo, ma come un flash che poi si può correggere con qualche programma di grafica.

La nostra società tutto consuma e tutto digerisce, anche le pietre, senza che nulla determini uno stordimento effettivo duraturo, che mobiliti ambiti del sentire che portino ad un vero scandalizzarsi, non ad uno scandalizzarsi epidermico e poco lacerante. I sentimenti sono celebrati pubblicamente senza alcun pudore, vivere la vita altrui consente una possibile evasione dalla propria vita monotona: un amore, un lavoro, un divertimento, una qualche amicizia, le feste familiari chiassose e a volte indigeste.

Mentre la condivisione di tanto clamore rende tutto così poco importante che i valori di custodia delle intimità sono alla berlina del pubblico guardone e gaudente. Non abbiamo più scorze dure siamo trasparenti e persino refrattari a tutto. Questo può andar bene per gli adulti responsabili di se stessi e delle proprie azioni(?!), ma va meno bene quando la trasparenza e la leggerezza attraversano la pelle dei bambini e dei ragazzi, di coloro che formano personalità e struttura con questo panorama scellerato, spudorato e senza vergogna. La pietra d’inciampo appunto. Insegniamo che tutto va esibito, nulla custodito, tutto è palesato, tutto è chiarito, mentre la costruzione del sé ambisce luoghi riservati dove maturano i giusti equilibri di pudore e vergogna; di rispetto e azione morale. L’esibizione troppo esasperata sottrae spazio a ciò che sotto e dietro il clamore celebrato nasce e cresce e rende uomini e donne forti e sensibili, aperti e curiosi, autentici e non sbruffoni e curiosoni, ebbri del potere della propria esposizione, infinitamente incapaci di stare con se stessi in intimità, solipsisticamente. Perché quando capita di dovercisi ritrovare in questa condizione non si abbia la tentazione di chiamare una qualche regia che suggerisca come doversi comportare con il proprio sé.

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