Austerity (e tu vivrai nel terrore)
Un meccanismo spettrale che impone tutta la sua potenza nel momento in cui si è servi dell’illusione “sovrana” del consumo. L’analisi di Antonello Nasone per Sesuja
di Antonello Nasone
La parola inglese “austerity”, vera cifra omnicomprensiva di quest’epoca, non è solo questione riguardante l’infelice anglomania che da qualche decennio si è installata nelle abitazioni delle masse marginali del pianeta, così come nelle commissioni parlamentari di paesi un tempo esportatori di grande letteratura.
In Italia infatti, in un tempo non tanto lontano, la derivata della latina “austeritas” offrì diversi spunti di riflessione per la quotidianità e vestì quasi i panni, dunque precari, di una teoria politica. La memoria corre subito a Enrico Berlinguer che ne fece l’architrave di un famoso discorso, corrente l’anno 1977. Ma sarebbe ingeneroso non citare un dimenticato Benigno Zaccagnini che nei primi mesi della sua segreteria si impegnò in profondi ragionamenti sullo stato della civilizzazione occidentale. E viene facile completare questo binomio con l’ultimo, imprescindibile, Pasolini.
A rendere fertile il sorgere di questi pensieri contribuì, in modo determinante, il crollo di alcune di quelle garanzie che per una trentina d’anni avevano dato quantomeno un assetto stabile all’economia mondiale. Sarebbe utile riportare quegli elementi della quotidianità che allora colpirono la sensibilità comune: le domeniche a piedi, la capitale dell’Occidente – New York – salvata da un inevitabile default prima e in preda a un saccheggio in puro stile unno, a causa di un incredibile black-out, qualche anno dopo.
A rileggere quei ragionamenti, oggi qualunque discussione in merito viene accantonata come una disputa tra la televisione a colori o quella in bianco e nero.
Recentemente Giuliano Amato, testa d’uovo dell’Italia a guida socialista degli anni Ottanta, ha dichiarato che lo sfondamento dei livelli abituali di debito pubblico era “autorizzato” dalla diffusa sensazione che si fosse all’inizio di un nuovo boom economico, del tutto simile a quello del secondo dopoguerra. Uno stato di effervescenza generale attraversava in lungo e in largo gli strati sociali del paese di allora, tutti con la non celata speranza di ficcarsi nelle ampie maglie di un bilancio statale in grado di soddisfare pure i più improbabili desideri e i più inconfessabili godimenti. Dall’operaio che si era privato dell’auto per dare la laurea al figlio (come ne scrisse Giampaolo Pansa nel ’79) o dall’artigiano di paese che aveva ben utilizzato il lascito di dieci anni di emigrazione, si passò a richieste di robusta pensione da parte di orde di massaie ancora in odore di fertilità, a madri che scambiavano il buono-libri dei figli per denaro da spendere in servizi da tè da mostrare alle comari, a carrozzieri con la quinta elementare nominati, in quota partitica, consiglieri di amministrazione USL o enti vari, allora soggetti a una sfrenata moltiplicazione per integrare (o coprire con la più efferata delle ipocrisie) ciò che eccedeva dagli elefantiaci apparati di cui erano costituiti i partiti. La classe politica, alla ricerca di consenso e notti brave, solleticava, tramite le sue propaggini, gli istinti bassi della comune gente con l’effetto di pregiudicare l’avvenire di coloro che, non essendo ancora entrati nell’età della ragione, avevano avuto il privilegio d’essere la prima generazione ad assistere al colore sempre vivo.
Sarebbe riduttivo però farne una questione di mero spendi e spandi. Un occhio acuto noterebbe come in quelle vicende si faceva largo un’ideologia del progresso che intendeva l’adeguamento ai livelli alti di civilizzazione come adesione senza remore alle leggi del consumo. Un’ideologia che mentre contrabbandava la presunta invincibilità di un percorso storico promuoveva un pubblico teso all’imitazione del canto delle cicale e pretendeva uno Stato pronto a supportarne le esibizioni. Si erodeva definitivamente quella miscela di frugalità e sobrietà riassunta nell’immagine popolare del “mai fare un passo più lungo della gamba”, che se forniva un riparo dai tempi di magra, preparava la semina sul terreno che le generazioni future avrebbero ereditato. Al contrario, il gioioso affannarsi sul trogolo edificava, di anno in anno, un girone infernale che avrebbe risucchiato queste ultime, destinate a raccogliere il macigno di una colpa da loro non commessa.
L’ingresso dell’Italia (e di altri paesi dell’area mediterranea) nella moneta unica europea fu il passo ulteriore. Contrattato con la speranza che a qualche trucchetto contabile avrebbe posto rimedio un’atmosfera alla “volemose bene”, verso la quale per decenni gli americani avevano mostrato una certa simpatia – il sangue cattolico di irlandesi, italiani e polacchi che ha evidentemente mitigato certe rigidità anglosassoni -, ha visto un solido fuoco di sbarramento nell’atteggiamento severo della Germania, vigile al ricordo di quell’instabilità monetaria che nel primo dopoguerra spianò la strada al Terzo Reich. Quella stessa Germania che per anni era stata dileggiata per gli orrendi calzini sopra i birkenstock dei suoi abitanti, che al varco delle frontiere avevano già interiorizzato le raccomandazioni del governo a escludere ogni prodigalità, mostra nel volto da furia castigatrice della Merkel un ineludibile monito: quello della condanna al rigore dell’austerity.
Chi non ha memoria dell’austerità intesa come ispiratrice di una produzione finalizzata al godimento di beni come la cultura, l’istruzione e la salute, sarà destinato a sprofondare nei circuiti entro i quali si nutre l’austerity, un meccanismo spettrale che impone tutta la sua potenza nel momento in cui si è servi dell’illusione “sovrana” del consumo, poiché qualcuno, proprio in quegli attimi, avrà in animo di tessere una corda d’oro che fungerà da cappio.







