Concerto di Capodanno, perché nel mondo è solo Vienna

Ancora una volta l’Italia si segnala (in negativo) per la differita nonostante la presenza di un grandissimo direttore come Riccardo Muti

Sarebbe facile liquidare il discorso limitandoci a fare notare che i Wiener Philharmoniker se la giocano con i cugini Berliner Philharmoniker per il primo gradino del podio mentre l’orchestra della Fenice di Venezia è una compagine di un teatro d’opera, di buon livello sia chiaro, ma non di più. E che Riccardo Muti è in questo momento probabilmente il migliore direttore in assoluto in attività (reale, non a mezzo servizio per evidenti problemi di salute, come sta avvenendo per Barenboim e Mehta, per esempio). A questo si aggiunga il fatto, non secondario, che il Neujahrskonzert viennese è il Concerto di Capodanno, trasmesso in diretta in tutto il mondo da ben 96 televisioni, tra cui ZDF, BBC, France 2, RTVE e via discorrendo. Unica (e ridicola) eccezione è rappresentata dalla Rai, che da 21 anni (l’idea era stata di Fabrizio Del Noce, direttore di Raiuno, per festeggiare la riapertura del riscostruito Teatro della Fenice) preferisce mostrare un surrogato da Venezia e recupera l’evento di Vienna, il più importante dell’anno per la musica classica, su Raidue alle 13,40, a cose finite. Sui giornali specializzati immancabilmente si calca la mano sull’abissale divario tra i due eventi e di come la Rai, chiaramente per ignoranza musicale, continui imperterrita a insistere su un qualcosa che, tentiamo ora di spiegare, non ha né capo e né coda.

Riccardo Muti

A Vienna sin dai primi minuti si è capito che Muti era in giornata. Una direzione senza sbavature. Gli 83 anni non sono un limite: l’energia che i gesti trasmettevano agli ottimi Wiener era fin troppo evidente. Il Neujahrskonzert è da sempre sinonimo di spensieratezza e di leggerezza, che solo i valzer della famiglia Strauss riescono a trasmettere. Bastava ascoltare la celeberrima Tritsch-Tratsch Polka per capire il senso del messaggio musicale: oggi, 1° gennaio, mettiamo da parte i problemi e pensiamo alla gioia di vivere. A rafforzare tutto questo il ricorso a linee melodiche che esplodono in festa (predominante, se non esclusiva, la tonalità maggiore ovviamente), perché questo è il punto. An der schönen blauen (Sul bel Danubio blu), Annen-Polka, lo Zingaro barone, Wein, Weib und Gesang e la Marcia di Radetzsky ritmata con l’immancabile battimani del pubblico, lo confermano. Quest’anno poi si dovevano ricordare i 200 anni della nascita di Johann Strauss figlio, il re dei valzer. Ma c’è stata anche una sorpresa, di quelle che solo un grandissimo direttore come Riccardo Muti possono fare: per la prima volta è stata eseguita una composizione di un’autrice, il Ferdinandus-Walzer di Constanze Geiger, scritto nel 1847 ad appena 12 anni. Presenti nella sala dorata della Musikverein di Vienna il presidente della repubblica austriaca Alexander Van der Bellen e, per l’Italia, il ministro Giancarlo Giorgetti. Più volte inquadrate la moglie di Muti, Maria Cristina Mazzavillani, e la figlia Chiara.

Spettacolo nello spettacolo, si diceva, la direzione di Riccardo Muti. La sua gestualità è stata perfetta, con un controllo preciso dei passaggi orchestrali. È evidente che con i Wiener, orchestra che, al pari di altre filarmoniche europee di primo piano, raccoglie il meglio dei musicisti di tutto il mondo, si è instaurato negli anni un rapporto simbiotico (ma Muti dirige, seppure meno frequentemente, anche gli altrettanto meravigliosi Berliner). Del resto, lo scorso maggio, sempre al Musikverein, era stato proprio il grande direttore di Molfetta a guidare la compagine viennese nella Nona di Beethoven, per i 200 anni dalla prima esecuzione, ovviamente avvenuta nell’allora capitale imperiale austriaca. A tratti abbiamo individuato un rimando al modo di dirigere dell’amico Carlos Kleiber, forse il più grande direttore della storia (se la gioca, a nostro parere, con Karajan, Abbado e Bernstein). Quel fascinoso dominio della partitura è insomma caratteristico delle grandi bacchette. Riccardo Muti, un po’ rompendo la tradizione, dopo il consueto augurio “Prosit, Neujahr” con l’orchestra prima di An der schönen blauen, ha preso la parola parlando in italiano, «nella mia lingua italiana, perché sono italiano», augurando un 2025 di pace, fratellanza e amore in tutto il mondo. Alla fine una autentica standing ovation, tutti in piedi ad applaudire il grande direttore e la magnifica orchestra viennese.

Il grande tenore Francesco Demuro

E a Venezia? Anche quest’anno è stato ripetuto un surrogato di concerto di Capodanno. Potremmo limitarci anche in questo passaggio a fare notare che il finale, il brindisi dalla Traviata “Libiamo nei lieti calici”, non è affatto un momento di allegria, per altro cadenzato da un terribile battimani (altra scopiazzatura). È, al contrario, “il brindisi della morte”, perché Violetta è già molto malata e infatti proprio in quell’occasione del brindisi tossisce malamente. E il coro “Va, pensiero” dal Nabucco è l’amaro canto del popolo ebraico umiliato e deportato (e per fortuna non è mai stato adottato come inno nazionale: teniamoci ben stretta la melodia di Michele Novaro, musicalmente ottima, e i versi patriottici di Goffredo Mameli, genovese di origine ogliastrina). A completare il programma alcune solite composizioni che a Venezia si ripetono stancamente da anni, come l’ouverture da “La Gazza Ladra” di Rossini (altra scopiazzatura del concerto viennese, già proposta da Abbado nel 1989) e l’immancabile e ormai, diciamolo apertamente (in questo troviamo alleati autorevoli, a cominciare dallo stesso Muti in una recentissima intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul Corriere), insopportabile “Vincerò” dalla Turandot di Puccini-Alfano cantato a squarciagola con il si prolungato oltremisura dal tenore di turno. Quest’anno a Venezia le voci erano quelle della pucciniana Mariangela Sicilia, fuori parte però nell’incantevole valse-ariette Je veux vivre dans le rêve da Roméo et Juliette di Charles Gounod (cantato sempre a Venezia con tutt’altro esito da Nadine Sierra nel 2016 e da Rosa Feola nel 2021) e di Francesco Demuro, ottimo tenore portotorrese ormai diventato una vera e proprio star mondiale, già sul palcoscenico della Fenice il 1° gennaio del 2020. Su Demuro c’è in realtà poco da dire, se non che ancora una volta ha confermato le sue eccezionali qualità vocali, meritandosi prolungati ed entusiastici applausi (anche se, lo diciamo, dà il meglio in Verdi e non in Puccini). La direzione, ben distante dalla qualità al top che può assicurare Riccardo Muti (per settima volta sul podio del Neujahrskonzert, un record), è stata affidata, per la quinta volta, a Daniel Harding, obiettivamente non a suo agio nel repertorio proposto a Venezia (e non adeguatamente supportato dalle compagini orchestrali e corali della Fenice), già allievo di Abbado e da pochi mesi successore di Antonio Pappano alla direzione musicale dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. Prima domanda: in Italia esistono, e sottolineiamo purtroppo per l’esiguo numero, solo due vere orchestre sinfoniche, come ha ricordato Muti nell’intervista di Aldo Cazzullo: Santa Cecilia, appunto, e l’Orchestra Nazionale della Rai, il cui direttore musicale è un altro protagonista mondiale della musica, il colombiano Andrés Orozco-Estrada. Perché allora fare suonare l’orchestra del Teatro della Fenice, che non è un’orchestra sinfonica, e non invece una delle due grandi orchestre? Ma soprattutto, perché lo speaker della Rai continua a infarcire il concerto con un serie di frasi fatte e di scempiaggini che dimostrano semplicemente quanto l’evento sia scombinato?

A Vienna il repertorio da cui attingere è enorme, parliamo di circa 500 valzer dell’Austria Felix dei tempi di Cecco Beppe. E quello dei Wiener è un appuntamento con una sua precisa identità, curato nel minimo dettaglio, che tra l’altro è preceduto, la sera prima, dalla rappresentazione alla Staatsoper (con diretta tv) della bella operetta, sempre di Strauss figlio, Die Fledermaus, ovvero Il Pipistrello, con i Wiener che ogni anno si alternano: chi fa Il Pipistrello poi, logicamente, non fa il concerto di Capodanno (stavolta è capitato, giusto per citare alcuni nomi di punta dell’orchestra viennese, a Luc Mangholz e Karin Bonelli al flauto, Clemens Horak all’oboe e alla konzertmeister Albena Danailova: il 1° gennaio negli stessi ruoli c’erano, rispettivamente, gli altrettanto ottimi Walter Auer e Wolfgang Breinschmid, Sebastian Breit e Volkhard Steude). A Venezia ci si limita invece al già fatto, al repertorio lirico nazionalpopolare (anche a Vienna si è cantato, seppure una sola volta, al Concerto di Capodanno, nel 1987 con Karajan direttore e Kathleen Battle, ovviamente con una composizione di Johann Strauss figlio) nel senso davvero deleterio del termine, senza un guizzo di originalità, che però può soddisfare l’ascoltatore superficiale che nel corso dell’anno non è avvezzo a sentire musica di qualità. Ma poi perché sempre Puccini e Verdi e mai Mozart, il più grande operista della storia? Tra l’altro il concerto veneziano è strutturato in due parti: la prima è strumentale, quest’anno con la Quinta di Beethoven; solo la seconda, il best of della lirica italiana (infarcita di brani che non c’entrano nulla con il resto), va in diretta su Raiuno.

Infine, il balletto. Anche questo a Venezia, con le coreografie di Marcos Morau e ballerine e ballerini di Aterballetto, è un surrogato, per giunta claustrofobico (perché gli spazi, per i ponti tra i canali o addirittura su uno scomodissimo vaporetto, è ovvio che sono stretti), mal riuscito dei balletti negli splendidi palazzi e giardini asburgici che da sempre caratterizzano il Neujahrskonzert. La cosa curiosa è che quest’anno, a Vienna, i ballerini erano in gran parte italiani. Basta citare i loro nomi: Davide Dato, Elena Bottaro, Alice Firenze, Sveva Gargiulo, Laura Cislaghi. Ulteriore aspetto da mettere in evidenza.

Insomma, cara Rai, lascia perdere.

(luca foddai)

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio