Uno standard sassarese nato stanco e asfittico
Deluse le aspettative di chi si aspettava uno slancio innovativo. L’analisi di Fabritziu Dettori
La Regione nel 1978 per il suo trentesimo anno di autonomia sosteneva che: “La condanna dei dialetti sardi non valse ad eliminare l’uso di questi dialetti da parte delle popolazioni”. La situazione non era però così rosea come la si presentava. Negli anni la Regione non si è preoccupata al ricambio linguistico generazionale lasciando che il sardo rimanesse in balia della politica, non solo italiana, di desardizzazione. La stessa istituzione tenta ora di recuperare il tempo perduto introducendo effimeri inclusioni di sardo tra i banchi di scuola con i cosiddetti progetti a tempo. Il risultato è una materia che non è interiorizzata e che non incide sulla coscienza linguistica dei ragazzi.
Mi soffermo su l’idioma sassarese che di recente ha ottenuto lo status ufficiale di lingua. Riconoscimento arrivato dopo anni di diglossia e censura scolastica, e familiare di conseguenza, che l’hanno fortemente compromessa portandola pressoché all’estinzione. Una condizione linguistica paradossalmente equipaggiata dai vocabolaristi tradizionalisti i quali, se pur vero che sono stati utili alla conservazione del lessico, argomentavano del sassarese come dialetto dell’italiano, e dell’italiano quale «la nostra lingua e il nostro alfabeto». A tutt’oggi in quei vocabolari la nostra parola scade a dialetto gerarchizzato verso il basso, e confermano che il solo salvataggio cartaceo non basta a mettere in salvo il sassarese come lingua di comunicazione moderna al pari dell’italiano.
È doverosa, a questo punto, una riflessione sullo “standard ortografico del sassarese” che la Regione ha disciplinato con legge n.22 del 2018. Per la sua stesura l’ente sardo ha dato mandato al Comune di Sassari che a sua volta l’ha dato all’Istituto Camillo Bellieni, il quale ha affidato il lavoro ai linguisti Riccardo Mura, gallurese di Tempio, a Maurizio Virdis, campidanese di Cagliari, e al poeta e docente in pensione Mario Marras, sassarese. Una commissione, di tre sole persone di cui una sola sassarese, che ha lasciato pressoché uguali quei format ortografici di cui sono scritti i vocabolari tradizionali.
Ritengo sia stato commesso il grave errore di non aver aggiunto alla commissione quei docenti, interni ed esterni, che da anni insegnano, o hanno insegnato, il sassarese nelle varie scuole della zona linguistica in questione, e coloro che ugualmente da anni se ne occupano nel teatro ecc. Non c’è stata purtroppo quella task force che Manlio Brigaglia si augurava sulle pagine della Nuova Sardegna nel 2014. Diversa è la situazione in Gallura che visto al lavoro per lo standard del gallurese ben dieci persone e tutte galluresi.
Ai lavori “sassaresi” è mancato infine quel coinvolgimento popolare per una fattiva partecipazione democratica alla realizzazione del sassarese ufficiale. Negli stessi due incontri tenuti a Sassari presso l’Assessorato alla Cultura, cioè alla presentazione della bozza dello standard nel luglio scorso, e alla “consegna” definitiva a ottobre, ha visto la presenza soltanto di una decina di persone. E ai quei pochi del primo appuntamento non è stata consegnata neppure la bozza: «Perché tanto è solo una bozza». E a coloro che ne hanno fatto richiesta ai coordinatori via mail, sono state inviate soltanto otto pagine su un numero che non è stato possibile sapere. L’eventuale contributo esterno dei cittadini e associazioni per le probabili proposte di modifica è stato quindi limitato soltanto al contenuto di quelle poche pagine a disposizione. Chi si aspettava uno slancio innovativo del sassarese ha assistito invece a uno standard nato stanco e asfittico.
La delusione per molti è stata ulteriore quando la regola espressa dai due linguisti durante la presentazione della bozza: «La parola dovrà essere trascritta sempre uguale a se stessa», non è stata applicata compiutamente. Come è stato spiegato: si scriverà – giustamente – lu cani, ma si pronuncerà lu gani (il cane), e così per tutte le altre consonanti cosiddette mutevoli. A questa conclusione è stata esclusa però l’affricata alveolare sorda, cioè il tz di tzeru (cielo), ma anche di pitzinnu (bambino/ragazzo), che avrebbe reso “la parola uguale a se stessa”. Come per le altre consonanti, la mutazione, in questo caso in zeta sonora preceduta dall’articolo determinativo, darà una pronuncia dolce: lu zeru (il cielo). Insomma, alla faccia della coerenza, e perché l’italiano non ammette il tz, tutte le parole che iniziano con quel suono particolare sassarese dovrebbero essere scritte come si pronunciano! Quindi, per incoerenza e incoerenza, sarebbe giusto scrivere “lu gani” e non “lu cani”.
Leonardo Sole, illustre linguista sassarese, insegnava che «sarebbe preferibile, per evitare confusioni e incoerenze [soprattutto per chi dovrà imparare il sassarese sui banchi di scuola], usare per la z sorda il tz, presente nella toponomastica e nell’onomastica sarda, e la z semplice per la sonora: tzìntzura ‘zanzara’, tzitzì, ‘zigolo’, pèzi ‘pece’, ecc.» (Il Sassarese, una lingua originale. Come nasce e come si scrive. Lisena editrice 2003). E non c’è altro da aggiungere.
Fabritziu Dettori
Le foto sono tratte dal n. 3 di Fabedda!, giornale scolastico dell’Istituto Comprensivo “Salvatore Farina”, plesso di San Giuseppe” di Sassari.
https://www.sardegnadies.it/wp-content/uploads/2019/12/Fabedda-3-2019.pdf





