Verso Sud, alla scoperta dell’emigrazione sarda
Un’analisi del fenomeno nel libro di Antonio Muglia e Salvatore Taras. Lasciano la nostra terra soprattutto laureati e persone con una preparazione di alto profilo
Sassari. Un viaggio sino alla fine del mondo, dove i sardi cercano lavoro. E se un Papa (peraltro figlio di emigranti piemontesi) arriva a Roma dall’Argentina, migliaia di italiani e tra questi tanti, tantissimi sardi lasciano la loro terra in cerca di un’occupazione. Il fenomeno non nasce certo oggi o ieri. La Sardegna, e ovviamente l’Italia, da un secolo e mezzo è terra di emigrazione. Diretta verso le Americhe e, nel secondo dopoguerra, verso i paesi dell’Europa del nord. Ma se in passato emigravano operai, manovali, contadini, braccianti, artigiani o comunque rappresentanti delle classi meno agiate, oggi la geografia umana che lascia la Sardegna (e l’Italia) è all’opposto costituita da persone qualificate, quasi sempre con tanto di laurea o titolo di istruzione superiore. Solo nel 2014, a causa della cronica mancanza di lavoro – come ha evidenziato il rapporto della Fondazione Migrantes – sono partite dall’Isola 2247 persone. Uno spaccato di questo mondo è raccontato nel bel libro dei giornalisti Antonio Muglia e Salvatore Taras significativamente intitolato “Verso Sud. Storie di Sardegna in America Latina” (Edes, pagg. 96, euro 15), che, accanto alle foto in bianco e nero di Muglia, si avvale di un testo in due lingue, in italiano e in sardo (traduzione di Taras), con un’incursione nel sassarese (curata da Mario Lucio Marras) per un emigrato puro interprete dello spirito cionfraiolo della sua città. Natalino Demontis, questo il suo nome, arzillo 88enne, in Brasile da 60 anni, dove vive nella piccola città di Cabo Frio, nello stato di Rio de Janeiro. Un personaggio nel vero senso della parola, mattatore, tra l’altro, della presentazione del libro di Muglia e Taras lo scorso 26 novembre alla Biblioteca Comunale di Sassari.
Una serata-evento, che ha costituito l’occasione per capire anche come è cambiata l’emigrazione sarda all’estero. «I nostri coetanei vanno fuori, ma dove?», ha esordito Antonio Muglia. «Vanno in Germania, in Australia, magari nelle nuove mete non battute dall’emigrazione del passato. Molti però vanno ancora in America Latina, dove trovano impiego con professioni vere. Sono terre lontanissime, eppure in realtà vicine a noi». Ed ecco allora dieci ritratti di altrettanti emigrati sardi che si sono affermati nei tre grandi paesi dell’America Latina, Brasile, Argentina e Perù. I loro nomi e le loro professioni? Ecco Silvio Podda, geometra di Ballao ora chef a Rio de Janèiro; Luca Lupino, algherese, manager della Adidas per la squadra di calcio del Flamengo; Daniele Pinna, chef di Guardia Grande, una star televisiva a Buenos Aires; la cagliaritana Elisabetta Mannai, che svolge attività di coaching a Lima; Gianni Nuvoli, di Sassari, muratore a Rio, ma anche artista, ceramista, artigiano, allevatore di cavalli e inventore; Iside Casu, imprenditrice e grafica, da Sassari a Buenos Aires; Valeria Scintu, da Cabras alla metropoli argentina, dove fa l’addetta al controllo qualità per il recupero crediti per una multinazionale; Federica Angioni, da Guasila a Lima, insegnante; il media manager Alessandro Piras, originario di Orroli, anche lui a Lima; come Simone Pisu, di Cagliari, biologo marino.
E, ovviamente, Natalino Demontis, che non appena ha saputo della presentazione del libro non ha avuto dubbi ed ha preso l’aereo, diretto verso la sua città natale portando con sé la moglie Ginetta e la nipote Amanda. Due figli, Barbara, avvocato, e Paolo, ingegnere meccanico all’aeroporto di Cabo Frio, Demontis aveva lasciato Sassari nel 1955 a causa di una pesante sanzione tributaria, che lo aveva spinto a chiudere la sua attività di carrozziere in via Sorso. In Brasile si è fatto apprezzare per le sue capacità professionali e umane, ma anche per la sua simpatia, doti che lo hanno portato a far dedicare una via alla città di Sassari, una via a Cagliari, una al Gremio dei Viandanti e un’altra ancora alla Corale Luigi Canepa (che negli anni passati è andata a trovarlo in occasione di un tour in Brasile). Demontis ha realizzato anche un candeliere rigorosamente in legno dedicato agli emigrati, poi inviato a Palazzo Ducale dove è rimasto esposto nel cortile interno nei giorni della Faradda in agosto.

«È stato un viaggio emozionante – ha rimarcato Salvatore Taras –. Abbiamo trovato forti similitudini con la nostra Sardegna. Del resto, Buenos Aires fu davvero fondata da alcuni sardi al seguito del conquistador Pedro de Mendoza nel 1536, prendento il nome dalla Madonna di Bonaria (Ciudad del Espíritu Santo y Puerto Santa María del Buen Ayre, nel 1580 corretto in Ciudad de la Santísima Trinidad y Puerto de Nuestra Señora de los Buenos Aires, ndr). Il sardo riesce ad essere speciale quando va fuori dalla Sardegna». Anche se l’isola rimane poco conosciuta. «È così. Va invece detto che essere italiani in giro per il mondo costituisce una marcia in più. Il nostro Paese è sinonimo di eleganza e inventiva. E i sardi e gli italiani sono visti come persone con una marcia in più».
Alla presentazione del libro, moderata dalla giornalista Antonella Brianda, oltre agli autori, che hanno raccontato il loro viaggio in Brasile, Argentina e Perù, sono intervenuti l’editore della Edes Alberto Pinna, la docente ed esperta di migrazione Bianca Biagi (che ha ricordato che l’emigrazione in sé non è una cosa negativa se fatta però volontariamente; altra cosa è invece l’immigrazione in Sardegna, perché se partono i laureati non è detto che coloro che entrano siano altrettanto qualificati) ed il professor Mario Lucio Marras. La prefazione al volume è stata scritta dal sindaco di Sassari Nicola Sanna, nato in Germania da emigrati sardi a Bochum poi rientrati nell’isola. Il progetto ha goduto del finanziamento della Fondazione Banco di Sardegna e del Circolo sportivo italiano di Lima, nonché del patrocino dei circoli dei sardi in Brasile, Argentina e Perù e del Comune di Sassari. (luca foddai)




