‘Rapidum’, soldati sardi ai confini dell’Impero romano

Una leggenda sepolta che rivede la luce. È il nuovo romanzo di Vindice Lecis. Il fascino del passato tra avventure, intrighi e ricostruzione storica

 

 

RapidumCoverSassari. Dal Medioevo giudicale all’epoca imperiale romana. Vindice Lecis, giornalista del gruppo Repubblica – L’Espresso, ha colto nel segno anche stavolta. “Rapidum”, la sua ultima fatica letteraria, è vicino alla prima ristampa. Un mese è stato sufficiente per registrare un nuovo successo. Edito da Condaghes come la trilogia dedicata al mondo giudicale (“Buiakesos”, “Il condaghe segreto”, “Judikes”), “Rapidum” è un romanzo che si legge tutto d’un fiato. I primi cinque anni del regno dell’imperatore Adriano, uno dei grandi nomi della storia, visti attraverso le imprese e le avventure di una coorte di sardi impegnata nell’Africa settentrionale. Intrighi, azione e tanti, sempre accurati, riferimenti storici.

Vindice Lecis, prima domanda: che ci facevano i sardi nel nord Africa?
«I soldati sardi erano presenti da decenni nell’Africa romana. Nel romanzo troviamo, così è stato nella realtà, la Prima coorte dei Nurritani, un’unità militare formata da sardi arruolati nell’interno dell’isola e la cohors II Sardorum, probabilmente una evoluzione della stessa cohors Nurritanorum. Questa unità è citata nel diploma militare di Caesarea capitale della Mauretania Cesariense del 24 novembre 107. I sardi invece che godevano della cittadinanza romana, gli abitanti di Karalis ad esempio, potevano prestare servizio nelle legioni. E in Africa molti li troviamo operanti nella Legio III Augusta. Inoltre i sardi erano apprezzati come marinai nelle flotte dell’impero, al pari di egiziani e dalmati».

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Vindice Lecis

I sardi anche all’epoca erano conosciuti per il loro forte senso del dovere. Soldati affidabili, apprezzati direttamente dall’imperatore.
«Esiste tutta una letteratura sui soldati sardi in ogni tempo a proposito del coraggio e del valore. Arriviamo sino alla Brigata Sassari della Prima Guerra Mondiale. Penso che i sardi siano stati inviati da Roma nell’Africa settentrionale per le loro caratteristiche di combattenti simili ai mauri. Ribelli, indomiti, abili cavalieri. E adattabili a un territorio simile al nostro».

Come hai scoperto l’esistenza di questa unità dell’esercito romano ed in cosa si differenziava dalle altre coorti?
«Ci sono alcuni studi importanti su Rapidum e sulle coorti militari romane formate da sardi. Cito Mastino, Le Bohec e La Porte anzitutto ma anche Zucca, Meloni, Ruiu, Benseddik e altri. Sono rimasto affascinato da questa particolare vicenda: cioè quella di una una unità militare di sardi, spedita dall’imperatore in Africa per costruire una fortezza e un villaggio che diventerà municipio. Allora era uno dei luoghi più meridionali del limes. Una leggenda sepolta, una storia dimenticata o del tutto sconosciuta ai più. Valeva la pena raccontarla. E con questa storia tratteggiare la Sardegna romana. Con le sue città come Karalis, Turris LIbisoni e Nora, il reticolo stradale, le terme, i ponti, gli edifici pubblici. E con i sardi, lacerati tra collaborazione economica e politica, sottomissione e resistenza».

Uno stato, quello romano, “imperialista”?
«Quella romana fu una civiltà. Ma fu naturalmente anche un dominio potente benché abile nell’inclusione. Che in Sardegna produsse uno sfruttamento intensivo di risorse agricole e minerarie. Che represse con violenza le rivolte e le ribellioni. La Sardegna portava in dote a Roma, che magari se ne infischiava, una civiltà ben più antica che aveva lasciato tracce evidenti: i nuraghi, ad esempio, ci parlano ancora oggi e noi li guardiamo senza capire. Detto questo la Sardegna fu parte importante della struttura statale romana».

Hai seguito un metodo di indagine storica. Ma dove si ferma la storia e inizia il romanzo?
«Hai ragione a chiederlo. Perché se è vero che l’invenzione narrativa colma i vuoti della documentazione, è evidente che il romanzo storico serva dunque a interpretare e a raccontare le cose come possono essere andate davvero. Il racconto delle vicende dei militari sardi in Africa e in Sardegna, consente però di costruire personaggi, di fantasia, che si intrecciano con quelli reali e ci consentono di costruire una visione grande di quella che è stata la Sardegna nell’età d’oro dell’impero. Senza miti. Senza forzature. Senza sottovalutazioni. Chi avrà voglia di leggere il romanzo troverà un ritmo assai serrato, intrighi e colpi di scena e la ragion di stato che getta una densa zona oscura sulle vicende che si sviluppano, apparentemente con casualità».

Ci sono differenze, sul piano della ricostruzione, con la trilogia dedicata al mondo giudicale?
«Il metodo è lo stesso. Lo studio accurato, l’attenzione sullo stato della ricerca, l’aggiornamento continuo. Le infinite visite ai siti archeologici per capire e orientarsi. Se ci pensi, i sardi del medioevo ci hanno lasciato documenti scritti, atti e i meravigliosi condaghes. Restano in piedi testimoni di pietra come chiese e castelli e poco altro. Nell’età giudicale si può leggere qualcosa che possa assomigliare alla costruzione di un’idea sarda. Lo dico senza forzature identitarie ma non posso sottacere che quello è stato un momento di assoluta specificità. Nella lunga età romana, repubblicana e imperiale la Sardegna appare come un dominio. Sono fatti e questioni differenti ma il fascino delle vicende del passato, dello stare in mezzo a una storia grande è davvero notevole».

“Rapidum” è il primo titolo di una nuova trilogia?
«Ancora non posso dirlo, nel senso che ho ancora il sapore aspro e la tensione sul lavoro appena pubblicato. Magari, come faccio sempre, alternerò con altri periodi. Ma la Sardegna ritornerà presto: ci sono epoche, storie e personaggi che meritano di uscire dall’oblio o dalla brigantesca adozione per fini politici». (luca foddai)

Vindice Lecis, Rapidum, Condaghes, 2015, pagg. 302, euro 20,00

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