Rinascere, a 75 anni dal Congresso del Popolo Sardo

Convegno a Sassari dedicato a un evento che gettò le basi del percorso che poi portò al Piano di Rinascita. Quanto è ancora attuale di quel periodo storico e politico?

Il 6 e il 7 maggio del 1950 le Camere del lavoro di Cagliari, Sassari e Nuoro (Oristano ancora non era provincia) organizzarono a Cagliari, al Teatro Massimo, il primo Congresso del Popolo Sardo. Un evento che rappresentò un momento importante nel dibattito sull’autonomia, da poco attivata con l’approvazione nel febbraio del 1948 della legge costituzionale che introduceva lo Statuto Speciale per l’Isola (fu l’ultimo atto dell’Assemblea Costituente) e la prima elezione del Consiglio regionale nel 1949. Con il Congresso del Popolo Sardo il mondo del lavoro portava all’attenzione delle neonate istituzioni regionali una serie di istanze urgenti e immediate, inserendosi in un confronto sullo sviluppo sociale ed economico dell’Isola e sulle politiche pubbliche, percorso che sarebbe poi culminato con l’elaborazione del Piano di Rinascita. A quell’importante e cruciale passaggio era dedicato il convegno Rinascere – 75° anniversario del Congresso del Popolo Sardo, promosso lunedì 26 gennaio in una affollatissima sala convegni della Fondazione di Sardegna a Sassari dall’associazione La Rosa Rossa con l’associazione Nino Carrus, l’associazione culturale Rosalia Uras Medica e l’associazione Diritti e Valori e con il contributo della Fondazione di Sardegna.

Franco Borghetto

I lavori si sono aperti con l’intervento dell’ex sindaco di Sassari, Franco Borghetto: «Al Teatro Massimo di Cagliari si ritrovarono in tremila, presenti esponenti della sinistra, da Emilio Lussu a Renzo Laconi e a Velio Spano, e del sindacato, accomunati dalla speranza di rinascita e riscatto della Sardegna: la richiesta era terra e lavoro. Quel Congresso non fu un episodio estemporaneo, ma un grande movimento popolare, la conseguenza di un duro lavoro fatto nei mesi precedenti con una mobilitazione che attraversò tutta la Sardegna e che trovò la sua massima espressione nel movimento di occupazione delle terre e nello sciopero del Sulcis». Il riferimento normativo più importante era l’articolo 13 dello Statuto: “Lo Stato col concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’Isola”. «Ci vollero altri 12 anni perché queste proposte trovassero spazio nel Piano di Rinascita, che fu una grande conquista, grazie anche alle lotte della prima assemblea del popolo sardo. In realtà, come ha ricordato Pietrino Soddu, le proposte del Congresso erano già superate, perché l’Italia era cambiata e anche la Sardegna. Arrivò la grande industria chimica che avviò un processo di piena occupazione e modernizzazione vera. Di quegli eventi, con la loro eccezionale forza di cambiamento, di quella forza quindi, cosa può essere utile oggi, cosa del Congresso è ancora attuale? Lo è almeno nella ricerca di unità, nel metodo politico, in un programma di crescita per fare uscire l’Isola da una situazione di stagnazione, di spopolamento, di fuga dei giovani, di cambiamento climatico, di diritto alla mobilità, di un sistema sanitario da ricalibrare e di problemi strutturali ancora non risolti».

Giacomo Spissu

L’auspicio è allora che il dibattito riprenda vigore. «Penso che la celebrazione di oggi abbia un senso se rianimiamo il dibattito in Sardegna sui temi di adesso – ha detto Giacomo Spissu, presidente della Fondazione di Sardegna –. Nel 1950 c’era un movimento popolare carico di molta rabbia, miseria e ripresa dopo la guerra. Quel sentimento di disagio fu fatto confluire dalla Cgil in un percorso sociale, politico e sindacale. Adesso è necessaria una condivisione la più ampia possibile, alcune questioni fondamentali non possono essere di legislatura. Non è quindi un compito da affidare solo alla politica, ma è più orizzontale, deve essere accolto da gruppi dirigenti. Energia, infrastrutture idriche, collegamenti e altri non possono essere temi che ogni cinque anni sono affrontati pensando alle scadenze elettorali, ma devono essere considerati come temi per lo meno ventennali».

«Quel periodo fu caratterizzato da una grande partecipazione popolare. Oggi la partecipazione è un’altra cosa. Allora era mossa da motivi alti e differenti, oggi riteniamo che sia possibile partecipare solo sfogliando pagine dei social – ha fatto notare Giuseppe Mascia, primo cittadino di Sassari e sindaco della Città Metropolitana –. La classe dirigente che viene spesso richiamata la identifichiamo nella classe politica. Ma i temi categoriali hanno a che fare con dorsali dominanti. E allora la classe dirigente dobbiamo reinterpretarla e non limitarla a chi viene scelto con le elezioni, perché la classe dirigente è qualcosa di più ampio e democratico. Direi allora che è anche il caso di riflettere sui rapporti tra territori e Regione, se vogliamo fare in modo che il futuro diventi avvenire. Per non parlare di quelli tra Regioni e Stato. Negli ultimi 15 anni, con l’applicazione delle norme di attuazione dello Statuto, la Regione Sardegna è riuscita ad averla vinta dieci volte, il Trentino quasi 80. Ogni territorio va percepito e ascoltato a seconda della sua natura e di come può essere messo in connessione con gli altri. Il passato non torna e abbiamo l’obbligo di costruire una traiettoria diversa all’altezza dei tempi, con nuovi temi e con coraggio».

Il programma è proseguito con gli interventi dei docenti universitari Antonello Mattone e Carla Bassu. «Il Congresso del Popolo Sardo fu un movimento dal basso, che fu preparato con 31 convegni locali – ha ricordato Antonello Mattone, storico –. I protagonisti del Congresso furono due, Emilio Lussu e Renzo Laconi. La Sardegna del 1950 aveva un milione e 200mila abitanti, con un venti per cento della popolazione ancora analfabeta. Le proposte del Congresso erano innanzitutto la scrittura di un Piano di Rinascita e altre iniziative, legate a idee già presenti. Per esempio, l’applicazione del “Piano Levi”, che prevedeva la realizzazione di un impianto di distillazione e gassificazione del carbone del Sulcis, dal quale si sarebbero ottenuti prodotti azotati e fertilizzanti per le campagne, ma anche l’unificazione della proprietà parcellare e la creazione di consorzi agrari e aziende agrarie moderne».

«Quando si parla dell’art 13 dello Statuto il cuore è la partecipazione», ha detto Carla Bassu –. Siamo ancora qui a ricordare nomi che ci riempiono di orgoglio, che con grande volontà politica sono stati in grado di rendere effettivo quell’art 13».

Oggi però assistiamo a una inesorabile decadenza di partecipazione. «Il senso comune di oggi è che non c’è futuro. Le giovani generazioni, già poco presenti a questa riunione, e questo non è da derubricare come poco interesse, hanno scarsa fiducia nel futuro – ha spiegato Antonello Cabras, già presidente della Regione Sardegna –. Gli elementi istituzionali sono poi cambiati, nel 1950 non c’era l’Europa. E poi domando: siamo sicuri che nel futuro le regioni saranno ancora istituzioni che funzioneranno? Non sono più convinto che siano il progresso del Paese, se siamo sinceri quando diciamo che l’Europa è fondamentale. La nostra Regione va bene come è organizzata oggi? Abbiamo appena disegnato otto o nove province. La più piccola ha appena 60mila abitanti».

«Quell’esperienza è la testimonianza più viva della capacità delle grandi organizzazioni politiche degli anni ‘50 e ‘60 di parlare con il popolo e con le masse popolari che in Sardegna vivevano una condizione di arretratezza e miseria – è stato il richiamo di Fausto Durante, segretario generale della Cgil sarda –. Oggi è molto più difficile provare a costruire quel clima di partecipazione e passione. Siamo nel pieno dell’offensiva e della vittoria del turbocapitalismo di stampo anglosassone e nordamericano. Viviamo in un contesto nel quale il messaggio prevalente che arriva alle persone è di badare a sé stessi. Si scivola sempre più verso forme di solitudine e corporativismo, che porta a dire ‘io me la devo cavare e poco mi interessa di quello che mi succede intorno’». La Sardegna attuale non ha poi una prospettiva industriale, un grande limite che può condizionare lo sviluppo odierno e futuro.

Beppe Pisanu

Tra chi visse quegli anni del Piano della Rinascita c’era l’ex ministro Beppe Pisanu, che ha portato al convegno la sua personale esperienza. «Parto dalla seconda metà degli anni ‘50. Nella Dc, soprattutto su impulso di Segni e Cossiga, il dibattito sulle questioni sarde procedeva con grande lena. Io ero il più giovane dei “Giovani turchi”. Nelle nostre discussioni risuonava l’eco del Congresso del Popolo sardo. Veniva visto come una grande iniziativa, seppure di parte. Ma non ci sfuggiva l’essenza del messaggio di fondo: la Sardegna deve giocarsi in proprio le carte del suo sviluppo e per questo ha bisogno di un programma di rinascita sociale che coinvolga le migliori energie dell’Isola. Senza questo l’autonomia regionale rischiava di diventare un congegno politico inutile, era la tesi di Laconi. Nel 1962 – ha continuato Pisanu – si arrivò a una ampia convergenza nazionale per l’approvazione del piano straordinario per favorire la rinascita economica e sociale della Sardegna. C’era il riferimento al Congresso ma anche l’idea cristiana dell’intervento dello Stato per superare la storica ingiustizia tra sud e nord, come sosteneva Moro. Tutto sommato il clima politico era abbastanza disteso e dialogante grazie al centrosinistra che guidava la Regione e a un più vasto comune sentire che ci accomunava in un unico obiettivo: dare alla Sardegna uno sviluppo generale equilibrato che facesse sì perno su poli storici di Sassari e Cagliari ma anche sulla Sardegna centrale e sul riscatto delle zone interne. L’idea quindi di evitare uno sviluppo squilibrato della Sardegna, idea che oggi non c’è più perché gli squilibri stanno crescendo da soli. Il Governo regionale di Paolo Dettori raccolse e istituzionalizzò il messaggio del 1950 e riaffermò il comune impegno per lo sviluppo ordinato. Il ciclo della Rinascita si è però esaurito con la “Prima Repubblica”. Oggi che facciamo? Occorre cercare tutti insieme la soluzione migliore, con la democrazia, il dialogo e il confronto. In tempi più difficili di quelli odierni questo campo è stato frequentato da Lussu, Laconi, Dettori e da molti altri, uniti nel mettersi al servizio della Sardegna. Solo ritornando in quel campo l’Autonomia potrà rinascere. Altrimenti è destinata a soccombere».

Temi insomma ancora attuali. «Ma lo sviluppo non è perseguibile con la conversione bellica delle nostre industrie – ha ammonito Francesca Ghirra, deputata –. Nella prima parte dell’attuale legislatura abbiamo depositato una proposta di legge con Silvio Lai e Alessandra Todde ancora in Parlamento sull’aggiornamento della legge sul Piano di Rinascita del 1962, pensando anche che oggi ci possano essere nuove opportunità. Gli squilibri degli anni ‘50 rimangono purtroppo tuttora. Pensiamo ai collegamenti e ai trasporti anche interni».

Silvio Lai

Drammatica e impietosa l’analisi finale di Silvio Lai, deputato e segretario regionale del Pd. «Nel 2000 nascevano 18mila bambini, nel 2010 erano 13500, adesso siamo scesi a 6mila». Numeri drammatici. Per non parlare dei giovani che vanno fuori per studiare o per trovare lavoro. «Se non abbiamo aziende che producono in Sardegna, ecco che se ne vanno via. Quindi dobbiamo essere nuovamente attrattivi. Ma non va bene se le istituzioni regionali ogni cinque anni si inventano nuove aggregazioni locali, rimettendo tutto in discussione. Faccio presente che un’impresa che vuole fare qualcosa in Sardegna deve incontrare quattro assessorati differenti». Serve poi il capitale umano nell’Isola. «Le imprese non vengono se questo non c’è. Laureati che lasciano l’Isola, una formazione professionale di base che abbiamo cancellato. Tutto questo pesa». Terzo tema le connessioni. «La Sardegna è ancora diseguale. È una forma di egoismo pensare, per esempio, che Cagliari possa sopravvivere pensando solo a sé stessa senza il resto della Sardegna. L’idea di un sistema concentrico è del resto faticosa. E una democrazia senza partecipazione non produce. Non abbiamo più spazi di condivisione e connessione. Il nostro declino è un progetto scontato?».

Luca Foddai

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